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Fra tutti i problemi di cui si occupa la filosofia, quello della nostra essenza, e della sua immortalità, non ha mai cessato di preoccupare l'umanità. Dappertutto e in tutti i tempi, i  sistemi e le dottrine su questo soggetto si sono avvicendati, con varietà e contraddittorietà, e la parola Anima è servita a designare i più svariati concetti di esistenza e le più svariate sfumature di essere. Di tutte queste dottrine, a volte antagoniste, incontestabilmente la più antica e la più vicina al vero è quella della Qabalah. Tramandata oralmente - come rivela il suo nome - essa risale all'origine della specie umana e, perciò, forse, in parte è anche il prodotto di quella intelligenza non ancora offuscata, di quello spirito penetrante verso la verità che, secondo l'antica Tradizione, l'uomo possedeva nel suo stato primordiale.

Per quanto la natura sia un tutto complesso, secondo la Qabalah, vi troviamo comunque tre aspetti apparentemente distinti: il corpo, l'anima e lo spirito [la massa, l'energia e il noumeno principiale]. Essi si differenziano tra loro come il concreto, il particolare e l'universale, in modo che l'uno è il riflesso dell'altro e ciascuno, anche in se stesso, offre questa triplice distinzione.

Il primo aspetto, il corpo, con la sua triplice modalità, nella Qabalah prende il nome di Nephesh; il secondo, l'anima, sede della volontà-intelletto, che costituisce propriamente la personalità umana, con la sua triplice espressione, si chiama Ruah; il terzo, lo spirito, con i suoi tre poteri, nella Qabalah prende il nome di Neshâmâh.

Come prima accennavamo, questi tre aspetti dell'uomo non sono completamente distinti e separati, ma sono l'uno dentro l'altro come i colori dello spettro, i quali, sebbene si susseguano, non possono essere distinti completamente perché fusi l'uno nell'altro. A partire dal corpo, dal potere più basso di Nephesh e attraverso l'anima (Ruah) risalendo fino al più alto grado dello spirito (Neshâmâh) si trovano tutte le gradazioni, come quando si passa dall'ombra alla luce attraverso la penombra. Inversamente, dalle parti più elevate dello spirito fino a quelle fisiche grossolane, si percorrono tutte le sfumature di radiazione, come dalla luce si passa all'oscurità attraverso il crepuscolo. E soprattutto, grazie a questa unione interiore, a questa fusione degli aspetti, il numero Nove [la triplice modalità di ogni aspetto] si perde nell'Unità per produrre l'uomo, spirito vitale che unisce in sé i due mondi.

Ora, se tentiamo di rappresentare questa dottrina con uno schema, otteniamo la figura qui a lato riportata. Il cerchio a individua Nephesh, e i cerchi interni 1, 2, 3 sono le sue modalità suddivise: 1 corrisponde al corpo, la parte più bassa e materiale nell'uomo; b è Ruah (l'anima) e i cerchi interni 4, 5, 6 sono le sue qualità. Infine c'è Neshâmâh (lo Spirito) con i gradi della sua essenza, 7, 8, 9. Quanto al cerchio esterno 10, questo ritrae la totalità dell’essere vivente.

Consideriamo più da vicino queste diverse parti fondamentali, iniziando da quella di grado inferiore, Nephesh.

Questo è il principio della vita, o forma dell'esistenza concreta, e costituisce la parte esteriore dell'uomo; in esso domina la passiva sensibilità per il mondo esterno, mentre troviamo una minore attività ideale. Nephesh è in diretta relazione con gli esseri concreti. Solo a causa dell'influenza di questi, egli produce una manifestazione vitale, però è ugualmente attivo nel mondo esteriore perché fa emergere dalla sua esistenza materiale nuove forze vitali grazie alla sua potenza creatrice, sì da ridare ciò che riceve. Questo grado concreto costituisce un tutto armonico e in esso l'essere umano trova la sua esatta rappresentazione esteriore. Osservato come un tutto unico, questo aspetto vitale comprende, a sua volta, tre gradi che stanno tra loro come il concreto, il particolare e l'universale o come la materia plasmata, l'energiaforza plasmante e il principio, e che nello stesso tempo costituiscono gli organi nei quali e per i quali l'aspetto interiore, lo spirito, opera e si manifesta esteriormente. Questi tre gradi sono, dunque, sempre più elevati e interni, e ognuno di essi possiede diverse sfumature. Le tre modalità di Nephesh in questione sono disposte e agiscono nel modo che fra poco esporremo a causa delle tre divisioni di Ruah.

