Il documento che segue è estratto da "La Kabbale ou la philosophie religieuse des Hébreux", Edizioni Hachette 1843. Pagine 391 - 401. La traduzione è:

 

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© Federico Pignatelli

 

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  Le sette Mistiche

 

La setta cabalista dei Zoharisti o Frankisti fu preceduta da quella dei nuovi ‘Hassidim, vale a dire dei nuovi santi, o dei nuovi pii [Gli ebrei indicano generalmente con il nome di ‘Hassid (]ysh) chiunque si distingua tra loro per una rigorosa osservanza di tutte le leggi religiose, unita ad una vita ascetica, e dedicata completamente alla penitenza; chi fa della pietà lo scopo e l’impegno di tutta la propria vita], fondata nel 1740 da un rabbino polacco di nome Israël Baalschem, o Israël il Taumaturgo [Il nome di Baalschem (\club) significa letteralmente il Maestro del Nome. Si attribuisce a certi cabalisti maestri in Qabalah pratica, cui si riconosce la virtù di operare dei miracoli e cure meravigliose tramite i diversi nomi di Dio, per mezzo di un tipo di teurgia cabalista], e il cui centro era presso città di Medziboze, nella provincia di Podolie. In poco tempo si diffuse, non soltanto nella Polonia, ma in tutta la Valachia, nella Moldavia, in Ungheria, e in modo particolare nelle vicinanze della Galizia, dove ad oggi è ancora fiorente. Ha il suo culto, i suoi libri i suoi maestri, indicati con il nome di Giusti (Tsadikim), e accreditando i propri articoli di fede come l'espressione completa ed unica della verità, come di più non è dato all'uomo di conoscerla quaggiù, respinge ogni altra influenza, ogni elemento di civiltà ed ogni cultura che non sia uscita del suo seno. Oppone la più energica resistenza agli sforzi che fa il governo russo per civilizzare, e probabilmente per convertire alla religione nazionale, gli ebrei sparsi nei suoi immensi territori. Ha preso come base della sua dottrina lo Zohar, ma sostituendo, per la massa, ai ragionamenti metafisici la fede cieca, e temperando con una morale semi-epicurea, le austerità della vita contemplativa. Più franca dei vecchi cabalisti, ha rigettato apertamente la molteplicità delle pratiche esterne, tutto il cumulo dei precetti talmudici, incompatibili, ai propri occhi, con una conoscenza più profonda della natura divina. Non riconosce altro culto che la preghiera innalzata fino alla contemplazione, fino al rapimento ed all'estasi; non ammette altro insegnamento, oltre lo Zohar, che l'interpretazione simbolica delle Sante Scritture per bocca dei Giusti, in altre parole delle sue guide. In virtù del principio cabalista, che il Tsaddîq (il Giusto) è l'espiazione dell'universo, riconosce alle proprie guide dei poteri spirituali di natura straordinaria, come quello di assolvere l'uomo dai propri peccati, di liberarlo da un pericolo imminente, di guarirlo delle malattie più incurabili, con la sola preghiera; ma a condizione che chi soffre abbi fede in questo intervento divino. Del resto, questa intercessione non è assolutamente indispensabile, ciascuno può ottenere gli stessi risultati unendosi intimamente con Dio; giacché in questa unione mistica consiste la vera scienza, il vero potere ed il compimento di tutte le prescrizioni. A questi principi vengono a mescolarsi delle leggende superstiziose, abitudini grossolane e dei pregiudizi d’ogni specie, frutto dell'ignoranza, della degradazione civile e di una miseria secolare.

