Prima Intenzione

Con l'assenso, quindi, dell'unico Dio e con il favore dei grandi Numi sotto la protezione dello stesso altissimo Principe, così incominciamo. Il più saggio degli Ebrei, presentando la perfezione dell'uomo e la conquista della cosa migliore che si possa ottenere in questo mondo, fa dire così alla sua amica: "MI SONO SEDUTA ALL'OMBRA DI COLUI CHE AVEVO DESIDERATO" (Cantico dei cantici, 2,3). Infatti questa nostra natura non è così grande da potere abitare, secondo la sua capacità, il campo stesso della verità. Infatti è stato detto: "L'uomo vivente è vanità, soltanto vanità". (Qoelet,1, 2). E ciò che è vero e buono è la prima e unica cosa. D'altronde come potrebbe accadere che ciò il cui essere non è propriamente vero e la cui essenza non è propriamente verità abbia in sé efficacia e atto di verità? Perciò a esso basta, ed è anche molto, che sieda all'ombra del bene e del vero. Non dico all'ombra del vero e del bene naturale e razionale (così infatti si direbbe male e falsamente), ma metafisico, ideale e sovrasostanziale; donde è reso partecipe di ciò che è bene e vero, secondo la sua facoltà, l'animo che, anche se non possiede tanto da essere l'immagine di quello, tuttavia è a immagine di quello; allora la trasparenza, che è l'anima stessa, delimitata dall'opacità, che è il corpo stesso, esperimenta nella mente dell'uomo qualcosa dell'immagine, finché approda a essa; ma nei sensi interni e nella ragione, nei quali ci volgiamo nella nostra vita animale, esperimenta l'ombra stessa.

 

 Seconda Intenzione

Io vorrei che tu, proprio in considerazione di ciò, ti ricordassi anche di tenere distinta l'ombra dalla proprietà delle tenebre. Infatti l'ombra non è tenebre, ma o traccia delle tenebre nella luce o traccia della luce nelle tenebre o partecipe della luce e delle tenebre o un composto di luce e di tenebre o un miscuglio di luce e di tenebre o nessuna delle due cose, separata dalla luce, dalle tenebre e da entrambe. E questo deriva o dal fatto che la verità non sia piena di luce o perché sia una luce falsa, oppure perché non sia né vera né falsa, ma traccia di ciò che è veramente o falsamente, eccetera. Perciò si tenga presente che l'ombra è traccia di luce, partecipe di luce, ma non piena luce.

 

Terza Intenzione

Inoltre, quando accade di cogliere una luce doppia, sia nell'ambito della sostanza, sia nell'ambito di quelle cose la cui consistenza è in relazione alla sostanza o nella sostanza (donde si assume come principio l'ombra secondo una duplice opposizione), bisogna che tu ricordi questo: la luce che è intorno alla sostanza, come ultima traccia di essa, parte dalla luce che è detta atto primo, e anche l'ombra che è intorno alla sostanza emana dall'ombra che, si dice, proviene dalla sostanza. Proprio essa è il primo soggetto che i nostri fisici chiamano anche materia prima: tutte le cose che partecipano a essa, non ricevendo una luce pura, si dice che sono e operano all'ombra della luce.

 

Quarta Intenzione

Conseguentemente non ti sfugga che, poiché l'ombra ha qualcosa dalla luce e qualcosa dalle tenebre, accade che qualcuno è sotto un'ombra duplice: evidentemente è l'ombra delle tenebre e (come dicono) della morte; e ciò si verifica quando le potenze superiori o s'infiacchiscono e si rilassano, o diventano sottoposte a quelle inferiori, finché l'animo rimane legato a una vita soltanto corporale e al senso. E poi è l'ombra della luce, cosa che si verifica quando le potenze inferiori sono sottoposte a quelle superiori rivolte a mete eterne e più eccellenti, come accade all'animo aggirantesi nei cieli, il quale con lo spirito soffoca gli eccitamenti della carne. Nel primo caso l'ombra si getta nelle tenebre, nel secondo l'ombra si getta nella luce. Invero nell'orizzonte della luce e delle tenebre nient'altro possiamo comprendere che l'ombra. Quest'ombra si trova nell'orizzonte del bene e del male, del vero e del falso; quest'ombra è proprio ciò che può essere reso buono e cattivo, falsato e conformato a verità, e che, tendendo in qua, si dice che sia sotto l'ombra di questo (cioè del male e del falso), ma che, tendendo in là, si dice che sia sotto l'ombra di quello (cioè del bene e del vero).

