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Affermare l’Assoluto è, nello stesso tempo, sostenere che egli non è nulla di ciò che noi possiamo concepire. Qualunque nozione di Assoluto dà luogo, quindi, ad un’antinomia fondamentale e sebbene Kant l'abbia esposta in tutta la sua acutezza, era già sostenuta implicitamente da tutte le dottrine esoteriche, da Platone sino a S. Tommaso.

Egli non è nulla di quanto potremmo concepire, però - nello stesso tempo - questa impossibilità ad indicarlo non significa una privazione di essere e di specificità, ma al contrario testimonia una certezza che supera tutte le nozioni d'essere e di natura. È in quest’accezione che bisogna intendere i termini Aïn, Brahman Nirguna, Uno che non conta, che la Qabalah, il Vedanta e Plotino hanno inteso come ultra-principio.

L’Assoluto è, e non si può aggiungergli altro, perché sostenere che l’Assoluto è questo o quello, significa che quell’Assoluto non è. Sostenere ancora che possa essere diverso da ciò che è, significa affermare che un dato è, e al contempo non è.

Per il solo fatto, però, che siamo costretti ad affermare l’Assoluto, bisogna pur ammettere che esso si rivela per mezzo di una qualche manifestazione. Ora ciò che obbliga a questa asserzione è il concetto di Realtà: è, quindi, tramite il principio più profondo, da dove scaturisce la Realtà, che caratterizza in una maniera meno imperfetta ciò che è la manifestazione dell’Assoluto.

Diversi insegnamenti codificano questo principio, ma pochissimi si preoccuparono di scoprire come l’influsso di questo principio trascendente possa essere assimilato dagli esseri creati, interamente sottomessi alle condizioni della relatività. L'Assoluto, così asseverato, dimora inaccessibile e sembra negare la possibilità di esistenza al relativo stesso: giacché se il Relativo è al di fuori dell'Assoluto, l'Assoluto non è più tale, vale a dire non include l'intero; e se il Relativo è compreso nell'Assoluto, non può esistere realmente in rapporto a lui. Emerge quindi un dilemma sostanziale. Può esistere il relativo di fronte all'Assoluto? O, che è poi la stessa cosa, di che natura è il relativo?

Questa raccolta non ha la pretesa né lo scopo di fornire una risposta universale a queste domande. Del resto, l’idea di un insegnamento dogmatico, uguale per tutti è assolutamente estraneo allo spirito della Massoneria. Ogni individuo differisce dal proprio simile per la sua struttura mentale, le proprie aspirazioni e per la gradazione dei propri bisogni. Presentare il problema, è l’unica occorrenza, presentarlo in modo che ognuno di noi sia messo nella condizione di scoprirne l’autenticità e di portarlo a soluzione secondo la verità inerente al proprio stato e di poterla esprimere nella maniera più consona.

Ecco allora, che quanto segue vuol solo dimostrare, questo sì, che il problema non era estraneo alla Qabalah e che contrariamente a quanto più volte affermato in questa sede o in altre, esso non solo era dibattuto nelle diverse accademie, da ricercatori isolati, o nelle pilpul cabaliste, ma che la soluzione dialettica procedeva di pari passo con un sistema pratico di conoscenza per identità (o Bittul ha Yesch) che andava a rimpiazzare, nel cabalista, il collettivo Kelàl Yisraèl. Che tale problema e relativa soluzione non interessa esclusivamente la Qabalah ma che l’insegnamento orientale del Vedanta e Plotino lo hanno evidenziato nell’identica maniera, e che ognuno di loro sembra essere il testimone degli altri.

 

Indice

L'Assoluto La Tradizione Ebraica Plotino e il Vedanta

     La natura del Relativo Il Relativo nella Qabalah