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ARGOMENTO. - I. Si espone la divisione di tutta l'opera. - II. Si avverte che i simboli coi quali sono adombrate le cose spirituali e celesti non rassomigliano a quelle; e si previene una obiezione dichiarando perché in queste descrizioni figurative vengono adoperati gli esseri meno nobili a preferenza dei più nobili. - III. Si espone come nel trattare questo soggetto si possono usare due metodi: l'uno che consiste nell'offrire la realtà sotto l'artifizio di segni che loro rassomigliano; l'altro sotto orme che son loro diametralmente opposte; allo stesso modo che si può parlar di Dio per affermazione o per negazione. - IV. Si insegna che nessuna cosa é assolutamente cattiva; e si spiega perché la collera, la concupiscenza e le altre passioni possono essere attribuite agli Angeli. - V. Si rammenta infine che le Scritture indicano Dio stesso col nome della sostanza di grado supremo, inferiore e intermedio.

 


 

I. Ho creduto opportuno dunque di procedere nel modo che segue: esporre cioè, prima di tutto, lo scopo delle diverse gerarchie e il vantaggio che ne deriva alle loro varie parti; inoltre celebrare i cori angelici, attenendomi a ciò che di essi ci dicono i santi insegnamenti, ed esporre infine sotto quali forme gli ordini invisibili ci sono rappresentati dalla Scrittura, ed a quale concezione puramente spirituale quei simboli debbano riportarci. Poiché non bisogna credere, con l'empia ignoranza dell'uomo volgare, che quelle nobili e pure intelligenze abbiano piedi o volti, né che ostentino la forma dello stupido bove e del feroce leone, né che assomiglino menomamente all'imperiale aquila o agli altri leggeri abitatori dell'aria (Ezechiele. I,7). E neppure che siano carri di fuoco che si muovono per i cieli, né troni materiali destinati a sostenere il Dio degli dei, (Daniele, VII,9) né corsieri dai ricchi manti, né condottieri superbamente armati, (Zaccaria. I, 8) né alcuna cosa di tutto ciò che menzionano le Scritture col loro linguaggio sì fecondo di pii simboli (Libro dei Maccabei, 111, 25; Giosuè, V, 13). Se la Teologia, parlando dei puri spiriti, ricorse alla poesia di quelle sante finzioni, ciò fece, come s'è detto, per riguardo al nostro modo di concepire, e per aprirci verso le realtà superiori così raffigurate, quel cammino che solo può percorrere la nostra imperfetta natura.

 

II. Chiunque ammira le sacre immaginazioni con le quali si raffigurano quelle pure sostanze che non abbiamo né viste né conosciute, deve rammentarsi che il loro grossolano disegno non assomiglia all'originale, e che tutte le qualità attribuite agli Angeli, non sono, per così dire, che immaginarie.

D'altra parte c'é chi vuole che la teologia, quando attribuisce un corpo alle cose che ne sono prive, rispetti almeno la loro nobiltà naturale, e le rappresenti con la forma più pura e più spiritualizzata, invece di applicare le più ignobili qualità del molteplice alle sostanze semplici e spirituali.

In tal guisa, essi dicono, il nostro pensiero imparerebbe ad elevarsi, e le verità sublimi non avrebbero sfigurate da comparazioni sconvenienti : fare altrimenti, aggiungono, è lo stesso che volere oltraggiare le virtù celesti e traviare il nostro intelletto col fermarlo in simboli profani. Poiché può darsi che la nostra mente s'immagini che il cielo tremi sotto il passo dei leoni o dei cavalli, o risuoni d'inni muggenti, o che si veda una intera repubblica d'uccelli e d'altri animali, od oggetti comunque puramente materiali, e tutti, insomma, più o meno stupidi e pieni di varie passioni, dei quali il sacro testo ricorda la inopportuna idea, stabilendo una enigmatica rassomiglianza là dove non esiste affatto alcuna rassomiglianza reale. A ciò io rispondo che ogni studioso della verità scoprirà agevolmente la saggezza dei santi oracoli in questa rappresentazione delle intelligenze celesti, e che fu provveduto opportunamente affinché le virtù divine non fossero indegnamente abbassate, né il nostro intelletto fosse troppo immerso in basse e terrestri immaginazioni. Del resto se rivestiamo di corpo e di forma ciò che non ha ne corpo né forma, non é soltanto perché noi non possiamo avere l'intuizione diretta delle cose spirituali, ed abbiamo perciò bisogno di ricorrere ad un simbolismo adattato alla nostra pochezza, il cui linguaggio sensibile ci inizi alla conoscenza d'un mondo superiore, ma anche perché é cosa buona e pia che le sacre carte nascondono sotto il mistero di ineffabili enigmi e sottraggano al volgo la misteriosa e venerabile natura degli spiriti beati. Poiché non ognuno é santo, e la scienza non é per tutti, dicono le Scritture (Lettera ai Corinzi 1, 8, 7). Se dunque qualcuno riprova quei simboli imperfetti, dicendo che é sconveniente presentare in tal modo le bellezze sante ed essenzialmente pure sotto disprezzabili apparenze, noi faremo semplicemente osservare che tale insegnamento si fa in due modi.

