LA SEPHIRÂ Da’atH

 

Da’ath (cognizione, scienza, sapere) Questa nozione è posta tra H'cmâ e Binâ come se fosse il prodotto della loro intima unione. Da’ath non conta tra le Sephiroth perché il suo carattere è differente, infatti essa non è della natura dei termini di una relazione, ma di quella di un rapporto. Proprio come la percezione non si trova né nel soggetto né nell'oggetto ma nel concepito della loro relazione e come l'azione non è né nell'agente né nel paziente ma nella loro comune operazione, così Da’ath è, in un certo qual senso, il prodotto dell'intima unione, nel Pensiero, della Saggezza e dell'Intelligenza.

Generalmente essa è posta tra H'cmâ e Binâ, ma a volte la sua posizione è spostata verso Kether, oppure verso Yesod. Da’ath rappresenta, a grandi linee, una sorta di asse cruciale, che simultaneamente pianifica un rapporto di correlazione e uno di subordinazione nell'intero sistema delle Sephiroth. È questo il motivo per cui Luria chiama Da’ath l’Influenza. Si potrà dire - dunque - che Da’ath è la radice della relatività estratta dall'Assoluto.

H'cmâ e Binâ sono, per così dire, i due poli dell'intelligenza, a volte speculativa a volte pratica. In rapporto alla conoscenza, H'cmâ è come il soggetto pensante, Binâ, come l'intelletto dove si elabora l'oggetto del pensiero e Da’ath la percezione dell’oggetto. Nell'attività, H'cmâ rappresenterà l'azione spontanea, Binâ la reazione che fissa, Da’ath il prodotto che ne consegue.

Questa nozione si presenta, dunque, come il rapporto nel quale si neutralizzano i due poli supremi del Pensiero e, di conseguenza, di tutte le condizioni dell'intelligibilità e dell'esistenza. Nello stesso tempo, considerato che H'cmâ e Binâ si compenetrano intimamente, la loro propria realtà si proietta soprattutto nella congiunzione, la quale è, per così dire, il riflesso del loro principio comune. Da’ath manifesta, in effetti, l'Atto stesso di H'cmâ e di Binâ e, a questo titolo, appare come il fondamento stesso della Realizzazione dell'uno e dell'altro.

Da’ath presenta, quindi, il doppio carattere di fondamento e di risultante, ma non può essere considerata separata, è, in un certo senso, la linea neutra determinata dall'opposizione dei due poli; essa li collega ma anche li divide; scaturisce da essi, essendone la condizione stessa del loro consolidamento.

Il carattere di fondamento fa in modo che Da’ath svanisca in alto verso Kether, principio supremo ed inaccessibile; ma questo stesso carattere si afferma però in basso, quale basamento del superiore e sorgente degli sviluppi inferiori. Tutto ciò enuclea l'affinità di Da’ath con la nona Sephirâ, Yesod (Fondamento) che presenta, esattamente, gli stessi caratteri.

Allorquando si fanno corrispondere le Sephiroth agli organi dell'uomo, Kether rappresenta il Cranio, esso è l'involucro che ci nasconde l'elaborazione del Pensiero, conosciuto unicamente come Realtà suprema. Pensiero e Realtà sono una sola cosa nell'Assoluto; però l’aspetto Realtà consiste nell'affermare il Pensiero come Atto senza rivelarne la natura, mentre l'aspetto Pensiero indica come ragione necessaria e sufficiente della Realtà, la formazione ternaria prodotta da due termini ed un rapporto.

È questo ternario a manifestare H'cmâ, Binâ e Da’ath, le quali rendono esplicita la constitutio dell'Assoluto, cosa che Kether simboleggia con una peculiarità concreta. È questo il motivo per cui H'cmâ, Binâ e Da’ath sono chiamate i Cervelli.

 

L'undicesima Sephirâ

Dieci è il numero delle Sephiroth ineffabili, dieci e non nove, dieci e non undici. Intendi con sapienza, e sii saggio con intelligenza, investiga questi numeri, e trai da loro conoscenza, il disegno è fisso nella sua purezza, e riporta il Creatore nel Suo luogo.”

L’affermazione sul numero totale delle Sephiroth non sembrerebbe lasciare alcun spazio ad interpretazioni differenti. Tuttavia, nello studiare le Sephiroth e l’Albero della Vita, emerge chiaramente che ve ne sono undici, in quanto, alle dieci tradizionali, se ne aggiunge una chiamata Da’at, la conoscenza.