 

Quinta Intenzione

In proposito noi consideriamo sopratutto quelle ombre che sono obiettivi degli appetiti e della facoltà cognitiva, concepiti sotto l'aspetto del vero e del bene, che lentamente allontanandosi da quell'unità sovrasostanziale avanzano, attraverso una moltitudine crescente fino all'infinita moltitudine (per dirla alla maniera dei Pitagorici); queste ombre di quanto si separano dall'unità, di tanto si allontanano anche dalla verità stessa. Infatti, l'allontanamento avviene proprio dal sovraessenziale alle essenze, dalle essenze alle cose stesse che sono, da quelle alle tracce, alle immagini, ai simulacri e alle ombre: sia verso la materia, perché siano prodotte nel suo seno, sia verso il senso e la ragione, perché siano riconosciute attraverso la facoltà sensibile e razionale.

 

Sesta Intenzione

L'ombra si fonda sulla materia o natura, sulle cose naturali stesse, sul senso interno e esterno, come sul moto e sull'alterazione. Ma nell'intelletto, dato che la memoria consegue all'intelletto, è come in uno stato. Perciò quel saggio presenta la vergine soprannaturale e soprasensuale come una conoscenza raggiunta, che siede all'ombra di quel primo vero e bene desiderabile. La quale positura o stato, poiché non perdura molto nella vita naturale (infatti presto e all'istante le sensazioni ci assalgono e ci turbano, e proprio le nostre guide, i fantasmi, ci seducono circuendoci), quella positura è indicata dal tempo perfetto o dall'imperfetto, anziché dal tempo presente. Infatti, dice: mi sono seduta all'ombra o sedevo.

 

Settima Intenzione

Ma poiché in tutte le cose c'è una connessione ordinata, in modo che i corpi inferiori succedono a quelli mediani e questi ai superiori, allora i corpi composti si uniscono ai semplici e quelli semplici ai più semplici, quelli materiali si accostano agli spirituali e quelli spirituali a loro volta a quelli immateriali, sicché uno solo è il corpo dell'Ente universale, uno solo l'ordine, uno solo il governo, uno solo il principio e una sola la fine, uno solo il primo e uno solo l'ultimo. E poiché è data (come non ignorarono i più autorevoli tra i Platonici) una migrazione continua dalla luce alle tenebre (quando alcune menti, attraverso una conversione alla materia e una digressione dall'atto, si sottopongono alla natura e al fato), niente impedisce che al suono della cetra universale di Apollo le cose poste in basso a poco a poco siano richiamate a quelle alte, e quelle più basse attraverso le mediane si accostino alla natura delle superiori: come anche dalla sensazione risulta chiaro che la terra si trasforma per rarefazione in acqua, l'acqua in aria, l'aria in fuoco, come pure per condensazione il fuoco si trasforma in aria, l'aria in acqua, l'acqua in terra. Così in generale vediamo in quelle cose che mutano che il moto confina sempre con lo stato e lo stato con il moto. Che poi ciò esiste sempre e si verifica anche in cielo, ottimamente lo hanno considerato alcuni dei Peripatetici; proprio perché dicono che il cielo stesso ha l'atto misto con la potenza (per quanto anche altri siano i modi di questa commistione), intendono che il suo moto è, alla fine, rivolto verso il passato e, al principio, verso il futuro. Quindi, qualunque cosa sia la discesa da un'altra specie, della quale potrebbero giudicare i Teologi con la loro sapienza, dobbiamo assolutamente sforzarci - avendo davanti agli occhi, secondo le eccelse operazioni dell'animo, la scala della natura - di tendere sempre, attraverso operazioni intrinseche, dal moto e dalla moltitudine allo stato e all'unità; quando eseguiremo ciò secondo la nostra facoltà, anche secondo la facoltà ci conformeremo alle opere divine, ammirate da tutti. A ciò stesso ci confortino e esortino il vincolo prestabilito delle cose e le conseguenti connessioni. Invero gli antichi seppero e insegnarono come giovi il trascorrere dell'uomo che ascende dai molti individui alla specie e dalle molte specie a un solo genere; inoltre, come poi l'infima delle intelligenze attraverso tutte le forme comprenda le specie distintamente, e le intelligenze inferiori concepiscano distintamente tutte le specie attraverso più numerose e molte forme stesse, mentre quelle superiori attraverso un numero minore di forme, la suprema attraverso una sola e quella cosa che è sopra ogni cosa comprenda senza bisogno di qualche forma. E inoltre, se gli antichi seppero come giovi la memoria, procedendo da molte specie ricordabili a una sola specie di molte cose ricordabili, certamente però questo non lo insegnarono.