 

III. In realtà non é affatto inconcepibile che la verità possa manifestarsi sotto gli aspetti delle sacre figure alle quali assomiglia, oppure sotto il travestimento di forme che le sono diametralmente opposte. Perciò nel misterioso linguaggio delle sacre carte, l'adorabile e sopraessenziale natura del nostro Dio benedetto, vien chiamata qualche volta Verbo, intelligenza, essenza, (S. Giovanni I. 1. Salmo 135) come per esprimere la sua ragione e la sua saggezza. La sua esistenza sì sovranamente essenziale e sola e vera causa di tutte le esistenze, vi é paragonata alla luce (S. Giovanni I, 4) e si chiama vita. Ma benché queste nobili e pie espressioni sembrino più appropriate che non i simboli puramente materiali, sono tuttavia ben lontane dal rappresentare la divina realtà, che sorpassa ogni essenza ed ogni vita, che non é riflessa da nessuna luce, ed alla quale niuna ragione, né intelletto si avvicina. Spesso anche le Scritture, elevando il nostro pensiero con opposto metodo, chiamano la divina sostanza invisibile, immensa, incomprensibile, (Lettera a Timoteo I, 6.16; ai Romani XI, 33; Salmo CXLIV, 13) indicando, così, ciò che essa non é, non già ciò che essa é. E queste parole mi sembrano più degne, perché, seguendo i nostri santi e tradizionali insegnamenti, sebbene noi non conosciamo quest'infinito sopraessenziale, incomprensibile, ineffabile, tuttavia diciamo giustamente che non é nulla di tutto ciò che é. Se dunque, nelle cose divine, l'affermazione é meno giusta e la negazione più vera, meglio sarebbe non provarsi ad esporre per mezzo di forme analogiche questi misteri, tutti avvolti d'una sacra oscurità. Però se riflettiamo più attentamente, vedremo che non é già abbassare ma bensì elevare le celesti bellezze, descrivendole con lineamenti evidentemente inesatti, perché con ciò noi veniamo a confessare che esiste tutto un mondo fra esse e gli oggetti materiali. lo credo del resto che nessun uomo riflessivo vorrà negare che queste difettose approssimazioni aiutino il nostro pensiero ad elevarsi; perché é probabile che simboli più maestosi seducano certe intelligenze le quali si rappresentano le nature celesti come esseri brillanti d'oro e d'un magnifico splendore, sontuosi, regalmente vestiti, irradianti una dolce luce, od aventi infine non so quali altre forme che la teologia attribuisce ai beati arcangeli.

E per disingannare quelli che non immaginano nulla al disopra della bellezza del mondo sensibile, e per elevare saviamente il loro pensiero, che i santi dottori hanno creduto di dovere adottare quelle immagini tanto dissomiglianti; perché le forme abiette non dovessero sedurre per sempre ciò che v'é in noi di materiale; ma la loro grossolanità stessa risvegliasse e sollevasse la parte superiore della nostra anima. In tal guisa, coloro stessi che si compiacciono delle cose terrestri giudicano falso e inverosimile che invenzioni così difformi rassomiglino in verun modo allo splendore delle realtà celesti e divine.

Del resto, bisogna ricordarsi che nulla di ciò che esiste é assolutamente privo di qualche bellezza; poiché tutte le cose sono assai buone, dice la Verità stessa (Genesi I,31). 

 

IV. Tutte le cose dunque offrono materia alle più nobili contemplazioni; ed é permesso di presentare il mondo puramente spirituale sotto l'involucro, del resto sì poco vario, del mondo materiale, essendo certo d'altra parte che queste forme convengono al primo in modo tutt'affatto diverso che al secondo. In realtà, nelle creature prive di ragione, la irritazione non é che una foga passionale e la loro collera un movimento puramente fatale; ma quando si parla dell'indignazione degli esseri spirituali, si vuole al contrario indicare la virile energia della loro ragione e la loro invincibile persistenza nell'ordine divino e immutabile.