Un uomo di spirito e di sapere che, dopo avere attraversato le più strane vicissitudini ed avere conosciuto tutte le superstizioni e tutte le miserie, si è riposato alla fine nella filosofia di Kant, certo Salomon Maïmon, ci ha lasciato nelle sue memorie [Salomon Maimon's: Lebensgeshichte von ibm selbst geschrieben und heraugegebe von K.P. Moritz 2 volumi Berlino 1792], alcuni dettagli abbastanza piccanti su questa setta alla quale era stato affiliato. Crediamo utile tradurre qualche brano del suo libro, per la verità troppo poco conosciuto e oggi diventato estremamente raro; ma prima è nostro dovere avvertire i lettori che Salomon Maïmon, sull'esempio del proprio maestro in filosofia, vale a dire di Kant, da cui, del resto, ereditò lo scetticismo, è di una severità intransigente per tutte le opinioni mistiche, in particolare per la Qabalah; questo probabilmente per oscurare la sua antica esaltazione. Ecco, quindi, con quali termini, dopo avere trattato con molto rigore i cabalisti pratici, i taumaturghi, gli autori di cure meravigliose tramite i nomi divini, si esprime sul conto dei cabalisti speculativi, dei fondatori della setta dei nuovi ‘Hassidim.

 

Altri, d’intelligenza superiore e d’animo più nobile, si proponevano uno scopo ben più elevato. Persuasi che per essere utili alla causa generale e alla loro in particolare, avevano bisogno di essere investiti della fiducia del popolo, vollero acquisire dell'ascendente su di esso, ma con il fine di guidarlo. Il loro piano era contemporaneamente politico e morale. Inizialmente si potrebbe credere che volevano soltanto emendare l'organizzazione morale e religiosa degli ebrei, dagli abusi che si erano introdotti; ma queste riforme parziali erano finalizzate a far crollare logicamente l'intero sistema.

I principali temi su cui concentravano i loro attacchi erano i seguenti: la scienza rabbinica, la quale invece di semplificare i precetti religiosi e renderli intelligibili a tutti, tendeva, al contrario, a complicarli ed a restituirli discutibili; che, ancora, si consacrava esclusivamente allo studio della legge, invece di occuparsi prima di tutto dei metodi per metterla in pratica. Così, alcune disposizioni di questa legge, cadute interamente in desuetudine, come quelle, per esempio, che regolano i sacrifici, le purificazioni ed altre dello stesso genere, erano indagate con un’attenzione a volte superiore di quelle di uso quotidiano. Rimproveravano infine a questa stessa scienza di tener conto, nella pratica, soltanto dell'esteriorità delle cerimonie, e di perdere di vista il loro scopo morale. Criticavano, in secondo luogo, il pietismo mal compreso di quelli che si dedicavano alla penitenza. Gli uomini di cui parliamo si sforzavano, senza dubbio, di praticare la virtù; ma giacché la ragione non era alla base delle loro credenze, e poiché, invece, proprio la si attribuivano, restituendosi una falsa idea di Dio e dei suoi attributi, di conseguenza [in mancanza della conoscenza], dovevano anche ignorare cosa fosse la vera virtù e in subordine crearsene necessariamente una secondo le loro supponenze. Così, mentre l'amore di Dio ed il desiderio di somigliargli li avrebbe dovuti portare a sottrarsi dalla schiavitù dei sensi e delle passioni, ed a conformarsi secondo le leggi di una volontà libera guidata dalla ragione, cercavano piuttosto di annientare i loro sensi e le loro passioni distruggendo allo stesso tempo le loro stesse forze, come l'ho dimostrato altrove citando alcuni esempi deplorevoli.

I riformatori o chiarificatori, chiedevano come condizione indispensabile della vera virtù, la serenità dell'anima ed uno spirito disposto ad ogni specie d’attività; non si limitavano a permettere, ma raccomandavano l'uso morigerato di tutti i godimenti, per conservare questa serenità così preziosa. Il loro culto divino consisteva nel distaccarsi liberamente dal corpo, in altre parole a sospendere il loro pensiero da tutto ciò che non riguardasse Dio, anche dal loro io individuale, ed ad unirsi completamente a Lui; di là un tipo di negazione di loro stessi che faceva ascrivere alla divinità, tutte le azioni che commettevano in questo stato.