 

Ottava Intenzione

In verità la cosa vicina inferiore è spinta dalla stretta somiglianza alla cosa più vicina superiore attraverso alcuni gradi; certamente, una volta conseguiti tutti questi gradi, ormai dovrà essere considerata non simile, ma identica a quella. Invero come ciò avvenga, lo apprendiamo proprio per mezzo del fuoco, che non attrae l'acqua se non assimilata in calore rarefatto. Perciò attraverso una comune somiglianza si verifica l'accostamento dalle ombre alle tracce, dalle tracce alle immagini speculari, da queste a altre cose.

 

Nona Intenzione

Ma, poiché ciò che è simile al simile è anche simile ai simili a esso medesimo sia per salita sia per discesa sia per ampiezza, da qui accade che (entro i suoi limiti) la natura può fare tutte le cose da tutte e l'intelletto o ragione può conoscere tutte le cose da tutte. Come la materia-dico-è modellata in tutte le forme da tutte le cose, anche l'intelletto passivo (come lo chiamano) può essere modellato in tutte le forme da tutte le cose, così, anche la memoria in tutte le cose ricordabili da tutte le cose, poiché ogni simile è fatto dal simile, ogni simile è conosciuto dal simile, ogni simile è contenuto dal simile. A sua volta il simile lontano tende al suo simile distante attraverso il simile mediano e vicino a esso. Da qui la materia, spogliata della forma dell'erba, non immediatamente assume la forma di questo animale, ma attraverso le forme mediane di chilo, sangue e seme. Di conseguenza, chi conoscerà i medi connessi agli estremi, potrà ricavare e naturalmente e razionalmente tutte le cose da tutte.

 

Decima Intenzione

Del resto, quella somiglianza che scorre in modo eguale e che finisce per identificarsi con l'uniformità (ciò che diciamo equiparazione) ritienila inutile e non giovevole, nel senso proposto delle altre operazioni, sia in riferimento alle sensazioni interne sia alle esterne. Infatti in un'uniformità di calore accade che tu non avverta l'affezione, né se l'affezione è simile, né se l'affezione consiste in un grado inferiore a quella somiglianza (di scorrimento). Avvertirai invece solo quella somiglianza che supera la somiglianza già presente nel soggetto sensitivo. Da qui potrai prevedere di quale somiglianza tu debba in pratica tenere conto, affinché le cose cercate dagli adepti non trovino impedimento al loro realizzarsi.

 

Undicesima Intenzione

Considera che questo mondo corporeo non avrebbe potuto essere bello, se le sue parti risultassero del tutto simili. Perciò la bellezza delle parti si manifesta nella connessione di vari elementi e la bellezza del tutto consiste nella varietà stessa. Segue da ciò che la visione umbratile di una cosa è la più imperfetta delle visioni, poiché, mentre l'immagine mostra le cose con varietà, l'ombra presenta quasi senza varietà ciò che è all'interno dei contorni di una figura esterna, contorni per altro massimamente falsati. Questo direi per ciò che riguarda l'ombra come ombra: non certo quale l'assumiamo nel proposito.