Ugualmente diciamo che il bruto ha gusti ciechi e grossolani, certe tendenze impostegli forzatamente dalla disposizione naturale e dalla abitudine, ed una potenza irresistibile degli appetiti sensuali che lo spingono verso il fine sollecitato dalle esigenze del suo organismo. Ma quando, immaginando lontane rassomiglianze, attribuiamo la cupidigia alle sostanze spirituali, si deve intendere ciò nel senso di un divino amore per il grande Spirito che sorpassa ogni ragione ed ogni intelligenza, di un immutabile e fermo desiderio della contemplazione eminentemente casta e inalterabile, e della nobile ed eterna unione con quella santa e sublime luce, con quella bellezza sovrana che non conosce tramonto. Nella stessa guisa, per la foga impetuosa delle sostanze spirituali, si intende indicare la magnanima e incrollabile costanza che esse attingono in un puro e perpetuo entusiasmo per la divina bontà e in una generosa devozione a ciò che é veramente amabile. Infine, per silenzio ed insensibilità, noi intendiamo, nei bruti e negli esseri inanimati, la mancanza di parola e di sentimento; ma applicando queste parole alle sostanze immateriali ed intelligenti, vogliamo dire che la loro superiore natura non é sottomessa alla legge d'un linguaggio labile e corporeo, né alla nostra sensibilità organica, indegna dei puri spiriti. Non é dunque punto sconveniente il travestire le cose celesti sotto il velo dei più disprezzabili simboli; anzitutto perché la materia, traendo la sua esistenza da Colui che è il bello essenziale, conserva nell'ordinamento delle sue parti qualche vestigio della bellezza intelligibile; in secondo luogo, perché questi stessi vestigi possono ricondurci alla purezza delle forme primitive, se siamo fedeli alle regole anteriormente tracciate, cioè a dire, se distinguiamo in qual diverso senso una stessa figura si applichi ugualmente bene alle cose spirituali e alle cose sensibili.

 

V. Del resto la teologia mistica, come é noto, non usa questo linguaggio santamente figurativo soltanto quando si tratta degli ordini celesti, ma anche quando parla degli attributi divini. Cosicché la divinità velata sotto le più nobili sostanze, ora é il sole della giustizia, (Malachia IV,2) la stella del mattino che sorge dal fondo dei cuori pii, (Apocalisse XXII, 16) o la luce spirituale che ci avvolge nei suoi raggi; ora, rivestendosi di simboli più grossolani, é un fuoco che brucia senza estinguersi, (Esodo, II, 2) un'acqua che dà la vita a sazietà e che, per parlare figuratamente, discende nei nostri petti e scorre a fiotti inesauribili; (S. Giovanni VI, 38) ora infine, travestita sotto i simboli di infimi oggetti, é un profumo soave, (Cantico dei Cantici I, 2) una pietra angolare. (Lettera agli Efesii II, 20) Le Scritture stesse la presentano sotto forme animali (Osea XIII, 7) paragonandola al leone, alla pantera, al leopardo e all'orso in furore. Ma vi é qualche cosa che potrebbe sembrare anche più ingiurioso e più strano : ed é che il Signore stesso, si é chiamato un verme della terra, (Salmo XXI, 7) come ci insegnano i nostri maestri nella fede.

Così tutti quelli che, pieni di saggezza divina, parlano il linguaggio della sacra ispirazione, conservano alle cose sante la loro originale purezza mediante queste imperfette e volgari indicazioni; e si servono di questo felice simbolismo in modo che, mentre da un lato i profani non penetrano il mistero, né gli uomini piamente attenti si attengono con rigore a queste parole puramente figurative, dall'altro le realtà celesti brillano attraverso alle formule negative che rispettano la verità, ed alle comparazioni la cui giustezza si nasconde sotto un'apparenza ignobile. Non è dunque male, per le ragioni che si son dette, attribuire alle nature spirituali forme che non assomigliano loro se non da lontano.

Infatti, se la difficoltà di comprendere ci ha spinti alla ricerca, e se una scrupolosa investigazione ci ha condotti fino all'altezza delle cose divine, forse lo dobbiamo alle disprezzabili apparenze attribuite ai santi angeli; poiché, in tal modo, la nostra intelligenza non potendo assuefarsi a quelle ripugnanti immagini, era costretta a spogliarsi di ogni concezione materiale e si abituava facilmente ad elevarsi dal simbolo fino alla purezza del tipo. Ciò sia detto per giustificare le Scritture di aver travisato le nozioni celesti, per mezzo degli oscuri emblemi degli esseri corporei. Ma ora bisogna definire ciò che intendiamo per gerarchia e quali vantaggi derivino a coloro che vi si fanno iniziare. Ora io supplico il mio Signor Gesù Cristo (se é permesso chiamarlo mio) di soccorrermi in questi discorsi, lui che ispira ogni buono insegnamento sulle gerarchie.

E tu, figlio mio, (Si svolge a Timoteo) secondo la legge sacra della tradizione sacerdotale, ricevi, con sante disposizioni, le parole sante; diventa divino per questa iniziazione alle cose divine; nascondi in fondo al tuo cuore il mistero di questa dottrina d'unità e non sottometterla alle profanazioni della moltitudine. Perché, come dicono gli oracoli, non bisogna gettare ai porci lo splendore così puro e la bellezza così splendida delle perle spirituali.

 


 

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