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Ancora una volta quanto premesso non può, né deve essere sufficiente per trarre conclusione, ma vogliamo solo che resti aperto il problema della possibilità di riscontro nei segni e nelle parole che compongono il linguaggio, di elementi fissi e dotati di natura immutabile.

Per illustrare la natura di questi elementi non troviamo niente di meglio che pensare al "simbolo", il quale, com'è noto, nella comune accezione, è qualcosa di concreto che evoca ciò che è astratto, e che in senso iniziatico o massonico può raffigurarsi come un oggetto presente sulla terra e che con mezzi terreni possiamo entro certi limiti avvicinare e capire, ma le cui scaturigini stanno altrove, sicché per raggiungerle occorre operare quei movimenti interiori di "salita" richiamati dai nostri rituali.

Tuttavia, per meglio chiarire l'idea che stiamo cercando di esporre riferiamoci ad un esempio che, peraltro, ha valore assolutamente scientifico e che è tratto dalla psicanalisi. (Edoardo Weiss - Elementi di psicoanalisi - Hoepli, Milano 1931).

Dunque secondo gli esperti di questa disciplina da migliaia e migliaia di sogni analizzati, sogni di persone di ogni ceto, di ambo i sessi, di ogni età, di tutti i popoli, di tutti i tempi, risulta che le immagini di case, di palazzi, di edifici in genere sono equivalenti a persone e specialmente a donne.

A prescindere dai sogni anche nel linguaggio corrente ci si imbatte spesso in locuzioni che avvicinano o paragonano una donna ad un edificio. Così ad esempio si usa dire di una donna inaccessibile che è "una fortezza inespugnabile", o di una donna molto corteggiata che è "una fortezza assediata"; senza dire degli appellativi che vengono attribuiti alla Madonna nelle litanie: "Turris eburnea", "domus aurea", "turris davidica" ecc.

Lo scambio fra le rappresentazioni della donna e la casa appare evidente proprio nella lingua ebraica, nella quale la parola beth che è poi la seconda lettera dell'alfabeto, significa casa.

La forma grafica di questa lettera deriva dall'ideogramma della scrittura pre cuneiforme assiro-babilonese. Quest'ideogramma rappresentava uno spazio racchiuso fornito di una specie di collo e significava oltre a città (cioè insieme. di case) anche il ventre di una donna, cioè un utero, una matrice femminile.

Il geroglifico egiziano che rappresenta la casa è   la quale nell'antico sinaitico diventa e nella lingua ebraica b (beth)

Banah nella lingua ebraica vuol dire costruire, ben significa figlio, cioè costruito e bath figlia, cioè costruita. Nel vangelo di Giovanni, Gesù parla del Tempio da demolirsi e ricostruirsi in tre giorni alludendo al proprio corpo, alla propria persona.

Per completare, anche con l'aspetto maschile, l'esempio che abbiamo fatto, sempre dalla stessa disciplina ci viene che un simbolo costante ed indubbio dell'uomo è stato trovato nel numero tre.

È vero che i segni che usiamo per le cifre - com'è noto - derivano dall'arabo , ma il segno grafico del numero tre, in definitiva, deriva dal geroglifico egiziano che rappresentava l'uomo con l'organo genitale, che aveva questa forma [fallo]

Di esso è rimasto nell'antico sinaitico il segno w per il numero arabo la forma e nell'ebraico il segno c (shin).

Il Sepher Yetzirah, alla shin, attribuisce il Fuoco e spesso in questa sede, abbiamo parlato di questo elemento come energia creativa che, a livello fisico è posseduto dall'uomo e dalla donna. A questo punto non sappiamo se sia solo un caso a volere che in ebraico il fuoco si dice esh, l'uomo ish e la donna ishà.

 

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