[…] Può accadere che l'interpretazione convenzionale di un evento storico venga a stridere di fronte a fatti che mal s'accordano al modello accettato. Ed è proprio questo genere di dissonanze storiche che, talvolta, aiutano a indovinare una nuova verità dietro il volto convenzionale della storia [...]

Il documento che presentiamo ai nostri Ospiti, per la consultazione e lo studio, è opera d'ingegno di Christopher Knight e Robert Lomas e costituisce l'ottavo capitolo del testo "La Chiave di Hiram", adattato per la presentazione web.

L'Ospite interessato può consultarne la scheda nella sezione dedicata "I Testi che Leggiamo"

 

  La Chiave di Hiram

 

Lo scritto costituisce un opera della maestria degli autori. Il suo contenuto non riflette di necessità  il punto di vista della Loggia o del G.O.I.

Ogni diritto è riconosciuto.

  Il tuo browser non supporta il tag embed per questo motivo non senti alcuna musica

 

La scoperta di Hiram Abif

[…] Può accadere che l'interpretazione convenzionale di un evento storico venga a stridere di fronte a fatti che mal s'accordano al modello accettato. Ed è proprio questo genere di dissonanze storiche che, talvolta, aiutano a indovinare una nuova verità dietro il volto convenzionale della storia. Fu appunto una dissonanza a indirizzare la nostra attenzione al periodo dell'occupazione dell'Egitto da parte degli Hyksôs. Oggi gli egittologi definiscono quest'epoca «secondo periodo intermedio» (ca. 1780-1570 a.C.), compreso tra il Medio e il Nuovo Regno. L'invasione degli Hyksôs fu un evento che spezzò il normale progresso della storia egizia, quel genere di sciagure che poche ci-viltà riescono a superare. In tale occasione il popolo egizio dimostrò non soltanto di saper reagire alla catastrofe, ma addirittura di saperne trarre vantaggio, raggiungendo grandi altezze a dispetto della totale eclissi della monarchia tradizionale e del predominio, durato sei generazioni, di quel gruppo di conquistatori stranieri romanticamente definiti i «re pastori». Un fitto velo di mistero ammantava questo importante avvenimento [...].

 

Se mai poteva esservi un collegamento tra gli egizi e gli ebrei vissuti nel I secolo d.C., questo andava ricercato nella vicenda di Mosè, fondatore della nazione ebraica, adottato in tenera età dalla casa reale egizia […].

 

I riferimenti a Hiram Abif e all'Antico Testamento contenuti nel rituale massonico del terzo grado, che conferisce al candidato il titolo di maestro massone, lasciano alquanto sconcertati. Il maestro venerabile, nel presentare per la prima volta questo antico personaggio, esordisce con le seguenti parole:

La morte non è più temibile della macchia della falsità e del disonore. Di tale grande verità gli annali della massoneria offrono un glorioso esempio nella fedeltà incrollabile e nella prematura scomparsa del nostro grande maestro Hiram Abif, che lasciò questo mondo poco prima di terminare la costruzione del tempio di re Salomone, di cui era, come certo saprete, maestro architetto”.

Il venerabile, quindi, dà per scontato che un adepto colto possieda già una certa dimestichezza con questo personaggio, presumibilmente in virtù degli studi biblici. […] I tentativi di mettere in rapporto la figura di Hiram, re di Tiro, che per l'edificazione del tempio mise a disposizione manodopera e legname di cedro, con quella dell'artefice sono da ritenersi falliti, nonostante l'omonimia. Come tutti i fratelli di nostra conoscenza, anche noi prendiamo per buona l'esistenza dell'eroe massonico, a dispetto del silenzio osservato dalla Bibbia intorno a un suo eventuale contributo alla costruzione del santuario.