Il loro culto era una specie di pietismo speculativo al quale non assegnavano né tempi né formule particolari, lasciando ognuno di abbandonarsi secondo il grado di perfezione al quale era giunto; in ogni caso, sceglievano di preferenza le ore destinate al servizio ufficiale del culto. Essi si applicavano soprattutto a questo distacco di cui ho parlato, in altre parole, s’immergevano così profondamente nella contemplazione della perfezione divina, che tutto il resto spariva davanti ad essi; a credergli, non avevano persino consapevolezza del loro corpo, che, assicuravano, era privo in questi momenti di ogni sensibilità.

Considerato, però, che un simile completo distacco non è cosa facile da ottenere, si sforzavano, tramite diverse operazioni meccaniche, come il movimento e le grida, di rientrare in questo stato ogni qual volta una distrazione qualsiasi li aveva portati fuori, e di permanerci durante tutta la durata degli esercizi. Era comico vederli interrompere frequentemente le loro preghiere con esclamazioni strane, con gesti ridicoli rivolti a Satana, nemico invincibile che cercava malignamente di turbarli durante le loro preghiere e che respingevano con la minaccia e l'insulto; molte volte, stanchi per la tensione di questo esercizio, cadevano esanimi alla fine della preghiera.

Parecchi ingenui sostenitori di questa dottrina, interrogati su ciò che occupava il loro pensiero durante i lunghi giorni in cui passeggiavano oziosi, pipa alla bocca, rispondevano che pensavano a Dio!

Per rendere questa risposta plausibile, occorrerebbe che uno studio costante della natura li aiutasse a completare le nozioni che hanno della perfezione divina; ora, giacché non è assolutamente così, poiché le loro conoscenze naturali sono al contrario assai limitate, questa concentrazione di tutta la loro attività su un punto unico che continuamente sfugge, costituisce una condizione contro natura. Inoltre, per potere ascrivere le loro azioni a Dio, occorrerebbe che queste azioni avessero per movente una conoscenza esatta degli attributi divini; essendo esse, al contrario, il risultato della loro ignoranza, accade inevitabilmente che una quantità di eccessi sia messa in conto alla divinità; ed è del resto testimoniato da quanto è avvenuto in seguito.

È facile comprendere, del resto, come questa setta si è potuta diffondere così rapidamente, e perché questa nuova dottrina ha trovato tanto favore presso la maggior parte della nazione: l'amore dell'ozio e della vita speculativa di questa moltitudine votata allo studio fin dalla nascita, l’aridità e la vacuità della scienza rabbinica, la noia per norme cerimoniali di cui la nuova dottrina voleva alleggerire il fardello, la soddisfazione, infine, che trovava un'inclinazione naturale all'esaltazione ed il piacere del meraviglioso, tutto lo chiarisce in maniera più che sufficiente.

Agli inizi, i rabbini ed i devoti della vecchia specie cercarono di opporsi allo sviluppo di questa setta, ma senza riuscirvi per le ragioni che ho appena esposto. L'animosità diventò molto accesa nelle due visioni: ogni gruppo cercò di farsi degli adepti, e una scissione si operò tra il popolo, e le opinioni furono divise.

Non potevo, in questo periodo, formarmi un'idea esatta di questa setta e non sapevo bene cosa pensarne, quando un giovane uomo, già introdotto nella confraternita e che aveva avuto la fortuna di parlare direttamente con i superiori, venne a passare nel luogo dove dimoravo. Mi sono guardato da lasciarmi sfuggire questa possibilità, e chiesi allo straniero alcune notizie sull'organizzazione interna di questa setta, sul modo di esservi ammesso.

Lo straniero, che non aveva superato ancora il primo grado d’iniziazione, non sapeva niente riguardo all’organizzazione interna e non fu in grado di insegnarmi niente; ma, in quanto al modo di ammissione, mi assicurò che era la cosa più semplice del mondo. Chiunque sentiva il desiderio di arrivare alla perfezione senza sapere bene come poter soddisfare questa sua istanza, o sentiva la necessità di liberarsi degli ostacoli che s’incontrano sulla propria strada, doveva soltanto rivolgersi ai superiori, e ipso facto eccolo membro di questa società. Non era neanche necessario (come si usa con i medici) informare i superiori delle proprie debolezze morali né del genere di vita che si era condotto fino ad allora; giacché tutto è conosciuto da questi uomini sublimi, il cuore umano si mostra a nudo davanti ad essi, e vi leggono fin nelle più segrete pieghe; per essi, l'avvenire non ha veli, e la distanza nello spazio sparisce ai loro occhi, come quella del tempo.