 

Dodicesima Intenzione

Il vero Caos di Anassagora è una varietà senza ordine. Proprio così come nella varietà stessa delle cose distinguiamo un ordine meraviglioso, che, instaurando una connessione degli elementi sommi con gli infimi e degli infimi con i sommi, fa concorrere tutte le parti insieme a costituire il bellissimo aspetto di un solo grande essere animato (qual è il mondo), poiché tanta diversità richiede tanto ordine e un così grande ordine tanta diversità. Non ci può essere, infatti, nessun ordine dove non risulti alcuna diversità. Perciò non è lecito intendere il primo principio né ordinato né in un ordine.

 

Tredicesima Intenzione

Certamente, se una concordia pressoché indissolubile connette le estremità finali dei primi elementi agli inizi dei secondi e unisce il calcagno di quelli che precedono alle teste di quelli che seguono immediatamente, tu sarai capace di abbracciare con la mente quell'aurea catena che si forma sempre tesa dal cielo alla terra; così pure, come puoi avere fatto una discesa dal cielo, facilmente potrai ritornare al cielo per una salita ordinata. Possiamo sperimentare un grande sollievo della memoria con questa connessione artificiale, la quale vale anche a presentare ordinate le cose che a loro volta di per sé non mantengono affatto la successione della memoria. Proprio questo si manifesta nel carme seguente: in esso, comprendendosi che l'Ariete avanza contro il Toro e questo, mosso da un diverso genere di azione, avanza contro i Gemelli e, poi, questi, mossi da una diversa e conseguente azione, si portano nel Cancro e, similmente, si verifica a turno negli altri segni zodiacali, accadrà che dalla vista di uno ci guadagneremo l'incontro dell'altro che segue immediatamente.

 

Il capo del gregge, levatosi in ira su due piedi,

con impetuosa fronte ferisce il re dell'armento.

Donde vìndice, fuori di senno, spintosi il TORO assale

con sfrenato colpo i fratelli GEMELLI.

Subito le onde accolgono i fratelli giovani parenti.

Il CANCRO si dirige ai rugiadosi prati.

Repente in moto obliquo il Cancro, alunno delle onde,

s'accosta al fiero volto del villoso LEONE.

Perciò irritato s'alza il Leone sulle spalle crinite,

onde vagante è apparsa alla rapace fiera la VERGINE.

L'assale: ella fugge e folle con fugace passo

s'imbatte nell'uomo che BILANCIA con un piatto persiano.

Questi arde d'amore, e mentre incalza in cupidi abbracci,

lo ferisce l'adunco pungiglione del duro VERME.

Mentre, temendo la morte, ricorre alle mediche arti,

avverte che dietro s'accosta un SAGITTARIO.

Questi, offeso per la vergine che crede violentata,

con il dardo, con cui assale costui, ecco ferisce il CAPRO.

Appena di malanimo avverte confitto il ferro,

fugge precipitoso alle rapide ACQUE.

Così il capro infelice, trascinato dal gorgo delle acque,

è dato come insolita esca agli immersi PESCI.

 

Quattordicesima Intenzione

Invero l'ascesa che avviene per elementi connessi e concatenati, a proposito delle ombre ideali, non è tramite una catena continua di anelli simili, come s'intende dalle cose dette ultimamente e da quelle che saranno enunciate in seguito. Né l'anello di questa catena deve essere l'ombra sotto cui s'intende che dorme il Leviatan: non dico dunque l'ombra che allontana dalla luce, ma che conduce alla luce, la quale, per quanto non sia verità, tuttavia deriva dalla verità e porta alla verità; e perciò non devi credere che in essa ci sia l'errore, ma il nascondiglio del vero.