E fuor di discussione che gli autori del libro dei Re non avrebbero omesso dalla narrazione la figura chiave del maestro, addirittura vittima di un omicidio, se ne avessero conosciuto il nome. Pertanto ci venne fatto di pensare che egli fosse una creazione postuma, forse rappresentante un altro personaggio importante, il cui ruolo fu minimizzato per non ingarbugliare il filo del racconto. L'unica spiegazione plausibile, del nome dato all'eroe massonico, era che «Hiram» provenisse dall'ebraico «nobile» o «reale» e «Abif» dal francese antico «perduto», nel qual caso l'intera espressione significherebbe «il sovrano perduto». […]

 

Ma ecco che lo stesso Hiram Abif ci si presentò incontro, riemergendo dalla notte dei tempi!

Immersi in uno studio accurato e approfondito, che mai avremmo potuto figurarci, e quindi al corrente di numerosi dettagli relativi alla civiltà egizia, cominciammo a discernere una potenziale interpretazione risolutiva del principale mistero libero muratorio. Il nostro obiettivo prioritario era scoprire come gli israeliti fossero riusciti a entrare in possesso degli straordinari misteri della cerimonia che a nostro avviso rappresentava il nucleo aureo del processo di intronizzazione dei sovrani egizi incentrato su una «morte temporanea» e sulla conseguente resurrezione del candidato.

Il punto di partenza per giustificare tale connessione fu tra i più elementari. Nel narrare le vicende di alcune figure di rilievo profondamente legate all'Egitto, quali Abramo, Giacobbe, Isacco, Giuseppe e Mosè, la Bibbia stessa riconosce a chiare lettere l'importanza rivestita da questa nazione nella storia ebraica. Gli ultimi due personaggi, in specie, appartennero entrambi alla corte sovrana egizia, in epoche evidentemente diverse. Se il quadro tracciato negli ultimi capitoli della Genesi rivela rapporti di tolleranza e di cooperazione tra egizi e protoisraeliti, il libro dell'Esodo, per converso, dipinge una situazione di grave dissapore reciproco. Le ragioni di tale subitaneo cambiamento andarono via via configurandosi ai nostri occhi con il progredire degli studi del periodo dei cosiddetti re hyksôs. Fu qui che Hiram Abif emerse quale personaggio chiave dell'intera vicenda.

 

La disfatta dell'antico stato egizio

Il periodo più cupo della storia della nazione egizia si fa risalire al finire dell'età media del bronzo, nel tardo III millennio a.C., quando l'Egitto si avviò verso un'epoca di ininterrotto declino, contraddistinta dall'avvicendarsi di governi deboli e dalla crisi sociale. Genti straniere provenienti dal deserto si sparsero sull'intero territorio, furti e saccheggi divennero episodi all'ordine del giorno e allo stile di vita disteso e aperto degli egizi si sostituirono un senso di sfiducia e la tendenza a fare affidamento, per avere garantita una certa sicurezza, non più sullo stato ma su risorse proprie. Via via lo spirito e il vigore che avevano reso grande l'Egitto andarono logorandosi, rendendo il paese un'ottima preda dinanzi agli sguardi famelici degli stranieri. L'invasione fu l'inevitabile contraccolpo. Il popolo egizio cadde nelle mani degli Hyksôs, però, non già per un'improvvisa irruzione di questi dalle acque del Nilo, bensì in seguito a un sottile processo di infiltrazione, impercettibile e prolungato, che consentì loro di afferrare, infine, le redini del potere sulle due terre. Questa graduale perdita di vigore nazionale è stata racchiusa entro confini storici ben precisi, in un'epoca definita, come abbiamo appena visto, «secondo periodo intermedio» che si colloca al termine di una lunghissima fase della storia egizia nota come Medio Regno.