Questo secondo elemento dell'essere umano, Ruah (l'anima), non è così sensibile come Nephesh alle influenze del mondo esteriore; la passività e l'attività si trovano in proporzioni uguali; esso consiste piuttosto in un essere interno, ideale, nel quale tutto ciò che la vita corporea e concreta manifesta esteriormente come quantitativo e materiale, si ritrova interiormente allo stato virtuale. Questo secondo elemento umano fluttua dunque tra l'attività e la passività o, meglio, l'introversione e l'estroversione; nelle sue funzioni, esso non appare chiaramente né come qualcosa di passivo e esteriore né come qualcosa di attivo e interiore, ma come qualcosa di mutevole che dall'interno all'esterno si manifesta sia attivo che passivo e che, sebbene di natura ricettiva, dà. Da ciò il perché l'intuizione e il concetto non coincidono esattamente nell'anima, benché non siano così nettamente separati da non confondersi facilmente l'una con l'altro. La modalità esistenziale di ciascun essere dipende esclusivamente dal grado più o meno elevato della sua coesione con la natura e dalla maggiore o minore attività o passività che ne è la conseguenza; l'appercezione dell'individuo è in proporzione alla sua attività. Più egli è attivo interiormente, più è elevato e più gli è possibile indagare nelle intime profondità dell'essere.

Questo Ruah, composto di forze che sono alla base dell'essere materiale oggettivo, gode anche della proprietà di distinguersi da tutte le altre parti come un individuo speciale, di disporre di se stesso e manifestarsi al di fuori con un'azione libera e volontaria. Questa anima che rappresenta ugualmente il trono e l'organo dello spirito è, come abbiamo già detto, anche l'immagine dell'intero uomo; come Nephesh, essa si compone di tre gradi dinamici che stanno, l'uno in rapporto all'altro, come il concreto, il particolare e l'universale o come la materia azionata, la forza-energia agente e il principio: in modo che esiste un'affinità non solo tra il concreto in Ruah, che è il suo grado più basso e più esteriore (il cerchio 4 dello schema), e l'universale in Nephesh, che forma la sua sfera più alta (cerchio 3), ma anche tra l'universale in Ruah (cerchio 6) e il concreto nello spirito (cerchio 7).

Nello stesso modo in cui in Ruah e in Nephesh sono compresi tre gradi dinamici, questi hanno i loro tre corrispondenti anche nel mondo esteriore, come apparirà più chiaro col paragone tra Macrocosmo e Microcosmo. Ogni forma particolare di esistenza nell'uomo ha una vita propria nella sfera del mondo che le corrisponde, con la quale essa è in rapporto di continui scambi, dando e ricevendo, per mezzo dei suoi sensi e dei suoi organi speciali.

Inoltre, questo Ruah, a causa della sua parte concreta, ha bisogno di comunicare col concreto che sta sotto di lui; allo stesso modo la parte universale gli conferisce una tendenza verso le parti universali che gli sono superiori. Nephesh non potrebbe congiungersi a Ruah se non ci fosse qualche affinità tra loro, né Ruah si congiungerebbe a Nephesh e a Neshâmâh se tra loro non ci fosse qualche affinità.

Così, da una parte, nel concreto che la precede, l'anima attinge la pienezza della sua realtà oggettiva, e dall’altra, nell'universale che la domina, attinge l'interiorità pura, l'Idealità che si organizza da sola nella sua attività indipendente. Dunque Ruah è il legame tra l'Universale o Spirituale e il Concreto o Materiale, i quali uniscono nell'uomo il mondo interno intelligibile col mondo grossolano esterno; esso è, nello stesso tempo, il supporto e la sede della personalità umana.