 

Quindicesima Intenzione

Perciò cerca assolutamente di non incappare, confondendo il significato delle ombre per un'occulta omonimia, in questo genere di stoltezza, cioè di pensare, ragionare e giudicare senza discernimento intorno alle ombre; infatti quell'ombra, che le altre ombre proteggono (per la quale si dice: "Le ombre proteggono la sua ombra"), si oppone a quella che si eleva al di sopra dell'altezza dei corpi al confine delle intelligenze, per la quale si dice: "La sua ombra coprì i monti". Da essa sono tratte e emanano quelle cose che producono in noi intelligenza e memoria, e in essa infine terminano quelle che salgono verso la luce. Questa ombra, o una simile a questa, l'hanno figurata coloro che sono detti Cabalisti, poiché il velo, che era allegoricamente o figurativamente sul volto di Mosè (Esodo, 34, 33-35), ma figuratamente sul volto della legge, non mirava a ingannare, ma a spingere avanti ordinatamente gli occhi degli uomini, nei quali si provoca una lesione nel caso che all'improvviso passino dalle tenebre alla luce. E infatti la natura non sopporta un progresso immediato da uno degli estremi all'altro, ma con la mediazione delle ombre e con la luce adombrata gradualmente. Parecchi hanno perso la naturale capacità della vista, avanzando repentinamente dalle tenebre alla luce: fino a tal punto essi sono lontano dal raggiungere l'obiettivo ricercato. Perciò l'ombra prepara la vista alla luce, l'ombra tempera la luce, per mezzo dell'ombra la divinità tempera e propina le apparenze che anticipano le cose all'occhio, avvolto da caligine, dell'anima che è affamata e assetata. Perciò riconosci quelle ombre che non estinguono, ma conservano e custodiscono la luce in noi, e per le quali siamo avviati e condotti all'intelligenza e alla memoria.

 

Sedicesima Intenzione

A suo modo, il Teologo ha detto: "Se non crederete, non comprenderete", e a loro modo i filosofi confermano che bisogna conquistare le scienze sulla base di quelle ipotesi e di quei presupposti nei quali si dice di confidare (questa fede presso i Pitagorici era intorno alle cose non dimostrate, presso i Peripatetici intorno a quelle non dimostrabili, presso i Platonici intorno a entrambe); e da quelle cose che si fondano sulla virtù, sull'origine e su una certa implicazione dobbiamo procedere con un corso sia naturale sia razionale alla spiegazione delle forme. La natura dà immagini involute prima di presentarcele chiare; similmente fa Dio, similmente anche le arti che perseguono un ordine divino e naturale per dignità. Ma se ad alcuni sembra arduo esercitarsi sulle ombre per il sospetto che sia vano attendersi da esse un accesso alla luce, sappiano che tale difetto non deriva dalle ombre; sappiano anche preparare adeguatamente o tenere celato ciò che non si potrebbe cogliere nudo.

 

Diciassettesima Intenzione

Riguardo alle ombre fisiche, ve ne sono che derivano dagli alberi e dalle erbe, che fugano i serpenti e accolgono animali più docili, e ve ne sono anche contrarie a esse. Ma riguardo alle ombre ideali (nel caso siano veramente ideali), poiché tutte si rapportano all'intelletto e al senso interiore purificato, non ve ne sono che non facciano ottimamente da guida, se avviene tramite esse un'ascesa e non si dorme sotto esse medesime.

 

Diciottesima Intenzione

Non dormirai se dall'osservazione delle ombre fisiche procederai a una considerazione proporzionale delle ombre ideali. Quando un corpo allontanato dai nostri occhi si avvicina alla luce distante, la sua ombra si accorcia ai nostri occhi; ma se quel corpo stesso si allontana di più dalla luce, l'ombra emessa da esso diventa maggiore ed è arrecato alla vista un ostacolo maggiore.

 

Diciannovesima Intenzione

L'ombra diventa più penetrabile alla vista per una maggiore intensità della luce e densità del corpo: è resa più delineata - ripeto - e più definita, cosa che dipende dal fatto che imita il corpo in densità e rarità, continuità e discontinuità. Ma in vero tale imitazione è svelata per mezzo del corpo.