Fu appurato che con il vocabolo hyksôs non s'intendevano tanto i «re pastori», quanto piuttosto, per la derivazione dall'espressione egizia Heq'ew-e'sòwe, «i principi del deserto» [in realtà con il termine si intenderebbero più specificamente, i “sovrani delle montagne” o “sovrani dei paesi stranieri” N.d.T.] una popolazione asiatica mista, composta per la gran parte da Semiti, giunta dalla Siria e dalla Palestina. Le mire conquistatrici degli Hyksôs suscitarono fenomeni di resistenza da parte degli egizi, che videro i propri templi distrutti e alcune tra le città più riottose alla cooperazione date alle fiamme. Il culmine dello scontro fu il saccheggio totale della capitale Menfi, avvenuto attorno al 1720 a.C.

In un primo tempo gli Hyksôs, alieni alla nozione di Mé’ ‘e (1), repressero senza pietà qualsiasi loro oppositore. Pare però che, una volta impadronitisi del potere, la loro amministrazione non fu affatto opprimente e che, al contrario, essi favorirono un'ampia collaborazione con le autorità egizie. Nel XVIII secolo a.C. il loro dominio giunse a comprendere le terre dell'Alto Egitto.

 

Provenienti in gran parte dai territori degli odierni stati di Israele e Siria, gli Hyksôs parlavano tutti la stessa lingua semitica occidentale, al pari dei futuri israeliti. Venne, quindi, da chiedersi se per caso essi non fossero ebrei. Non potevano esserlo certo nell'accezione piena del termine, giacché a quei tempi il concetto di giudaismo era ancora sconosciuto. Le tribù nomadi sparpagliate qua e là, i cui componenti erano detti dagli egizi Habiru (ebrei), erano costituite da una schiatta di asiatici semitici, che parlavano la stessa lingua senza tuttavia formare una razza a sé stante. Merita comunque credito l'ipotesi che, in prosieguo di tempo, gli Hyksôs/Habiru siano andati a costituire una parte sostanziale di quella compagine cooperativa che furono le tribù di Israele e, infine, gli ebrei. Svariate sono le ragioni che ci spingono a credere in una discendenza diretta di costoro dagli Hyksôs, non ultimo il fatto che il primo accenno biblico al popolo ebraico coincide esattamente con l'epoca in cui gli egizi scacciarono gli invasori dalle loro terre, spingendoli verso... Gerusalemme!

In base a recenti scoperte geologiche la desertificazione della maggior parte del Medio Oriente sarebbe un fenomeno relativamente recente e il territorio che circondava l'Egitto sarebbe stato fino a cinque o seimila anni fa una zona ben più verde e fertile.

Il secondo millennio a.C. segna l'inizio di un alternarsi di periodi caratterizzati da variazioni climatiche improvvise e drammatiche, durante i quali la siccità divenne un problema stagionale su tutte le terre del Vicino Oriente. Fedeli ai princìpi di Mé’ ‘e, gli egizi offrivano ai nomadi habiru acqua in abbondanza e pascoli per il bestiame ogniqualvolta le condizioni dei territori distanti dal delta del Nilo si facevano insostenibili. Il Genesi (XII,10) ci fornisce a riguardo un esempio illuminante:

Venne una carestia nel paese e Abram scese in Egitto per soggiornarvi, perché la carestia gravava sul paese”.

Nel periodo di declino della società egizia l'afflusso di queste popolazioni asiatiche, assetate dalla siccità, sfuggì al controllo delle autorità al punto tale che esse cominciarono a infiltrarsi in gran numero, senza essere più ricacciate una volta appagate le proprie necessità. Nell'Egitto rimasto privo di una politica sull'immigrazione, oramai straripante di nomadi, confluivano anche genti più evolute, alle quali non sfuggì l'opportunità di avvantaggiarsi dello stato di confusione generale in cui versava il paese. Questi Hyksôs sedentari di origine semitica erano assai più bellicosi degli egizi, che invece dimostravano eccessiva sicurezza di sé. Grazie all'impiego di armi allora sofisticate, tra cui il cavallo e il carro da guerra, essi riuscirono a impossessarsi di tutto quanto desiderassero, senza incontrare alcuna resistenza significativa da parte delle pacifiche popolazioni indigene.

