Primo Sonetto 

 Mio passar solitario, a quelle parti,

A quai drizzaste giÓ l'alto pensiero,
Poggia infinito, poi che fia mestiero
A l'oggetto agguagliar l'industrie e l'arti.

Rinasci lÓ; lÓ su vogli' allevarti
Gli tuoi vaghi pulcini, omai ch'il fiero

Destin av'ispedito il corso intiero


Contra l'impresa, onde solea ritrarti.

Vanne da me, che pi¨ nobil ricetto

Bramo ti godi; e arrai per guida un dio,

Che da chi nulla vede Ŕ cieco detto.
Il ciel ti scampi, e ti sia sempre pio

Ogni nume di questo ampio architetto;


E non tornar a me, se non sei mio.

 

 

Secondo Sonetto 

 Uscito de priggione angusta e nera,

Ove tant'anni error stretto m'avinse,
Qua lascio la catena, che mi cinse
La man di mia nemica invid'e fera.

Presentarmi a la notte fosca sera
Oltre non mi potrÓ, perchÚ chi vinse

Il gran Piton, e del suo sangue tinse
L'acqui del mar, ha spinta mia Megera.
A te mi volgo e assorgo, alma mia voce:

Ti ringrazio, mio sol, mia diva luce;
Ti consacro il mio cor, eccelsa mano,
Che m'avocaste da quel graffio atroce,

Ch'a meglior stanze a me ti festi duce,
Ch'il cor attrito mi rendeste sano.

 

 

Terzo Sonetto 

 E chi mi impenna, e chi mi scalda il core?

Chi non mi fa temer fortuna o morte?
Chi le catene ruppe e quelle porte,

Onde rari son sciolti ed escon fore?
L'etadi, gli anni, i mesi, i giorni e l'ore

Figlie ed armi del tempo, e quella corte

A cui nÚ ferro, nÚ diamante Ŕ forte,
Assicurato m'han dal suo furore.

Quindi l'ali sicure a l'aria porgo;
NÚ temo intoppo di cristallo o vetro,


Ma fendo i cieli e a l'infinito m'ergo.

E mentre dal mio globo a gli altri sorgo,
E per l'eterio campo oltre penetro:
Quel ch'altri lungi vede, lascio al tergo.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

De l'Infinito, Universo e Mondi

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Musica: "Pange Lingua" (Carmina Burana  secolo XIII)