 

Ventesima Intenzione

L'ombra segue contemporaneamente il moto del corpo e della luce. Il corpo si muove? L'ombra si muove. La luce si muove? L'ombra si muove. Si muovono l'uno e l'altra? L'ombra si muove. Contro le norme fisiche il medesimo soggetto (intendo il soggetto del moto) è sottoposto a spostamenti diversi e contrari. E perché? Forse che l'ombra non segue necessariamente il moto del corpo verso la luce e il moto della luce verso il corpo? Forse che questa necessità è eliminata dal movimento concorde di entrambi [corpo e luce], quando si sposteranno in direzioni opposte? Inoltre fa' attenzione al modo in cui l'ombra al moto della luce si muove quasi fuggendo, invece quasi seguendo al moto del corpo; pertanto non sembra essere implicata la contrarietà, ma la concordanza nella fuga dell'una e nella scorta dell'altro opposto e contrario. Del resto tu stesso indaga e rifletti come avvenga in queste e nelle altre cose proporzionalmente: infatti per opera nostra la cosa è rivelata, più di quanto basta, a coloro che volgeranno l'attenzione a queste e altre cose.

 

Ventunesima Intenzione

Non ti sfugga infine la simiglianza delle ombre con le idee; infatti sia le ombre sia anche le idee non sono contrarie dei contrari. In questo genere attraverso una sola specie si conosce il bello e il turpe, il conveniente e lo sconveniente, il perfetto e l'imperfetto, il bene e il male. Infatti il male, l'imperfetto e il turpe non hanno idee proprie con cui siano conosciuti; poiché tuttavia si dice che sono conosciuti e non sono ignorati e quanto è conosciuto intelligibilmente lo è attraverso le idee, allora il male, l'imperfetto e il turpe vengono conosciuti in una specie altrui, non nella propria, che non esiste affatto. Infatti quel che è a essi proprio, è un non-ente nell'ente o (per dirla più chiaramente) un difetto nell'effetto.

 

Ventiduesima Intenzione

Se chiami l'ombra accidente del corpo da cui è proiettata hai l'accidente del solo soggetto da cui eventualmente si separa o cui ritorna, o secondo la medesima specie o secondo il medesimo numero. Se stabilirai che essa sia accidente di quel soggetto su cui è proiettata, ormai la considererai accidente separabile da un solo soggetto, tanto che, identico per numero, percorra diversi soggetti; come quando per il moto della luce o del cavallo l'ombra equina, che veniva proiettata sulla pietra, ora è proiettata sul legno. Ciò è contro la proprietà fisica dell'accidente, a meno che tu non ti getti in braccio a Scilla dicendo che l'ombra non è accidente. Inoltre, che diciamo delle ombre ideali? Potresti ben intendere che esse non sono né sostanze né accidenti, ma una certa nozione di sostanza e di accidente. Se a qualcuno piacerà dire che esse sono accidenti dell'animo e della ragione, mostrerà, dicendolo, inesperienza; infatti non sono atteggiamenti né disposizioni né facoltà innate o aggiunte, ma da esse e per esse sono prodotte e esistono alcune disposizioni, atteggiamenti e facoltà. Infatti, se si esaminano rettamente, la sostanza e l'accidente non dividono tutto quanto si dice che sia per l'universo, come solitamente supponiamo. Questa considerazione vale non poco per farsi una conoscenza razionale delle ombre.

 

Ventitreesima Intenzione

L'ombra non è soggetta al tempo, ma al tempo di questa, non al luogo, ma al luogo di questa, non al moto, ma al moto di questa. Similmente bisogna intendere riguardo agli opposti. Perciò è astratta da ogni verità, ma non è senza essa e non rende incapaci di raggiungerla (nel caso sia un'ombra ideale): infatti fa concepire i contrari e i diversi, pur essendo una sola cosa. Infatti niente è il contrario dell'ombra, e precisamente né la tenebra né la luce. Perciò l'uomo si rifugiò all'ombra dell'albero della scienza per la conoscenza della tenebra e della luce, del vero e del falso, del bene e del male, quando Dio gli chiese: "Adamo, dove sei?" (Genesi, 3, 9).