 

I Re hyksôs

Sembra che nel periodo di dominazione degli hyksôs gli Habiru godessero di uno status sociale più elevato e fossero riusciti ad assimilarsi alla società urbana. Prima dell'invasione, l'alternativa a una vita di pastori nel deserto, nonché unica speranza di migliorare la propria situazione e giovarsi dei benefici della città, era quella di offrirsi come schiavo a una famiglia egizia. Questo genere di schiavitù, scevra dalle implicazioni negative che il lettore moderno potrebbe attribuirle, era piuttosto una forma di contratto con cui ci si impegnava a lavorare come servitori per tutta una vita, in cambio di salari magari poco generosi, ma con la garanzia di una qualità di vita insperata per la stragrande maggioranza della popolazione.

I re hyksôs insediati al potere si diedero a promuovere la costruzione di templi e la produzione di statue, rilievi, una gran quantità di oggetti raffiguranti scarabei e opere d'arte in genere, nonché di alcune delle opere letterarie e tecnologiche più pregevoli dell'epoca. Il loro retaggio culturale doveva essere alquanto discreto, sì che finirono per abbracciare modi e atteggiamenti propri degli egizi: tra i dominatori, insomma, sorse l'abitudine di scrivere il proprio nome a caratteri geroglifici, di darsi i titoli conferiti per tradizione ai sovrani egizi e di scegliere per sé addirittura i nomi propri del popolo conquistato. Dapprima i monarchi hyksôs estesero la propria influenza dall'appena sorta città di Avaris, dove elessero a divinità nazionale un dio venerato in specie nella zona del loro primo insediamento, ai territori del Basso Egitto, il più spazioso e rigoglioso dei due paesi. Il dio nazionale testé menzionato era Set o Seth, che possedeva delle analogie con il loro precedente dio cananeo Baal. Ma se da un lato Seth assurse a divinità di stato, dall'altro Rî’e rimase tra gli dèi principali, onorato dagli stessi Hyksôs nei nomi scelti dai monarchi. In un secondo tempo questo popolo giunse a controllare entrambe le due terre, trasferendo il centro della vita amministrativa nella precedente capitale, Menfi. Non sarebbe, quindi, sbagliato affermare che tra i due popoli andò creandosi una sorta di simbiosi, grazie alla quale i conquistatori acquisirono una cultura e affinarono il proprio impianto religioso, laddove i vinti allargarono le proprie conoscenze tecnologiche, adottando il carro da guerra e altri armamenti, tra cui gli archi composti e le spade di bronzo, che andarono a sostituire i vecchi strumenti bellici, al confronto assai elementari. Dagli Hyksôs questi ultimi mutuarono un altro tratto saliente: il cinismo. Nel passato gli egizi si erano infatti mostrati fin troppo aperti e tolleranti, senza mai curarsi abbastanza della difesa attiva del paese. L'esperienza del dominio straniero fu una grande lezione, che diede vita a una nuova visione ottimistica, fondamento e presupposto della rinascita dello spirito egizio avvenuta nell'epoca del Nuovo Regno.

Sebbene Menfi, l'antica capitale, fosse in mano agli invasori, a Tebe, nell'Alto Egitto, continuavano a persistere elementi dell'autentica monarchia egizia. Attestano i documenti storici che i tebani riconobbero l'autorità dei dominatori asiatici e che non mancò un certo accordo tra i due popoli. Con il trascorrere del tempo, tuttavia, in seguito alla graduale integrazione culturale e religiosa dei sovrani hyksôs, emerse inevitabile un problema di carattere teologico-politico: gli invasori, cioè, cominciarono a rivendicare, oltre a quello temporale, anche il potere spirituale. Il re Khyan, per esempio, si diede il nome egizio regio di Se-user-en-Rî’e in aggiunta ai titoli di «il Dio Buono» e «il Figlio di Rî’e », nonché all'appellativo di Hor «Colui che-abbraccia-le-regioni», da lui stesso coniato, che non mascherava una volontà di dominio universale. La pretesa dei re stranieri di nominarsi «figlio di dio» doveva senz'altro bruciare come un'offesa ai sudditi egizi di qualsiasi casta.

