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Tracciare in poche linee un disegno della Qabalah e insieme farne intendere il rapporto col simbolismo massonico, appare impresa ardua anche tenendo conto del poco tempo a mia disposizione. Qabalah significa Tradizione e rappresenta, per così dire, il crogiolo di ogni studio e commento della Thorah e più in generale di ogni forma del pensiero ebraico. Non escludendo la dottrina rabbinica né il Talmud né le speculazioni cosmogoniche sulla Creazione né le meditazioni a sfondo mistico sul Carro delle visioni di Ezechiele. La Qabalah, tuttavia, non è la Mistica contrapposta alla Filosofia, è bensì la complessità del pensiero ebraico che si alimenta della tradizione, così come, per certi versi, la Massoneria è la complessità del pensiero simbolico che, analogamente, si alimenta della tradizione. Sarebbe altrettanto errato assimilare la Qabalah alle filosofie occidentali. Così, per esempio, l’universo o albero delle dieci sephiroth non è il mondo platonico delle idee e il suo manifestarsi da En Soph ‘Infinito’ non ha le caratteristiche proprie dell’emanatismo neoplatonico. Le sephiroth si collocano sull’Albero della vita e sono luci, numeri primordiali o forme pure. Sono dieci quante le dita delle nostre mani e tramite loro, secondo un ben definito progetto architettonico, si manifesta tutta la realtà. Nella Qabalah, inoltre, decisivo è il ruolo della tradizione orale, trasmessa bocca-orecchio, e di particolare rilevanza è lo studio della Thorah. Altrettanto importanti sono le complesse tecniche di apprendimento e di meditazione e quella parte di operatività che può condurre, ma non necessariamente conduce, a Teurgia e Magia . Infine, se si guarda alla Qabalah storica che si diffonde in età medievale, sulle rive del Mediterraneo, ci si accorge che la Qabalah ha anche questo di peculiare rispetto alla Filosofia occidentale: si struttura in comunità di studio e di ricerca, ad opera di maestri dotati di grande carisma. Uno di questi fu Isacco il Cieco, vissuto tra la seconda metà del 1100 e la prima del 1200, e primo grande maestro delle scuole storiche di Qabalah che operarono in Provenza e in Catalogna, in un clima di grande sviluppo culturale delle comunità ebraiche. Fu detto il Chassid (il pietoso) o il Cieco (paradossalmente, perché possedeva luce in eccesso), e fu uno tra i maggiori peruschim (Parush: ricco di luce). I peruschim provenzali studiavano quasi senza interruzione, praticando digiuni e astenendosi dalla carne e dall’alcool. Si reclutavano tra i primogeniti e preferibilmente tra i discendenti della tribù di Levi. Un documento provenzale, descrive la vita che si svolgeva in questi centri di studio e di meditazione: devozione al maestro, piccoli gruppi di studio, diversificazione dei livelli di apprendimento, massima stimolazione per facilitare la libera espressione e il dibattito tra i discepoli, ecc… |