 

Ventiquattresima Intenzione

Non bisogna neanche tralasciare di considerare che un solo corpo opaco, opposto a due o più sorgenti di luce, proietta due o più ombre. Perciò capisci in che modo e in virtù di che l'ombra segue il corpo e in che modo e in virtù di che segua insieme la luce; e considera come una luce molteplice produca un'ombra molteplice da un solo corpo e come innumerevoli luci producano innumerevoli ombre, anche se non appaiono in modo sensibile. Perciò l'ombra segue la luce in un modo, sebbene sembra che la fugga in un altro modo.

 

Venticinquesima Intenzione

Né ti sfugga che l'ombra, affinché fugga la luce, simula una quantità di corpo; e soltanto in una precisa e unica distanza, luogo e disposizione, secondo la lunghezza e larghezza uguale al corpo, l'ombra è prodotta dalla luce opposta in modo che nulla sembra fuggire la stessa luce più che insinuare una quantità di corpo attraverso l'ombra. Infatti il sole in alcuni luoghi non rende mai l'ombra uguale al corpo, invece in altri più raramente e per un po' di tempo.

 

Ventiseiesima Intenzione

Nel caso che la grandezza di un corpo opaco superi la grandezza di un corpo lucido, produce un cono d'ombra sul corpo, ma proietta la base a un'infinita o indeterminata distanza. Ma nel caso che la grandezza della luce superi la grandezza di un corpo opaco, allora produce una base di ombra sul corpo, ma determinerà un cono nella sua proiezione al di fuori del corpo stesso a tale e tanta distanza per quanta misura proporzionale la grandezza del corpo lucido risulta ottenere al di sopra della grandezza del corpo opaco. Di qui, l'ombra che il corpo lucido della luna producesse dalla terra nella parte opposta (posto che il sole sia lontano dall'emisfero inferiore) avrebbe per cono un preciso margine della terra, ma la base di essa al di fuori della terra, quasi crescendo all'infinito, non sarebbe determinabile. Invece l'ombra che il corpo del sole produce dalla terra ha determinati limiti della terra per base, ma il cono non tocca la sfera di Mercurio stesso. Similmente ormai giudicherai delle idee e delle loro ombre.

 

Ventisettesima Intenzione

Di conseguenza, nota come dalla luce e dalla tenebra (infatti chiamo tenebra la densità del corpo) nasce l'ombra, di cui la luce è padre e la tenebra è madre: e essa non ha luogo se non in presenza di questa e di quello, e segue la luce in modo da fuggirla, come se si vergognasse di presentare al padre l'aspetto stesso della madre, per dimostrare almeno con il pudore la sua regale progenie, come i nobili per nascita che, non potendo mostrare la nobiltà con il proprio comportamento, la dimostrano abbastanza con il pudore stesso del proprio comportamento. Da qui, crescendo la luce, si attenua l'ombra, che si dilata se la luce si contrae; se questa medesima circonda tutto il corpo, l'ombra fugge.

 

Ventottesima Intenzione

Come dallo gnomone posto perpendicolarmente sopra un piano tra Arcton [l'Orsa Maggiore] e l'occhio, dall'ombra immaginabile traiamo una linea meridiana e infallibilmente molte altre differenze di tempi, che nel notturno cerchio delle stelle polari portano alle differenze delle parti del circolo, che sono manifestate attraverso i numeri dalla linea tesa verso la circonferenza di quello; così anche le ombre ideali attraverso i corpi fisici potranno manifestarti le proprietà e le differenze delle cose per innumerevoli idee.