L'anima, in questo modo, si, trova in un duplice rapporto coi suoi tre oggetti, cioè:

 

1) col concreto che è al di sotto di lei;

2) col particolare che risponde alla sua natura e che è al di fuori di lei;

3) con l'universale che è al di sopra di lei.

 

In lei, in due sensi contrari, avviene una c circolazione di tre correnti frammischiate, perché:

 

1) è eccitata da Nephesh che è al di sotto di lei e a sua volta essa agisce su di lui ispirandolo;

2) si comporta anche attivamente e passivamente con l'esterno corrispondente alla sua natura, cioè col particolare;

3) tale influenza che trasforma nel suo seno, dopo averla ricevuta o dal basso o dall'esterno, dà a lei il potere di elevarsi sufficientemente così da stimolare Neshâmâh nelle regioni superiori. Attraverso questa operazione attiva, le facoltà superiori eccitate producono un'influenza vitale più elevata, più spirituale, che l'anima, ridivenendo passiva, riceve per trasmetterla all'esterno e al di sotto di lei.

 

Perciò a Ruah, benché abbia una forma di esistenza particolare, benché abbia un'esistenza propria, non è affatto vero che il primo impulso della sua attività vitale gli venga dall'eccitazione del corpo concreto che gli è inferiore. E così anche il corpo, per uno scambio di azioni e di reazioni con l'anima, grazie alla sua impressionabilità, è penetrato da lei, mentre essa stessa diviene come partecipante del corpo. In eguale maniera, l'anima, attraverso la sua unione con lo Spirito, ne è riempita e ispirata.

La terza parte fondamentale dell'essere umano, Neshâmâh, può essere designata con la parola Spirito, nel senso in cui è impiegata nel Nuovo Testamento. In essa la sensibilità passiva verso il mondo esterno non si ritrova più; l'attività domina la recettività. Lo Spirito vive di vita propria e soltanto per l'universale, o per il mondo spirituale col quale si trova in rapporto, costante. Tuttavia, come Ruah, Neshâmâh non soltanto ha bisogno, in ragione della sua natura ideale, dell'Universale assoluto o Infinito divino, ma anche, a causa della sua reale e concreta espressione, di qualche relazione col particolare e col concreto che sono al di sotto di lui e se ne sente attratto.

Anche lo Spirito è in doppio rapporto col suo triplice oggetto: verso il basso, verso l'esterno e verso l'alto; in lui avviene dunque, in due sensi contrari, una triplice corrente intrecciata, del tutto simile a quella descritta più sopra per Ruah. Neshâmâh è un essere puramente interiore, ma anche passivo e attivo nello stesso tempo, e Nephesh, col suo principio vitale il suo corpo, e Ruah, con le sue forze, rappresentano le sue immagini esteriori. Ciò che c'è di quantitativo in Nephesh e di qualitativo in Ruah viene dallo Spirito - Neshâmâh - puramente interiore e ideale.

Ora, siccome Nephesh e Ruah racchiudono tre gradi diversi di esistenza, o potenzialità di spiritualizzazione, in modo che ognuno è un'immagine più piccola dell'intero essere umano (vedere lo schema), così la Qabalah distingue ancora tre gradi in Neshâmâh.

É particolarmente a questo elemento superiore che si applica ciò che è stato detto all'inizio, che le diverse forme di esistenza della costituzione umana non sono esseri distinti, isolati, separati, ma, al contrario, sono frammischiati gli uni agli altri perché tutto qui si spiritualizza sempre più, sempre più tende all'unità.