Ecco un fattore di grande rilievo ancora poco approfondito dagli egittologi moderni: sappiamo che a un certo punto del processo di intronizzazione del sovrano qualcosa accadeva tale da rendere la nomina del nuovo Hor incontrastata; sappiamo anche che i candidati al trono di stirpe hyksôs erano esclusi da questo sommo plauso, nonostante lo strapotere statale e la conversione alla religione egizia. Com'era possibile, allora, che uno straniero decidesse di cambiare il proprio nome da Khyan a SeuserenRî’e e dichiararsi il nuovo Hor senza sottoporsi al misteriosissimo processo di iniziazione, noto soltanto ai veri sovrani d'Egitto e al loro intimissimo entourage? Tutto questo era, infatti, del tutto inverosimile. Quella che gli egizi potessero condividere i propri eccelsi misteri con degli stranieri poco eruditi è un'ipotesi che sconfina nella follia. Ma tale era il desiderio di Khyan di essere onorato di questo imponente titolo, a cui non poteva accedere per vie legittime, che egli si contentò del nome, rinunciando alla sostanza. All'apparenza i rapporti tra egizi e dominatori erano buoni, ma tra i primi doveva serpeggiare anche una buona dose di risentimento. Non era bastato che gli Hyksôs adottassero costumanze e credenze egizie per cancellare le profonde differenze tra i due popoli, poiché costoro non riuscirono mai a trapiantarsi veramente nella cultura dei vinti: essi mantenevano, infatti, un ridicolo accento, lasciavano crescere la barba (al contrario degli egizi, che si radevano quotidianamente, salvo che nei periodi di lutto), avevano uno strano gusto nel vestire e scarrozzavano su cocchi bizzarri trainati non da asini ma da cavalli.

  

La perdita dei segreti originali

Sembra che le tensioni tra i sovrani hyksôs e i rappresentanti egizi della vera stirpe reale avessero raggiunto il culmine in seguito alle sconvenienti pretese dei primi di identificarsi con Hor. Se davvero esisteva una cerimonia segreta della resurrezione dei legittimi re, come si è congetturato, di fronte alle pressioni di questi pretestuosi intrusi, che, avendo conquistato tutto, insistevano ora per prendere possesso persino degli arcani reali, la reazione degli egizi non avrebbe tardato a manifestarsi. Una cosa, infatti, è esercitare il controllo sulla vita quotidiana, un'altra, intollerabile, è voler penetrare nel regno degli dèi, sia celeste che terreno. É quasi superfluo rilevare che i monarchi stranieri della terza o quarta generazione, nati in Egitto e seguaci della fede egizia, si sentirono in diritto di accedere ai segreti di Hor al punto da credere di essere essi stessi Hor. E, soprattutto, desideravano assumere nella morte le sembianze di Osiride per potersi trasformare in astri e continuare a splendere nei secoli. Ora che erano sovrani d'Egitto, perché avrebbero dovuto lasciare questa terra come semplici Cananei, se morire nei panni di Hor avrebbe dato loro vita eterna?

 

[…] Per una serie di ragioni, si può congetturare che la storia di Hiram Abif  possa aver inizio con una lotta per il potere tra Seqnenrîe Te'o II e il prestigioso monarca hyksôs re Apôpe I, che si diede il nome reale egizio di A-user-Rî’e («Grande e potente come Rî’e») e il titolo «Signore dell'Alto e Basso Egitto, figlio di Rî’e».