Le loro catechesi e le lezioni morali non sono meditate o disposte in anticipo secondo un piano stabilito; giacché questo mezzo, generalmente comune, conviene soltanto a chi si sente esistente, agendo per sé e distinto della divinità; questi superiori considerano, al contrario, i loro insegnamenti come divini, e perciò come infallibili, giacché frutto di annullamento di se stessi dinanzi a Dio, in altre parole, le loro istruzioni sono loro ispirate (ex tempore), secondo la necessità delle circostanze e senza che vi aggiungano, in nessun modo, del loro.

Compiaciuto da questa descrizione, pregai lo straniero di comunicarmi alcune di queste divine lezioni; allora, colpendosi la fronte con la mano, come se avesse avuto l'ispirazione dall'alto ed agitando senza sosta le sue braccia che aveva scoperte a metà, si rigirò verso me con un'aria solenne e iniziò così: cantate a Dio un nuovo cantico; la sua lode è nella riunione dei santi (Salmo CXLIX,1). Ecco come i nostri superiori spiegano questo versetto: gli attributi di Dio, essere perfetto, devono superare per forza quelli d’ogni essere limitato, giacché espressione stessa di questi attributi e deve anche superare ogni lode data agli uomini.

Ora, fino ad oggi, quando si voleva lodare Dio, ci si limitava a riconoscergli certi poteri soprannaturali, come scoprire l'ignoto, prevedere l'avvenire ecc., di agire immediatamente con la sua semplice volontà. Ma oggi che gli uomini pii (i superiori) sono capaci di compiere queste meraviglie, e che Dio non ha, a questo riguardo, nessuna prerogativa su loro, occorre pensare a trovare una lode nuova che possa riferirsi a Dio soltanto.

Felicissimo di ascoltare una interpretazione delle Sante Scritture così acuta, supplicai lo straniero di citarmi ancora alcune spiegazioni di questo genere, e questo, sempre nel fuoco dell'ispirazione, continuò in questi termini: mentre il musico suonava, lo spirito di Dio scese su lui (II, Libro dei Re, III,15). Ecco come interpretano queste parole: fin quando l'uomo non rinuncerà alla sua attività personale, sarà disadatto a ricevere l'ispirazione dello Spirito Santo; occorre a tal fine che si consideri come uno strumento puramente passivo. Questo passaggio significa dunque: quando il musico (il servitore di Dio) diverrà simile allo strumento, allora (lo Spirito di Dio) scenderà su di lui. [Quest’interpretazione riposa su due ambiguità. La parola ebraica }gb significa nello stesso tempo uno strumento di musica e l'azione di suonare. Questa parola è preceduta dal prefisso k il cui il significato è anche doppio; giacché può tradursi simultaneamente con, quando, mentre (mentre il musico suonava) e con, come, simile a, (il musico diventato simile ad uno strumento)].

Ascolta ancora, seguì lo straniero, la spiegazione di questo passaggio della Mishnà dove è detto: che l'onore del tuo prossimo ti sia tanto caro quanto il tuo.

I nostri maestri interpretano queste parole così: è certo che nessuno può trovare piacere ad onorarsi da se stesso, il che sarebbe anche ridicolo; ma è altrettanto ridicolo attribuire troppa importanza alle testimonianze d'onore che ci possono essere rese da qualcun altro, giacché non guadagneremo con ciò un valore reale superiore a quello che già possediamo. Il vero senso di queste parole è, quindi: che l'onore del tuo prossimo (vale a dire che il tuo prossimo ti rende) ti sia tanto indifferente quanto il tuo, (vale a dire quello che rendi a te stesso).

Rimasi turbato dinanzi alla pregevolezza dei pensieri, e tutto stupito per l’acuta esegesi sulla quale si appoggiavano.

