"Muito sse deven ter"

Cantigas de Santa Maria secolo XIII

 

Erez - La Terra

 

Il Signore Dio prese l'uomo e lo pose nel giardino perché lo coltivasse e lo custodisse

Gen 2,15

 


 

È appena di ieri la notizia che ormai la terra ha iniziato la sua triste agonia e i sentieri distrutti portano allo smarrimento e alla disperazione.

 

Il protocollo di Kyoto, senza la ratifica di importanti paesi industrializzati, e senza l'impegno del mondo intero a ridurre le emissioni di CO2, non serve a molto.

Il premio Nobel per la pace nel 2007 è stato assegnato a un politico che perora la salvezza della Terra e che esorta alla pace degli uomini CON la terra.

Intanto le montagne muoiono, il clima va verso l'emergenza planetaria, il "barometro" delle condizioni ambientali è decisamente verso la tempesta.

Per l'uomo che cerca il posto in cui legittimamente collocarsi, per chi cerca il suo "giardino", il suo "ambiente naturale", per chi interagisce con il piccolo o grande supporto di riferimento che gli consente l'esistenza quaternaria, l'allarme dovrebbe assumere le dimensioni di un gigantesco "codice rosso" e immediatamente far sorgere la necessità di porre regole imperative e inderogabili di una nuova irrinunciabile etica: quella dell'ambiente.

Il termine "ambiente", innanzitutto, attiene o si riferisce alla natura che ci circonda, natura che propone le meraviglie del suo forziere, la bellezza e il fascino racchiuso nella semplicità, nell'ordine e nei colori. Ogni suo messaggio con tutti i suoi contenuti "parla" al nostro cuore e alla nostra mente: suscita emozioni, sentimenti anche contrastanti, entusiasmo, tristezza, sgomento per l'infinità di una dimensione, che è fuori, che è sopra, che sovrasta l'uomo e stimola a una sola domanda: Chi? Il messaggio va quindi a segno con tutti i suoi contenuti trascendenti.

Ma vi è un altro fattore da considerare. Infatti un grande filosofo, Heidegger, ha definito l'ambiente un luogo per abitare. Quindi più che terra da conquistare o da asservire è la dimora dell'uomo, il luogo in cui vive e che egli trasforma e modella ora esaltando la vita, l'amore, l'intelligenza, la coscienza, ora la meschinità, la trascuratezza e la scelleratezza.

 

Quando ci troviamo di fronte all'opera dell'uomo, quando non c'è più la natura incontaminata, ma quella trasformata da chi come un Dio l'ha adattata, piegata, utilizzata e sfruttata per le sue esigenze allora la domanda è diversa: con quale diritto e perché?

 

La prima domanda "chi?" sorge dal profondo dello spirito ed è rivolta al cielo, la seconda "con quale diritto e perché?" chiede ragione all'uomo dei suoi comportamenti, e in essa è implicito il giusto e l'ingiusto, il bene e il male, l'utile e il dannoso. In questa fase l'ambiente, un problema fatto di tanti problemi ne fa emergere uno che riguarda la coscienza dell'uomo, cioè, si configura anche, se non soprattutto, come un problema di interesse etico.

 

A questo punto, attraversando millenni di evoluzione, la domanda è: la morale è circoscritta alle relazioni interumane, oppure l'uomo ha vincoli morali nei confronti dell'ambiente? Dobbiamo rivedere i criteri tradizionali di bene e male, di giusto e ingiusto? Possiamo configurarci principi morali da adattare a un mondo non umano, prescindendo dal vantaggio dell'uomo e facendo assurgere il tutto a categoria di "bene" in sé, indipendentemente dai bisogni e dagli interessi umani?

 

La risposta non può che essere affermativa, in quanto è nella natura stessa delle cose, cioè nella Legge dell'evoluzione che vuole l'uomo proiettato ad allargare i confini del suo universo. Dal rapporto uomo-uomo, non si può che passare al rapporto uomo-società, per finire al rapporto uomo-natura.

 

L'etica ambientale sembra sganciarsi dal concetto di prossimo e avviarsi decisamente verso quello di prossimità, passando da una cultura del dominio e della sottomissione a una cultura del rispetto superando spazio, cioè i confini geografici, tempo, le barriere delle generazioni, e specie cioè non solo l'uomo, ma anche l'essere non umano.

Infatti, anche la tematica animalista, che dell'argomento è parte integrante e inscindibile, vissuta nella sua totalità porta ad un allargamento della sfera morale fino a farle ricomprendere, con pari dignità, tutte le specie viventi. Non si tratta di vivere una nuova stagione di benevolenza e di amore per gli animali, ma applicare giustizia, o meglio principi morali fondamentali.

L'uomo dunque non può porsi al vertice della creazione e diventare moralmente indifferente alle vicende degli altri livelli che si intrecciano in ogni loro aspetto.

Se l'uomo può causare disastrosi e irreversibili cambiamenti nell'ambiente, non limitati e circoscritti, ma direi globali e addirittura planetari tanto da compromettere la dimensione "spazio", se può contribuire a un mondo di limiti e di risorse finite tali da porre pericolose ipoteche sulle future generazioni e pregiudicare la dimensione "tempo" c'è bisogno di mutare atteggiamento, di modificare strutturalmente il ruolo dell'uomo guardandolo come soggetto al quale Dio ha assegnato compiti ben precisi proprio in quelle dimensioni.

