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"Le altre correnti della Qabalah spagnola"

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

LA QABALAH SPAGNOLA

 

Distinte dalla Qabalah della scuola di Gerona ed aspiranti ad una Qabalah estatica che creava un proprio simbolismo, non basato sulla teoria e sulla nomenclatura delle Sephiroth, queste correnti ebbero un primo importante esponente in Isaac ibn Latif che, partendo dall’idea che la visione filosofica non era "la via giusta al santuario", tentò di combinare la filosofia con la Qabalah.

Ma il vero, gran protagonista della Qabalah estatica che egli chiamò profetica, fu Avraham Abulafia che si propose anche con pretese di messia e di profeta.

Autore fertilissimo (egli stesso afferma di aver redatto 23 scritti teorici sulla Qabalah e 22 libri profetici) fu spesso osteggiato dagli stessi Cabalisti che, come rabbi Yehuda Chayyat, (un cabalista fra i più ortodossi), che, circa nel 1550, ancora lo attaccava e metteva in guardia contro i suoi scritti, che in verità anche se non hanno avuto molta fortuna editoriale da parte dei Cabalisti (nessuno dei suoi libri è stato da essi pubblicato), hanno avuto e conservato, a tutt’oggi, una straordinaria reputazione in molti circoli mistici. Ciò era dovuto al fatto che egli riteneva ed esponeva di aver scoperto una Qabalah ermetica, di gran lunga superiore all’ordinaria dottrina delle Sephiroth, che dava i mezzi per entrare in contatto spirituale con la divinità e per ottenere capacità profetiche. Compose quindi tutta una serie di manuali (il Libro della vita eterna, La luce dell’intelletto, Le parole della bellezza, Il libro delle combinazioni) nei quali dava istruzioni per l’applicazione pratica delle sue teorie che potevano essere seguite da chiunque, anche da non ebrei, potevano quindi cadere anche in mani inesperte, con il possibile pericolo di lanciarsi in avventure estatiche e profetiche; motivi sufficienti questi perché i Cabalisti osteggiassero la pubblicazione delle opere e la Qabalah profetica continuasse una vita sotterranea. Tuttavia le teorie di Abulafia, restano come uno degli orientamenti principali del pensiero Cabalistico e ciò proprio per il loro carattere fondamentale fra il mistico e il razionale al tempo stesso.

Strana sorte quella di Abulafia che è più spesso ricordato come un esaltato o per gli aspetti meno importanti della sua esistenza. Spetta allo Scholem il merito di aver segnalato l’importanza delle sue dottrine, come momento essenziale della storia del misticismo giudaico.

La vita e la figura di Abulafia sono ricostruibili sulla fonte delle stesse sue opere, dalle quali il personaggio compare in tutta la sua complessità, con quella disordinata estroversione del carattere, con l’impulso ad iniziative singolari, con il costante stimolo a girare il mondo: venne, infatti, anche in Italia in più occasioni, a Urbino pubblicò anche alcuni suoi scritti, e in diversi posti trovò discepoli ai quali insegnò la nuova via.

L’idea fondamentale nella via operativa di Abulafia, che egli designa come un "disigillamento dell’anima e di soluzione dei nodi" consiste, appunto nello "sciogliere l’anima" dai suoi vincoli mondano-carnali, dalle pastoie della conoscenza sensoriale. La liberazione sia etica sia conoscitiva consiste nell’eliminare la molteplicità e quindi nel riattingere all’unità e cioè l’anima finche è chiusa nei confini degli affetti e delle percezioni (la molteplicità) è impedita a pervenire alla visione della realtà metafisica (l’unità).

Fin qui sembra non esserci nulla di nuovo di fronte alla consueta visione della trasformazione del tutto nell’uno, per raggiungere esperienze unitive. In realtà, gli aspetti particolari del sistema stanno nella determinazione dei mezzi che sono adottati per raggiungere lo scopo.

Innanzi tutto è necessario condurre una vita ascetica di purificazione del corpo, ritirarsi in un tranquillo recesso, bandire tutte le cure terrene (tecnica del distacco della mente), il tutto allo scopo di poter iniziare la meditazione, la quale deve svilupparsi in forma di concentrazione intorno ad un unico punto ed oggetto il più possibile sradicato dalle connessioni sensibili. Quest’oggetto che assolva il compito di far sorgere nell’anima una vita più profonda e riesca a sbarazzarla dalle forme naturali, Abulafia identifica nell’alfabeto ebraico, nelle lettere della lingua scritta. Analizzare le parole delle Scritture Sacre, specialmente del nome divino, usare le lettere come nozioni indipendenti (notaricon) o trasporre le parti che costruiscono una parola in tutte le possibili permutazioni, così da trarre parole (tziruph) o infine impiegare le lettere a mo’ di numeri (gimatreya) mentre da una parte costituiscono l’oggetto della particolare disciplina che Abulafia chiama "H’cmâ ha-tziruph" (Scienza della combinazione delle lettere), dall’altro diventano mezzi per attuare la comunione con lo spirito del mondo, con l’intellectus agens della filosofia medioevale.

L’anima denudata della veste sensoriale finisce nel dominio di un’energia che non può più essere controllata dall’adepto, ma che l’abituano metodicamente alla visione di forme più alte che conducono l’adepto stesso alla pura meditazione, al puro pensiero, con un conseguente ampliamento della coscienza. Una volta compiute tali pratiche e quando ci si trova in tale condizione, la pienezza della divinità si riversa nell’anima umana, la quale si unisce con l’anima divina "in un bacio" e la rivelazione profetica segue in modo abbastanza naturale.

Fra i tanti discepoli di Abulafia va ricordato Yosef Giqatilla che diventerà un gran rappresentante della Qabalah spagnola.

Anch’egli si occupò del misticismo di lettere e numeri e della trasposizione delle lettere. Tuttavia i suoi scritti (Giardino dei noci, Porta di luce), pur animati da una gran capacità e serietà di intenti nulla aggiungono alle tesi di Abulafia.

Per approfondimenti visita in questa stessa sezione: Abulafia.