Seqnenrîe Te'o II era un vero re egiziano, confinato a Tebe nell’Alto Egitto sul finire del dominio straniero. […]

Il nome del sovrano hyksôs Apôpe fa pensare a un suo coinvolgimento in una battaglia spirituale che sembrava ripetere passo passo la storia della fondazione della nazione per opera di Osiride, Iside e del primo Hor. Qualcosa fa supporre che Apôpe si fosse ostinato a carpire e a far propri i misteri dei sovrani egizi, a qualsiasi costo.

Si è detto degli Hyksôs che erano un popolo di gente battagliera ed egoista, che elesse come propria principale divinità Seth, l'assassino di Osiride, il dio con cui ciascun sovrano egizio ambiva a immedesimarsi. In tal guisa essi facevano mostra del proprio disprezzo nei confronti degli egizi e della propria alleanza con le forze del male. Agli occhi dei conquistatori il concetto di Mé’ ‘e doveva apparire assurdo e sintomatico della "fragilità" di carattere degli egizi, che aveva consentito ai loro progenitori di sottrarre a questi ultimi la terra. Agli antipodi di Mé’ ‘e vi era Isfet, un concetto che coniugava in sé tutti gli aspetti negativi quali egoismo, falsità, ingiustizia. A capo delle personificazioni di Isfet nella mitologia egizia vi era un dio serpente, mostruoso e maligno, dall'aspetto di drago, chiamato, si dà il caso, Apôpe. L'omonimia tra questa forza del male e il sovrano hyksôs era sorprendente.

Tra gli epiteti riservati all'anti-Mé’ ‘e, ritenuto dagli egizi l'incarnazione stessa del caos primordiale, rientravano "colui che ha aspetto maligno" e "colui che ha carattere malvagio". Il serpente da cui Apôpe I aveva tratto il proprio nome regio era sordo e cieco al mondo; gli era consentito soltanto berciare nelle tenebre; ogni giorno, al rosseggiare dell'alba, esso veniva ricacciato donde era venuto. Vi è poco da stupirsi, quindi, se gli egizi temessero sopra ogni altra cosa che Apôpe, il serpe maligno, in una notte tenebrosa, risultasse vincitore nel duello con Rî’e e che il giorno non sarebbe mai più sorto. Per scongiurare tale perenne minaccia, quotidianamente nei templi del dio Sole si recitavano delle liturgie in sostegno della divinità impegnata nell'interminabile lotta tra le forze della luce e delle tenebre.

Esiste un'ampia collezione di testi liturgici intitolata “Il Libro del Dragone Apôpe”, un volume segreto custodito nel tempio, con centinaia di formule magiche mirate ad allontanare le perfidie di Apôpe e una serie di istruzioni rivolte ai neofiti su come costruire statuette di cera raffiguranti il serpente, che andavano poi ridotte a mucchietti informi, disciolti dal fuoco o squartati dai coltelli. Il libro ammoniva il novizio a eseguire questo rituale ogni giorno al mattino, mezzogiorno e sera, e in tutti i momenti in cui le nubi oscuravano il sole.

Nella città di Tebe, a 650 chilometri a sud di Avaris, la discendenza dei sovrani egizi non si era interrotta, benché si fossero anch'essi piegati all'autorità degli Hyksôs e pagassero le imposte ai funzionari di Apôpe. Isolati e ridotti in miseria, i tebani si impegnavano, tuttavia, per mantenere le tradizioni del Medio Regno, a loro così care. Gli invasori, aiutati dai governatori fantoccio di Chush, avevano precluso agli egizi l'impiego del legname della Siria, del calcare di Turah, dell'oro della Nubia, dell'ebano e dell'avorio del Sudan, delle miniere delle moderne Aswân e Wādī el-Hammāmāt, costringendoli in tal modo a improvvisare nuove tecniche murarie. Nonostante le gravi limitazioni imposte loro, gli egizi riuscirono a erigere degli ottimi edifici, per la maggior parte con mattoni di fango anziché con blocchi di pietra. Con l'andar del tempo e l'accrescersi delle privazioni, lo spirito e la determinazione che avevano reso grandi gli egizi dovettero ricorrere, fino a determinare un rifiorire della cultura e del sapere anche a fronte del persistere di condizioni di vita pessime. Questa piccola città-stato riemerse a poco a poco dalla depressione e dal disordine, per contrapporsi al dominio asiatico nel Basso Egitto.

