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La Meditazione in Abulafia

 

Per arrivare alla rivelazione divina Abulafia utilizza quelle tecniche tramandate occultamente dalla "tradizione" e descritte nel Sepher Yetzirah, divenendo il rappresentante più espressivo della Qabalah estatica.

Grazie a lui molto sappiamo della più antica e segreta tradizione della Qabalah meditativa, che possiamo riferire soprattutto all’Opera della Merkavah.

Analizziamo, ora, il pensiero di questo mistico medievale e successivamente, la sua tecnica estatica.

Il suo scopo è di dissigillare l’anima, sciogliere i nodi che la legano.

Quando i nodi sono sciolti ogni forza scorre, secondo la propria natura, alla sua origine; origine che è sempre unitaria e priva di ogni duplicità, e dove la molteplicità è compresa.

Lo scioglimento è quindi un ritorno dalla molteplicità e dalla separazione, all’unità originaria.

Questo tema, simbolizzato dallo "scioglimento dei nodi", è una caratteristica che ritroviamo anche nel Buddismo Tibetano come simbolo della liberazione mistica dell’anima dai legami sensuali.

Nel linguaggio di Abulafia questo simbolo vuole ricordare che ci sono determinate barriere che separano la vita individuale dell’anima umana dalla corrente della vita cosmica: esiste una sorta di diga che trattiene l’anima nel suo naturale dominio e le impedisce di essere trasportata dalla corrente del divino fino a conseguire la conoscenza.

I "sigilli" impressi sull’anima, paradossalmente, sono ad essa necessari affinché non sia inondata, senza un’iniziatica preparazione, dalla potenza divina.

Possiamo paragonare quanto egli chiama, con un linguaggio adatto ai suoi tempi e alla fede religiosa, "i sigilli dell’anima" ad una barriere protettiva che l’uomo ha per difendersi contro ogni stato della coscienza che esuli dal suo normale vissuto.

Questi "i sigilli", secondo Abulafia, proteggerebbero il normale funzionamento dell’esistenza, e sono generati dalle difese proprie della costituzione umana, giacché l’uomo nel suo quotidiano, percepisce il mondo esterno ed impregna l’anima di immagini e forme sensibili. L’anima, quindi, comprendendo e facendo propri gli oggetti del mondo naturale, accoglie in sé le loro forme, imprimendosi di "finito" e "limitato".

La normale esistenza dell’anima è perciò chiusa in confini determinati dagli affetti e dalle percezioni sensibili. Fin quando sarà piena di queste forme, non potrà pervenire alla visione delle cose divine e delle pure forme spirituali.

Se si vuole che la vita divina irrompa nell’anima, senza che quest’ultima sia sopraffatta da tanta potenza, si deve trovare una "Via" che consenta di raggiungere una tale meta con metodica sicurezza.

Tutto ciò che occupa l’IO naturale deve essere eliminato o trasformato, affinché i lievi contorni della realtà spirituale possano apparire attraverso il guscio delle cose naturali.

Abulafia indica l’oggetto delle sue meditazioni, spiegando in maniera molto interessante i motivi della scelta.

Per evitare che l’anima sia rapita da oggetti di meditazione che abbiano una collocazione nel mondo manifesto da cui in verità la meditazione dovrebbe allontanarci, è necessario cercare un oggetto assoluto, vale a dire un oggetto tale che assolva il compito di far sorgere nell’anima una vita più profonda e la liberi dalle forme naturali; ovvero un oggetto che possa assumere il più alto significato ma non ne abbia uno proprio.

Abulafia ritiene di aver trovato un tale oggetto nella combinazione delle lettere dei Nomi Divini, giacché rappresentano qualcosa di assoluto e trasferiscono il più alto significato al mondo.

Partendo da questa idea centrale, costruì un sistema che chiamò H’ocmâ ha-tziruph, cioè, "Scienza della combinazione delle lettere". Combinazioni di lettere che non necessariamente devono avere un senso, anzi, è più opportuno che non ne abbiano, perché in tal modo non possono distrarci.

Va detto, però, che per Abulafia le combinazioni delle lettere dei Nomi Divini, non sono mai prive di senso: egli fa sua la teoria cabalistica secondo la quale la parola è l’essenza del mondo, ed ogni cosa ha esistenza solo in virtù della sua partecipazione al grande Nome di Dio, che si manifesta in tutta la creazione. Si tratta, in altre parole, di suscitare nell’anima umana un particolare stato di coscienza rinnovato per mezzo di metodiche meditazioni, qualcosa come un movimento armonico del puro pensiero, sciolto da qualsiasi oggetto sensibile.

La scrittura, mikhtav, la pronuncia, mivtà, ed il pensiero, machshav, costituiscono i tre gradi consecutivi della meditazione. Tutti hanno le loro "Lettere", nel senso che queste sono presenti in una forma sempre più spirituale e costituiscono i mezzi che inducono l’estasi.

Altri quattro elementi sono presenti nella meditazione di Abulafia: balzare, saltare, scalpellare, incidere.

"Balzare" (dilug) significa operare mantenendosi all’interno di una delle tecniche cabalistiche. Quando invece si passa da un sistema all’altro si afferma che si sta "saltando".

Per quanto riguarda la seconda coppia di termini, possiamo affermare che raggiunto un elevato livello meditativo, l’anima, non più nascosta nella prigione delle facoltà fisiche, emerge nel regno spirituale. In termini laici, potremmo dire che si conquista un grado molto alto di coscienza.

"Spaccare" significa riuscire ad entrare coscientemente nel vissuto di quel momento, mentre si è ancora in uno stato d’estasi.

"Incidere" consiste nel riuscire ad imprimere ciò che è accaduto nel momento estatico.

Sull'opera di Abulafia consultare anche:

La meditazione in Abraham Abulafia

Introduzione Epoca ed influenze Il Soggetto Le Sephiroth Sviluppo del Testo Analisi della Lettera Ebraica

Tre Ordini di Lettere Le Madri Le Doppie Le Semplici I Trentadue Sentieri

 Le Tecniche Ermeneutiche Regola delle Pietre e delle Case Introduzione alla Meditazione

 • La Meditazione in Abulafia Tecniche estatiche di Abulafia Conclusioni