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Plotino in Enneadi III 9,4 s’interroga in questa maniera:

Come il molteplice deriva dall’Uno? Perché l’Uno è ovunque, né c’è luogo ov’esso non sia. Egli riempie tutto. Perciò esso riempie il molteplice, o meglio il Tutto. S’egli fosse soltanto ovunque, sarebbe il Tutto, ma poiché egli anche non è in nessun luogo, il Tutto diviene per lui, poiché egli è ovunque, ed è diverso da lui perché egli non è in alcun luogo. E perché egli non soltanto è ovunque, ma anche non è in nessun luogo? Perché è necessario che l’Uno sia prima del Tutto. È necessario che egli riempia e produca tutto, ma non sia il Tutto che egli produce.

Per Plotino, così concepito, il Tutto, vale a dire quanto non è Uno primo, appare come una realtà autonoma e sufficiente a se stessa; nessun vincolo sembra legarla ad una realtà assoluta poiché essa stessa sembrerebbe presentarsi con le caratteristiche di un assoluto. In questo, il nostro, si differenzia dalla dottrina eleatica dell’Uno. Ciò che diviene è irreale, non è, il movimento è soltanto l’increspamento che tocca l’onda alla superficie ma non la trasforma; l’Essere Uno non include ma esclude il molteplice in modo assoluto; per Plotino, al contrario, l’Uno non distrugge le distinzioni, né le distinzioni dissolvono l’Uno; il suo grande sforzo consiste nel voler salvare queste e quelle senza scavare nel reale alcuna soluzione di continuità".

In Enneadi V 4,4 il suo pensiero è assai esplicito:

Ciascuno dei punti successivi della linea è differente, ma la linea intera è continua. I suoi punti sono continuamente differenti, ma il punto anteriore non perisce in quello che segue.

Sembrerebbe, quindi, che quanto consegue da Uno e dalle altre due ipostasi Spirito e Anima sia della stessa natura di queste, il che introdurrebbe nel pensiero una antinomia radicale. Il problema viene in ogni caso brillantemente superato, come farà il Vedanta postulando la Maya, e la Qabalah il Velo.

In Enneadi VII 1,6 leggiamo:

La realtà che appare immediatamente ai nostri sensi è diveniente e fenomenica: muta e si trasforma incessantemente, nasce e muore, si svolge in un ritmo di opposizioni e non rimane mai identica a se stessa. La sua amarezza avvelena ad ogni istante la nostra esistenza e la fascia di terrori e di disperazione, mettendoci al cospetto dell’irrazionale e della morte. Se questa non è una realtà ma una illusione, come e perché essa emerge dal nulla di fronte a noi? E se è reale, come è possibile conciliarne l’irrazionalità con le divine eterne ipostasi? L’Uno, lo Spirito, l’Anima sono eterni, immutabili, indivisibili, sono al di là del tempo e dello spazio e non conoscono né il nascere né il morire. Non sembra perciò che il divenire sensibile derivi da essi.

Secondo Plotino quindi, il visibile, che nell’opinione dei molti rappresenta il vero essere, non esiste se non in relazione ad altro, ed ha la stessa consistenza dell’immagine. Le sensazioni non sono passioni dell’Anima, ma suoi atti, e non esigono perciò una causa produttrice esterna; esse emanano dall’Anima di cui sono proiezioni nell’esterno e n’esprimono la molteplice potenzialità. L’Anima giacché ultima ipostasi non ne genera una nuova; ma poiché essa è pur sempre potenza generatrice, si estrinseca in un mondo fenomenico e spaziale che ha consistenza nell’Anima che lo produce; e alla quale esso è sospeso. Questo mondo che noi chiamiamo materiale non sussiste dunque in se stesso, ma solo come espressione visibile di indefiniti centri di vita invisibili.

Quaggiù, per contro, anche il fondo che giace sotto le cose è infecondo e incapace di essere ente,… è un’ombra, anzi; e su di esso, ombra com’è anche l’apparizione fluttua, rapido schizzo di pittura (Enneadi VI,3,1)

Il Vedanta, procede nell’identica maniera, ma non postula ipostasi all’interno del Brahman Nirguna, poiché per quest’insegnamento esso è l’unico Reale tutto il resto è fenomeno e dipendenza, compresa la Maya che è l’emergenza di tutto.

Si legge nel Mandukyakarika di Guadapada allo sloka 108 e seguenti:

Maya, chiamata anche l’immanifesta, è il potere stesso del Braman Nirguna; essa è senza inizio ed, essendo la causa prima, è superiore a tutti gli effetti. Un intelletto chiaro può inferirla da questi effetti. Essa ha portato in oggettività l’universo intero.

Non si può dire di essa né che esista né che non esista, né che partecipi all’esistenza né alla non esistenza; non è né omogenea né eterogenea, né l’una né l’altra assieme. Non è composta di parti, né costituisce un tutto indivisibile, non è contemporaneamente né l’uno né l’altro. Essa supremo prodigio, sfugge ad ogni tipo di descrizione.

Per il Vedanta è Maya, generalmente definita agatana gatana patiiasi ciò che rende possibile l’impossibile, che fa apparire l’universo ai nostri sensi e sempre suo tramite che la mente tenta di interpretarne l’apparenza. Con il concetto di Maya, il Vedanta, non solo risolve l’eterno problema filosofico del soggetto-oggetto, ma ricollega concretamente il fenomeno al noumeno, il relativo all’assoluto, il visibile all’invisibile.

 

Indice

L'Assoluto La Tradizione Ebraica Plotino e il Vedanta

     La natura del Relativo Il Relativo nella Qabalah