 

Al riguardo vale la pena di ricordare che nella stessa Bibbia e sin dalle prime battute troviamo un'interconnessione chiara e decisa tra questi tre termini: "uomo", "spazio" e "tempo".

Infatti, alla fine del primo giorno della creazione Dio dice yom echad (letteralmente: "giorno

uno").

 

Durante il terzo giorno compare l'espressione macom echad (Si radunino le acque in un macom echad, cioè in un ,"unico luogo").

Alla fine del sesto giorno, a proposito di ciò che l'uomo e la donna devono diventare, troviamo l'espressione basar echad, un'unica carne.

Queste sono le sole tre volte in cui la parola echad ("uno") compare in tutta la storia della creazione e si unisce a tre unità, a tre livelli che il Libro della Formazione, il più antico testo cabalistico definisce "olam, shanà e nefesh" ("mondo, anno, anima") che in termini moderni sono "spazio, tempo e umana consapevolezza".

La parola echad che simboleggia l'armonia dell'unità, vincola con un legame particolare e indissolubile queste tre unità della storia della creazione, unità che non vanno frantumate, rese molteplici e conflittuali, ma di esse si deve conservare percezione cosciente e mantenere la loro naturale condizione di unità e coesione, ignorando devastazione e interruzione del legame.

L'assunzione di una responsabilità, direi senza limiti, verso il continuum che riguarda tutti i nostri orizzonti, investe i problemi cruciali della sopravvivenza non solo dell'umanità, ma di un universo inteso come una "comunità di destino".

 

L'uomo è impegnato dagli interessi generali, da questa misteriosa solidarietà cosmica a ben agire e a ben operare, insomma non può esimersi dal "fare" a cui è stato destinato.

Il secondo capitolo del Genesi incomincia con un brano famosissimo perché è quello che il capo famiglia, ogni venerdi sera, in ogni casa ebraica recita sul bicchiere di vino, durante il Kiddush, per la santificazione del Shabat. Questa santificazione ripete testualmente i primi tre versetti del secondo capitolo:

 

(Nel giorno sesto) furono compiuti il cielo e la terra e tutto ciò che è in essi. Avendo terminata Dio nel settimo giorno l'opera che aveva fatto smise nel settimo giorno tutta l'opera che aveva compiuto. Benedisse Dio il settimo giorno e lo santificò poiché in esso aveva cessato da tutta l'opera che aveva creato Dio facendo.

 

Andiamo subito a esaminare questa frase un po’ misteriosa: che Dio aveva creato facendo o letteralmente per fare (la-asot).

Dal punto di vista grammaticale e anche logico, quel verbo la-asot "facendo o per fare" non ha una sua precisa collocazione e sembra superfluoin quanto sarebbe stato sufficiente dire "che Dio aveva creato": "Dio cessò o si riposò dall'opera che aveva creato". In sostanza Dio aveva fatto e aveva cessato o si era riposato; cosa c'entra alla fine rimettere il verbo fare?

Il Targum - che è la traduzione in aramaico della Torà, traduzione che peraltro spesso introduce nel Testo qualche parola letteralmente inesistente, ma che serve a meglio chiarire e interpretare i concetti - in questa occasione traduce per venire lavorata e cioè l'idea è che il verbo la-asot, "per fare", che viene aggiunto alla fine, significa che Dio non ha terminato la creazione nonostante tutto quel che viene detto prima - e cioè che è stata completata, che Dio si è riposato, che l'ha benedetta - in realtà tutto ciò che Dio ha fatto, e ha creato l'ha fatto unicamente "per fare", per darci la possibilità di fare.

Questa è dunque l'idea generale e di fondo anche se quell'espressione, un po' letteralmente, viene tradotta "Dio aveva creato facendo".

Quindi la creazione non è niente altro che una preparazione alla cosa essenziale che è quel "fare" che è l'opera umana, quel tocco che c'è da aggiungere alla creazione che Dio ha volutamente lasciato incompleta, almeno nei suoi livelli inferiori, per darci la possibilità di "partecipare", di "fare".

In estrema sintesi, possiamo dire che in questi versetti della Torà viene elaborata una visione dell'uomo che come membro di una "comunità", come l'abbiamo innanzi definita, più che proclamare diritti deve adempiere a dei doveri.

Pertanto, particolarmente in questa età di crisi, di mancanze di risorse, di squilibri e sovvertimenti ecologici, l'uomo è chiamato ad assumere - come Dio stesso ha disposto -

un atteggiamento profondamente consapevole nei confronti della natura, che, oggi, lo guarda, con uno sguardo che è insieme di implorazione e di minaccia.

 

A questo punto dobbiamo solo augurarci che l'uomo, memore di antichi problemi con "l'Albero e con i suoi frutti" chiaro simbolo di una natura che gli era stata affidata (Gen. 2,15) per "conservarla, per custodirla" e non per "consumarla" (ed è forse questo il "peccato") non prenda le distanze e rispetti il suo ruolo di creatura, di entità creata da quel Dio che con la stessa attenzione e cura ha prodotto non solo l'uomo ma anche il cielo e la terra, gli animali e le piante.

 

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