Supponenza è che verso il trentaquattresimo anno del regno di Apôpe, questi abbia intimato al sovrano di Tebe di iniziarlo ai segreti di Osiride, affinché egli potesse garantirsi la vita eterna, com'era suo diritto in qualità di "legittimo" sovrano delle due terre. Il re tebano Seqnenrîe Te'o II era un giovane tenace, convinto della propria identità con Hor e affatto interessato a condividere la primogenitura, quanto meno con un asiatico barbuto che portava lo stesso nome del "serpente delle tenebre". Il suo secco e subitaneo rifiuto bastò ad attirarsi l'immediata, aperta ostilità di re Apôpe, costretto a ricorrere alla propria autorità per osteggiare il suo rivale in tutti i modi possibili. A significativa testimonianza di tale scontro esiste un ordine inviato da Apôpe a Seqnenrîe, nella lontana Tebe, perché si prendessero provvedimenti per ridurre i frastuoni:

Fate in modo di eliminare la vasca degli ippopotami, nella parte orientale della città, giacché essi impediscono al sonno di visitarmi di giorno e di notte”.

Un messaggio di questo genere non era uno scherzo idiota volto a umiliare Seqnenrîe, ma faceva parte piuttosto di una lotta per il potere in cui la posta in gioco era nientemeno che il diritto divino a governare. Il potere statale era già interamente nelle mani di Apôpe. A rendere la sua supremazia totale sarebbe stata la conquista del segreto della resurrezione e della benedizione degli dèi. L'ordine inviato a Tebe aveva una profonda radice politica, in quanto gli abitanti di quella città avevano da poco reintrodotto l'antica pratica ritualistica di arpionare gli ippopotami nelle vasche che si trovavano nella parte orientale della città, un rito sacro inteso a salvaguardare l'incolumità della monarchia egizia. Per tale motivo e per il fatto che l'ippopotamo rappresentava uno dei simboli della divinità nazionale hyksôs, Seth, questa tradizione era doppiamente oltraggiosa per il monarca asiatico.

Il rito dell'ippopotamo si svolgeva in cinque scene (un prologo, tre atti e un epilogo) e aveva lo scopo di commemorare la vittoria di Hor sui nemici, la sua incoronazione come sovrano delle due terre e il trionfo finale sugli avversari. Al re, com'è ovvio supporre, spettava il ruolo di Hor, il quale, alternandosi nei suoi titoli di signore di Mesen e Hor il Behdetita, a rappresentanza delle terre dell'Alto e Basso Egitto, trafigge un ippopotamo maschio per dieci volte durante il primo atto. Nel terzo atto la vittima viene due volte smembrata, in quanto raffigurazione di Seth.

La lotta tra i due monarchi si protrasse per qualche tempo, fino a quando Apôpe non si decise a porre fine all'impudenza del tebano e a carpirgli gli ambiti segreti una volta per tutte. Il risultato fu l'omicidio di Seqnenrîe, seguito in breve dall'espulsione degli Hyksôs dall'Egitto e dal ripristino dell'egemonia egizia.

 

 

 

1 - Mé’ ‘e,  era un atteggiamento nei confronti della vita in cui si armonizzavano i tre valori fondamentali dell'umanità, segnatamente il sapere scientifico, la bellezza artistica e la spiritualità religiosa.

 

Indice

La scoperta di Hiram Abif  La prova Biblica L'assassinio di Hiram Abif

La prova Massonica

 

Torna a Tavole Architettoniche