 

Ventinovesima Intenzione

E come il sole emana sei differenze fondamentali di ombre; una, quando, sorgendo, proietta l'ombra del corpo verso occidente; una seconda, quando, tramontando, la estende verso oriente; una terza a mezzogiorno e nella latitudine australe la estende verso Borea; una quarta, nella latitudine settentrionale verso Austro; una quinta, se non ammette alcuna latitudine: dalla "zona" del cielo (così la chiamano) stendendo i raggi perpendicolari, produce l'ombra della terra verso il suo nadìr; di poi, dall'antipodo stesso dell'altro emisfero espanderà verso l'auge un'ombra che dovrà attenuarsi proprio avanzando; così per noi che ci troviamo nell'orizzonte della natura e nella sua equilibrata e retta sfera, sotto l'equinoziale del senso o sotto l'equidiale dell'intelletto, si formano sotto le idee eterne sei differenze di ombre, dalle quali possiamo ricevere ogni tipo di conversione verso la luce.

 

Trentesima Intenzione

Ma come comprendi che tutte le differenze delle ombre si possono infine ricondurre a sei fondamentali, nondimeno devi sapere che tutte infine dovrebbero essere ridotte a una sola fecondissima e a una generalissima fonte delle altre. Nel nostro proposito - ripeto - una sola può essere l'ombra di tutte le idee, che accresce, giudica e presenta tutte le altre con l'addizione, la sottrazione e l'alterazione generalmente dette, come nell'arte materialmente per mezzo del sostantivo soggetto, formalmente poi per mezzo dell'aggettivo, che accolgono in se stessi gli elementi che alterano, traspongono e universalmente diversificano. Una certa analogia, infatti, ammettono la metafisica, la logica e la fisica, cioè le cose prenaturali, naturali e razionali, come verità, immagine e ombra. D'altra parte l'idea nella mente divina è in atto totale simultaneamente compiuto e unico; nelle intelligenze le idee sussistono con atti discreti; nel cielo sussistono in una potenza attiva molteplice e successiva; nella natura a modo di traccia come per un'impressione; nell'intenzione razionale a modo di ombra. Ecco l'esempio di una sola idea, la quale ha in atto infinite differenze delle cose, e di una sola ombra nella possibilità d'infinite differenze. La linea orizzontale A B riceve la linea C D, che cade perpendicolarmente e forma due angoli retti. Ora, nel caso che la linea perpendicolare s'inclini verso B, renderà l'angolo da una parte acuto, ma dall'altra ottuso. Inclinata sempre più in E, F, G, H, I, K e così via, darà gli angoli più acuti di qua e più ottusi di là. [...] Così risulta chiaro come nella possibilità di quelle due linee rette ci siano infinite differenze di angoli acuti e ottusi. Questa possibilità non differisce dall'atto nella prima causa, la quale e nella quale è tutto ciò che può essere, dal momento che essere e potere s'identificano in essa. Pertanto nel punto D stesso le differenze degli angoli sono nello stesso tempo infinite e una sola cosa. Nel motore celeste è in potenza attiva, come nella mano che può muoversi al punto E, F, G e altri innumerevoli, tuttavia non si muove; nel cielo, come in un misto di attivo e passivo, come nella linea C D che può muoversi per formare questo e quell'angolo; appunto in base a molte ragioni i Peripatetici comprendono che il cielo ha l'atto misto alla potenza. Nei movimenti conseguenti e nella materia è in potenza passiva, significata per il punto D, che accoglie le innumerevoli differenze di angolo acuto e di angolo ottuso attraverso il modo di essere nella materia e nell'efficiente, e il modo che partecipa dell'atto e della potenza, come appare chiaramente. Ciò che abbiamo detto delle differenze degli angoli riferiscilo alle differenze delle specie, che si dice sono come numeri. Per cui è chiaro che qualsivoglia cosa si può raffigurare in tutte le cose e per mezzo di tutte le cose.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Le Ombre delle Idee

Preambolo e DedicaA Merlino Preliminare Dialogo Apologetico

▪ Trenta Intenzioni ▪  Trenta Concetti

Indice Giordano Bruno



Musica: "Vinum bono et soave" (Carmina Burana  secolo XIII)