Delle tre forme superiori d'esistenza dell'uomo che sono riunite nella più larga accezione della parola Neshâmâh, quella inferiore può essere designata come il Neshâmâh propriamente detto. Essa ha ancora qualche affinità con gli elementi superiori di Ruah; consiste in una conoscenza interiore e attiva del qualitativo e quantitativo che sono al di sotto di lei. Il secondo potere di Neshâmâh, che è l'ottavo elemento nell'uomo, è chiamato, dalla Qabalah, Chajoth. La sua essenza consiste nella conoscenza della forza interna superiore, intelligibile, che serve di base all'essere oggettivo manifestato e che, per conseguenza, non può essere percepito né da Ruah né da Nephesh e non potrebbe essere riconosciuto da Neshâmâh propriamente detto. Il terzo potere di Neshâmâh, il nono e il più elevato elemento nell'uomo, è Jechidad (cioè l'unità in se stessa), la sua propria essenza consiste nell'Unità fondamentale assoluta di tutte le varietà, dell'Uno assoluto originario.

Ora questo rapporto, segnalato fin dall'inizio, di Concreto, di Particolare e di Universale che collega Nephesh, Ruah e Neshâmâh in modo che ciascuno offra l'immagine del tutto, si ritrova in questo quadro: primo grado di Nephesh, il corpo, il concreto nel concreto; secondo grado, il particolare nel concreto; terzo, l'universale nel concreto.

Ugualmente in Ruah: primo potere, il concreto nel particolare; secondo, il particolare nel particolare; terzo, l'universale nel particolare.

Infine in Neshâmâh: primo grado, il concreto nello universale; secondo grado (Chajoth), il particolare nell’universale; terzo (Jechidad), l'universale nell'Unità. É così che si manifestano le diverse attività e le virtù di ciascuno di questi elementi dell'essere. L'anima (Ruah) ha senza dubbio una sua propria esistenza, ma tuttavia essa è incapace di uno sviluppo indipendente senza la partecipazione della vita corporale (Nephesh), e così avviene nei confronti di Neshâmâh. Inoltre Ruah è in un duplice rapporto con Nephesh: influenzato da questo, è rivolto allo stesso tempo all’esterno per esercitare una libera reazione, in maniera che la concreta vita corporale possa partecipare allo sviluppo dell'anima. La stessa cosa avviene per lo Spirito in rapporto all'anima, ovvero per Neshâmâh in rapporto a Ruah; attraverso Ruah esso è anche in duplice rapporto con Nephesh. Tuttavia Neshâmâh ha, inoltre, nella propria costituzione la sorgente della sua azione, mentre le azioni di Ruah e di Nephesh non sono che le emanazioni libere e viventi di Neshâmâh.

Parimenti Neshâmâh si trova, in una certa misura, nello stesso doppio rapporto con la Divinità perché l'attività vitale di Neshâmâh è già in sé un incitamento per la Divinità di intrattenere questo rapporto, di procurargli l'influenza necessaria alla sua sussistenza. Così lo Spirito o Neshâmâh, quale intermediario, e Ruah con Nephesh vanno ad attingere del tutto involontariamente all'eterna sorgente divina, facendo irradiare continuamente l'opera della loro vita verso l'alto, mentre la Divinità penetra costantemente in Neshâmâh e nella sua sfera per dare la vita a lui, a Ruah e a Nephesh.

Ora secondo la dottrina della Qabalah, l'uomo, invece di vivere nella Divinità e di ricevere costantemente da lei l'influsso di cui ha bisogno, si è immerso sempre più nell'amore di se stesso e nel mondo dell'errore, dal momento della sua caduta o subito dopo, così da lasciare il suo centro eterno per la periferia. Questa discesa e l'allontanamento sempre maggiore dalla Divinità hanno avuto come conseguenza un decadimento dei poteri nella natura umana, e quindi nell'umanità intera. La scintilla divina sempre più si è oscurata nell'uomo, e Neshâmâh ha perso l'unione intima con Dio. Allo stesso modo Ruah si è allontanato da Neshâmâh e Nephesh ha perso la sua intima unione con Ruah. A causa di questo decadimento generale e del rilassamento parziale dei legami tra gli elementi, la parte inferiore di Nephesh, che nell'uomo originariamente era un corpo luminoso, è diventata il nostro corpo materiale; perciò l'uomo è stato assoggettato alla dissoluzione nelle tre parti principali della sua costituzione.

 


 

L'anima secondo la Qabalah, in vita L'anima secondo la Qabalah, dopo la morte