La mia immaginazione, in seguito a questo incontro, si esaltò vivamente, e diventare membro di questa venerabile confraternita fu da quel momento il mio desiderio più fervido. Così, ben deciso ad intraprendere il viaggio a M....., dove risiedeva il capo supremo B…, attesi con impazienza la fine della mia occupazione; appena giunto il termine e ricevuto il salario, invece di tornare a casa che distava soltanto due miglia, iniziai il mio pellegrinaggio; il viaggio non durò meno di parecchie settimane. [Salomon Maïmon era impegnato, allora, in una fattoria isolata, come precettore dei figli del fattore].

Giunto a M....., e appena riposato, non ebbi niente di più urgente che presentarmi dal superiore, supponendo di essere immediatamente ricevuto. Mi si riferì, invece, che non potevo, ancora, essere introdotto, e che sarei dovuto ritornare lo Shabath seguente con gli altri forestieri giunti per incontrarlo, e insieme ai quali ero invitato alla sua tavola; in questa occasione avrei avuto la fortuna di incontrare di persona il santo uomo e ascoltare della sua bocca l'insegnamento più sublime.

Giunsi, il giorno di Shabath, a questo festino solenne, e trovai dal mio ospite sconosciuto un gran numero di uomini venerabili, giunti da diverse contrade con lo stesso mio scopo. Il grande uomo fece infine la sua entrata; aveva un portamento dei più imponenti e indossava un vestito di completo raso bianco; le sue scarpe e perfino la sua tabacchiera era di questo colore, un colore che i cabalisti considerano come quello della Grazia. Gratificò ogni nuovo arrivato con un salam, vale a dire con un saluto.

Si sedette a tavolo, e per il tempo del pasto regnò un solenne silenzio. Terminato, intonò una melodia sacra, atta ad elevare l'anima, in seguito appoggiò la mano sulla sua fronte e chiamò ad alta voce ciascun nuovo arrivato col suo nome e quello della sua famiglia, cosa che ci provocò una grandissima sorpresa. Chiese a ciascuno di noi di recitargli un versetto estratto dalla Sacra Scrittura, e quando la richiesta fu soddisfatta, iniziò un sermone al quale i versetti recitati servirono da testo; sapeva legarli con tanta arte che, quantunque fossero presi senza continuità in diversi libri della Scrittura, li presentava come se costituissero un tutto omogeneo; ma ciò che era ancora più strano, fu che ciascuno di noi congetturò di trovare nelle parti dell’omelia corrispondente alla recita del versetto richiesto, qualche cosa di relativo ai propri intimi sentimenti. Tutto questo ci gettò in una grande ammirazione.

È stato sufficiente, però, poco tempo per comprendere e tornare di nuovo al mio precedente giudizio su questo capo e sulla confraternita in generale. Constatai che la loro ingegnosa esegesi era falsa e resa meschina da norme stravaganti che gli servivano da base. Una volta compresa questa esegesi, addio ad ogni altro nutrimento intellettuale! - Anche i loro pretesi miracoli si spiegavano in modo più semplice: la corrispondenza, le spie, una certa conoscenza del cuore umano aiutato dalla fisognomica, dalle domande abilmente poste in modo da scoprire i segreti dell'anima, ecco con quali mezzi si facevano accreditare, dalle persone semplici e credule, il loro brevetto di profeti.

Ciò che, anche, contribuì molto a disgustarmi di questa confraternita, fu il suo portamento cinico e la sua scostumatezza nell'allegria; per citare solamente un esempio, dirò che un giorno, eravamo tutti riuniti dal superiore l’ora della preghiera, uno dei nostri arrivò un poco più tardi; gli fu chiesto il motivo del ritardo, rispose che questo era dovuto al parto, durante la notte, di sua moglie di una bambina. Ognuno di noi si rallegrò dell'evento con grande brusio. Giunse il superiore e s’informò della causa di tutto quel brusio, e quando apprese che P.... era diventato padre di una bambina, esclamò con ironia: "Una bambina! che sia fustigato!"

Il povero uomo fece del suo meglio per difendersi; non comprendeva il motivo della punizione, erogata soltanto perché sua moglie aveva dato alla luce una bambina.