Si noterà come, ad eccezione di Kether e di Malcouth, le altre nove Sephiroth formano tre triadi, dai significati correlati e reciprocamente interdipendenti. Sapienza, Intelligenza e Conoscenza, sono tutte attività dell’intelletto. Ciò è parte delle prove del come Da’at sia parte integrante dell’Albero. Amore, Forza e Bellezza (Compassione) sono tutte facoltà del sentimento superiore.
Per la triade inferiore il legame è meno evidente, ma lo diventa se si riflette sul fatto che Netzâ rappresenta la fissità degli intenti e scopi della personalità, Hod è il muoversi dinamico, oscillando tra cambiamenti imprevisti, mentre Yesod è un cercare di mantenere un tracciato costante (almeno di principio) tra la cocciuta determinazione di Netzâ e il disordinato mutamento di opinioni di Hod.
Un disegno dell’Albero, pubblicato su di una edizione del Sepher Yetzira del 1884, pur non menzionando i nomi delle Sephiroth, mostra i Sentieri (i canali che le uniscono) messi in modo tale da definire chiaramente la presenza di una undicesima entità, che abbiamo evidenziato nel disegno con un cerchio tratteggiato. La definizione avviene in virtù delle lettere che distinguono ogni sentiero. Da’at si trova all’incrocio tra le lettere Zain – Cheit – Tet – Yod.

Si noti inoltre come tale Sephirâ interrompa i canali in diagonale, ma non quello verticale, che unisce Kether con Thiphereth, costituito dalla lettera Beit.

Per cercare di riconciliare la presenza di Da’at con l’affermazione del Sepher Yetzirà, che sembra escludere un’undicesima Sephirâ, vengono solitamente forniti i seguenti motivi. Da’at è una proiezione di Kether nei piani inferiori. Per sua natura, Kether è remota ed inaccessibile, trascendente, al di là di ogni pensiero e parola. Per potere svolgere la sua funzione di forza unificante, Kether opera una “discesa” nell’Albero, e diventa Da’at. Quindi, se si conta Kether non si conta Da’at, o viceversa. Le Sephiroth rimangono dieci. Secondo un’altra spiegazione cabalistica, Da’at non utilizza un recipiente suo proprio, bensì quello di Binâ, l’Intelligenza. Conoscenza ed Intelligenza sono praticamente sinonimi in quasi tutte le lingue, sebbene nell’ebraico interpretato dalla Cabalà la differenza tra questi due termini sia grande.
Vorremmo qui offrire una spiegazione alternativa circa il criptico brano del Sepher Yetzirà. L’espressione “non nove… non undici” non deve venire considerata come un abbellimento enfatico. La Cabalà esclude che nei suoi testi base vi siano parafrasi o amplificazioni linguistiche fini a se stesse. Ogni frase è redatta secondo un codice estremamente preciso. Se vengono citati i numeri nove e undici non è perché essi siano errori teologici, contravvenzioni al dogma secondo il quale le Sephiroth devono essere dieci. Sono invece reali e concrete possibilità.
Ma com’è possibile che le Sephiroth siano solo nove? Questo è il caso dello Tzadik, della persona retta, che ha pieno controllo sul suo Yesod, l’area della sincerità, della devozione, della sessualità fisica, dell’energia sensuale sottile della personalità. Lo tzadik non deve scendere, non deve mai arrivare a Malcouth. Per lui è Yesod il livello più basso dell’Albero della Vita. Malcouth, il gioco di poteri del mondo, le preoccupazioni per il vivere quotidiano, le umiliazioni e i momenti d’orgoglio, tutto ciò non lo riguarda. Anche se a volte deve entrare in quelle dinamiche, non ne rimane coinvolto. La sua partecipazione è puramente superficiale, come se stesse recitando una parte. Ed è in questa luce che va visto l’avvertimento del Sepher Yetzirà: le Sephiroth devono essere dieci, anche lo tzadik deve scendere a Malcouth, sul serio!
Dalla parte opposta ci sta il baal teshuvà (maestro del ritorno, concetto molto vicino al “figliol prodigo”), colui che ritorna sulla via del Divino dopo avere esplorato in lungo e in largo il mondo della separazione, della confusione, della contaminazione. Egli non si è solo cibato di Da’at, ne ha fatto una grossa indigestione! Ricordandogli che le Sephiroth sono dieci e non undici, il Sepher Yetzirà lo invita a cercare la trascendenza di Da’at, cioè la sua origine superiore, che è Kether. Lì c’è la medicina per gli eccessi della conoscenza!
L’undicesima Sephirâ, Da’at, è quella che più caratterizza il mondo in cui viviamo, specialmente la società occidentale moderna, il più grande serbatoio di potenziale baalei teshuvà che esista! Ciò è iniziato dal momento in cui Adamo ed Eva si sono cibati dell’albero della conoscenza (Etz ha Da’at). In termini grafici, ciò ha causato un vero e proprio prolasso dell’albero

con Da’at che si distacca da Kether, scende più in basso dell’asse Sapienza-Intelligenza, e con le sette Sephiroth inferiori che decadono. In particolare, Malcouth ha attraversato il confine di protezione, e si è ritrovata nei piani inferiori della realtà, dove le klipot (gusci, termine metaforico indicante le forze del male) hanno un potere dominante.
Albero della Vita e albero della conoscenza si sono così mescolati, quasi confusi. Ed ecco che il Sepher Yetzirà si preoccupa di avvertire che le Sephiroth sono dieci, e che la mescolanza-prolasso di Da’at è temporanea, è un guasto che va riparato.
Grazie all’avodat ha-birrurim, all’opera delle selezioni, del raffinamento delle scintille cadute, gradualmente possiamo elevare l’albero, che in futuro diventerà così:

Per quanto il lavoro di rettificazione riguardi l’intero spettro delle dieci Sephiroth, oggi, e in genere nell’epoca nella quale viviamo, l’enfasi maggiore va posta su Da’at. È stata la prima Sephirâ a danneggiarsi, e sarà l’ultima a venire rettificata. Da’at ha un aspetto di dualismo estremo. Nella simbologia dei colori, essa è bianco-nero. Nel giardino dell’Eden è divisa tra bene e male. Ci muoviamo tra l’una e l’altra di queste due sponde, avanti e indietro, guidati dal libero arbitrio, e dalla conoscenza. Se la conoscenza è separatrice (mette in enfasi diversità ed esclusività), non c’è riparo, non c’è sosta, non c’è sollievo. E ciò è vero per qualunque campo al quale la conoscenza venga applicata, pratico, affettivo, scientifico, filosofico, artistico, umanistico, politico, teologico, religioso. Se la conoscenza è unificatrice (ricerca legami, paralleli, sincronicità, appartenenze, pur se a livello di radice), tra bianco e nero scopriamo una scala di 256 grigi (per applicare una metafora tratta dalla moderna grafica dei computer). 256 è il valore numerico di:
Aronne (Aharon)
Fuoco (Nur)
Re Superno (Melekh Elion).
Cioè, la nostra consapevolezza viene guidata dalla scintilla interiore del Grande Sacerdote, colui che utilizza il fuoco (l’energia) al servizio del Re Superno, cioè di Dio, e non degli innumerevoli idoli che la consapevolezza separata gli sovrappone.
Ma rimaniamo all’esempio legato all’informatica. Tutti sanno che il linguaggio utilizzato dai computer, e nelle trasmissioni digitali, è il sistema binario. Si tratta di una sequenza di impulsi riconducibili al susseguirsi di “pieno – vuoto”, 1 e 0. Il codice binario rappresenta lettere e numeri semplicemente come sequenze più o meno lunghe di “stati opposti”, ad es.: 00110110. Si capirà facilmente il legame di un tale sistema simbolico con Da’at, la Sephirâ degli opposti, del bene e del male, del bianco e del nero. Mentre nel mondo dell’azione, dell’emozione, e del pensiero umano, si cerca sempre di tracciare il confine tra bene e male, nell’essenza interiore di Da’at, fatta del contrasto tra bianco-nero, o tra 1 e 0, è del tutto impossibile stabilire un ordine di priorità o di preferenze. Nessuno potrebbe dire se sia meglio il bianco o il nero, l’1 o lo 0. Si possono solo esprimere preferenze ed opinioni, ma fondamentalmente tra quegli opposti c’è una totale interdipendenza, c’è una necessaria complementarità.
Il nostro grande compito è allora la rettificazione di Da’at, utilizzare la danza degli opposti come la fonte del motore energetico dell’evoluzione dalla specie umana alla specie adamitica “edenica” (Adam nel giardino dell’Eden). Secondo un’antica tradizione, sia talmudica che cabalistica, ogni scoperta della scienza ha lo scopo profondo di avvicinarci maggiormente all’era della redenzione globale e definitiva. L’informatica, in particolare Internet, proprio per via del suo basarsi in un modo così totale sull’oscillazione tra due opposti, può oggi venire utilizzata come veicolo privilegiato per la diffusione della consapevolezza interiore, per rettificare Da’at.
Da’at è il massimo della libera scelta. Tutto dipende dall’uso che facciamo di Internet. Un detto talmudico afferma: “Colui che viene per purificarsi, gli viene aperta la porta; colui che viene per contaminarsi, gli viene aperta la porta”. Vale a dire, “gli strumenti ci sono, l’aiuto dall’alto anche, tutto dipende da ciò che la persona cerca, dal dove si focalizza la sua volontà, la sua attenzione”. Nell’undicesima Sephirâ, quella dei baalei teshuvà, dei “maestri del ritorno”, in Da’at, la danza frenetica di un’interminabile sequenza di 1 e di 0, di essere e di non essere, non genera più un solo problema esistenziale, ma può diventare il supporto, la “merkabah”, per una accelerata crescita della consapevolezza messianica. Nella Da’at rettificata, saggezza interiore (esoterismo) e saggezza esteriore (essoterismo), si abbracciano e si aiutano.