Il superiore lo afferrò, lo stese a terra, e lo fustigò duramente. Tutti, eccetto la vittima, entrarono in grande allegria in seguito a questa esecuzione, e là sopra il capo li esortò alla preghiera in questi termini: " Fratelli, servite il Signore con gioia!".

Non volli soggiornare più a lungo in questo luogo, e dopo avere ricevuto la benedizione del superiore ed essermi congedato dalla confraternita, partii con la determinazione di abbandonarla per sempre e tornai nella mia abitazione.

Questa setta costituiva, a considerare il suo fine ed i mezzi mesi in opera, una specie di società segreta tesa al dominio dell’intera nazione; ed avrebbe prodotto, certamente, un grande sconvolgimento, se le stravaganze di alcuni dei suoi membri non ne avessero messo a nudo i lati deboli e fornito materiale ai suoi avversari.

Qualcuno tra loro, che teneva a mostrarsi per vero cinico, violò apertamente tutte le leggi della decenza correndo interamente nudo in posti pubblici, ecc. Le loro improvvisazioni (conseguenza del principio dell'annichilimento), facevano spesso includere nei loro sermoni le sciocchezza più incomprensibili e più disordinate: vi fu anche chi divenne pazzo, immaginandosi di non esistere più. A tutto questo si aggiunse (e fu la causa principale che ne affrettò la caduta), il loro orgoglio ed il loro disprezzo per tutto ciò che non era della loro confraternita; disprezzo soprattutto per i rabbini, di cui si dichiarano nemici accaniti e implacabili.

Presso gli antichi ‘Hassidim, lo studio dello Zohar era sempre accompagnato dalle più grandi austerità, dalle più tormentate astinenze, da una vita ascetica. Lo stesso Salomon Maïmon ce ne riporta un esempio terribile che ha vissuto direttamente nella sua infanzia durante il soggiorno in Polonia. Non sarà inutile aggiungere a quanto precede la traduzione di questo racconto.

 

Un saggio famoso per la sua pietà, certo Simon di Lubtsch, aveva già eseguito la penitenza di Kana che consiste nel digiunare per sei anni tutti i giorni e a non ingerire la sera alcunché di provenienza da un essere vivente, come la carne, i latticini, il miele; si era, inoltre, affrancato dalla penitenza detta Golath, vale a dire, una sorta di peregrinazione persistente durante la quale non si trascorre più di due notti di seguito nello stesso luogo, e indossava abitualmente un cilicio di crine sulla pelle nuda. Ebbene, tutto ciò non fu sufficiente alla sua coscienza, e per essere in pace con sé, si ritenne obbligato ad un'altra specie di prova chiamata la penitenza al peso [lqcmh tbwct], vale a dire, ad una penitenza particolare e proporzionata per ogni peccato. Ma dopo averne effettuato l'esame, si persuase che il numero dei suoi peccati era troppo grande perché potesse espiarli in questo modo, e si mise in testa di lasciarsi morire di fame. Dopo avere digiunato qualche tempo, venne a passare nel luogo in cui abitava mio padre, e senza chiedere chi fosse in casa si diresse direttamente nel fienile, dove cadde senza conoscenza. Mio padre sopraggiunse per caso, e trovò quest'uomo, che conosceva da molto, disteso per terra a mezzo morto con in mano lo Zohar, il libro più importante della Qabalah.

Mio padre sapeva con chi aveva a che fare e si procurò subito una certa quantità di vivande; ma tutte le sue offerte furono inutili, non poté fargli accettare niente; provò diverse volte, e sempre trovò Simon inamovibile; avendo poi qualche occupazione che lo chiamava all'interno della casa, si allontanò dal suo ospite per alcuni istanti; subito questo, per liberarsi da ogni insistenza riunì le sue forze e riuscì a trascinarsi fuori della casa allontanandosi dal villaggio. Quando mio padre tornò al fienile e lo trovò vuoto, si mise a cercarlo ma lo trovò morto non distante dal villaggio. Il fatto si sparse tra gli ebrei, e Simon fu considerato come un santo.

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