È facile associare al Caos il principio delle cose, l’origine di tutta la molteplicità che gli succede. Su questo carattere di origine primaria nessuno manifesta alcun tipo di dubbio. Le cose però si complicano allorché si tratti di invidiare più esplicitamente in cosa consista tale principio primo.

Questo lavoro del carissimo F... Gioele M., è stato pubblicato sul Trimestrale di Studi Tradizionali Luz, numero 3, editrice Har Tzion Latina.

Lo scritto costituisce un opera della maestria del Fratello e il suo contenuto non riflette di necessità la posizione della Loggia o del G.O.I. Ogni diritto gli è riconosciuto. 

 

© Gioele M.

 

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Caos è un termine che appare, per la prima volta, nella Teogonia di Esiodo dunque in un'opera greca dell'VIII secolo a.c.

Superfluo notare che ogni nome rappresenta un concetto, ed ogni concetto fa riferimento a qualche tipo di realtà.

Ebbene, appurato luogo e data di nascita del termine in esame subito affiora un altro tipo di problema: è possibile individuare questo stesso concetto, che la lingua greca esprime in uno dei suoi più antichi documenti, presso culture e tradizioni altre rispetto a quella ellenica? Tutti saremmo portati a rispondere affermativamente.

E nondimeno una riflessione prudente si impone. Infatti, solo dopo aver stabilito quale realtà è rappresentabile dietro il concetto di Caos, sarà possibile ritrovare, nascosto in differenti idiomi di differenti civiltà, quanto si va cercando.

Ma sulla cosa, simboleggiata dal concetto e variamente espressa in molteplici lingue, non credo sarebbe poi così facile radunare il consenso unanime dei suoi indagatori.

Tuttavia, non è compito di queste poche righe affrontare una così ampia disamina, di natura insieme storica e metastorica.

Mi limiterò, pertanto, ad offrire solo alcuni elementi di giudizio, per una corretta valutazione del significante caos in relazione ai significati che la tradizione cosiddetta occidentale pare avergli attribuito.

La parola in esame è connessa al verbo cainw o caakw, che significa spalancarsi, aprirsi.

Ma sentiamo parlare Esiodo: a Dunque, per primo fu Caos, e poi Gaia dall'ampio petto, sede sicura per sempre di tutti gli immortali che tengono la vetta nevosa d'Olimpo, e Tartaro nebbioso nei recessi della terra dalle ampie strade, poi Eros, il più bello fra gli immortali, che rompe le membra, e di tutti gli dei e di tutti gli uomini doma nel petto il cuore e il saggio consiglio. Da Caos nacquero Erebo e nera Notte. Da Notte provennero Etere e Giorno, che lei concepì a Erebo unita in amore. Gaia per primo generò, simile a sé, Urano stellato, che l'avvolgesse tutta d'intorno, che fosse ai Beati sede sicura per sempre.

Il poeta di Beozia associa dunque Caos al principio delle cose: esso à l'origine di tutta la molteplicità che gli succede.

Su questo carattere di origine prima nessuno manifesta alcun tipo di dubbio.

Ma le cose si complicano allorché si tratti di individuare più esplicitamente in che consiste tale primo principio.

Ecco allora avvicendarsi illustri spiriti dell'antichità classica: Bacchilide, Aristofane, Platone, Aristotele, i settanta dotti della versione greca del Vecchio Testamento, l'imperatore filosofo Marco Aurelio, Plutarco. Giamblico. Essi identificheranno via via il Caos esiodeo con uno spazio vuoto e immenso, con l'immensa distesa dello spazio, l'immensità dell'aria, il vuoto, l'infinita durata del tempo, le tenebre sotterranee, il baratro, l'abisso, la materia cosmica, Tacqua, l’uno, e così via... E quel gigante della letteratura latina che risponde al nome di Publio Ovidio Nasone, in apertura delle sue Metamorfosi, così ebbe ad esprimersi: Prima del mare e della terra e del cielo che tutto ricopre, unico e indistinto era l'aspetto della natura in tutto l'universo, e lo dissero Caos, mole informe e confusa, nient'altro che peso inerte, ammasso di germi discordi di cose mal combinate.

Bene, si dirà, che nobile parata di ingegni, tutti altruisticamente pronti a chiarirci l'arcano che circonda quelle quattro lettere greche...

Ma donde proviene tutta questa scienza? Che i poeti, filosofi e sapienti citati abbiano assistito faccia a faccia alla creazione dell'universo a partire dal Caos? Anzi, meglio, forse ebbero anche il tempo e l'occasione di scrutare quella rudis indigestaque moles prima che la creazione avesse inizio? Si stenta a crederlo...

A questo punto, lasciando da canto l'ironia, è forse necessario un chiarimento. Molti dei lettori sapranno certamente che il concetto di Caos ha un significato tecnico e operativo preciso all'interno della tradizione ermetico-alchemica occidentale così come nelle tradizioni alchemiche orientali, ammesso che valga la pena distinguere fra una dottrina e l'altra. Ebbene, il fatto è che, in questo caso, chiunque adoperi questo termine, non si arroga la testimonianza di un'esperienza macrocosmica di cui mai fu spettatore, ma semmai descrive un singolare ancorché sperimentabile stato di coscienza.

Quindi, delle due l'una: o dobbiamo tacciare tutti i pensatori classici sopracitati di fanfaronaggine manifesta o dobbiamo andare oltre la lettera dei loro testi. Intendiamoci bene: esistono, sono esistiti ed esisteranno uomini, spesso di indubbio valore, che, in virtù di quel tanto che sapevano con certezza, hanno avuto la tentazione di parlare anche di quel poco su cui occorreva astenersi. Uomini che hanno inteso le cosmogonie e le teogonie in senso letterale, come se Dio stesso, con barba e baffi, avesse dettato la storia delle sue opere. Ma chi scrive queste righe parte da un altro presupposto, da cui crede partissero anche quei saggi dell'antichità: le cosmogonie orientali, i Testi delle Piramidi egizi, l'Emma Elish babilonese, il libro del Genesi ebraico, la Teogonia esiodea, il Pimandro ermetico, le cosmogonie gnostiche, le moderne teorie scientifiche sull'origine dell'universo... sono miti.

E che vuol dire mito?

In greco logos o mutos significano entrambi discorso. La parola italiana mitologia deriva dall'unione dei due termini. Perché? Potremmo tradurre mitologia con: discorso intorno a un discorso... Per farla breve, logos è il discorrere che fa appello a qualità piane, razionali, bidimensionali dell'essere umano; mutos è un discorso polivalente, polisemantico, simbolico e allusivo: per capirlo abbiamo sempre bisogno di una chiave, spesso nascosta.

E allora?

Allora occorre chiedersi se, oltre ai molteplici significati politici, ideologici e culturali che tutti i racconti mitologici indubbiamente hanno, non ve ne siano anche di altra specie.

La creazione del Genesi è avvenuta in un tempo remotissimo o è qualcosa che non è avvenuto mai ma può sempre accadere?

Il Pimandro ermetico ci sta parlando di un evento lontano nel tempo o di stati di realtà, sperimentabili dal singolo individuo, tanto nella discesa - simboleggiante lo stato naturale dell'uomo, asservito alle potenze del fato astrale - quanto nella ascesa, conseguenza diretta dell'avvenuta trasformazione del proprio piombo in oro?

La rottura del pleroma gnostico e la sua ricostituzione sono eventi microcosmici o riguardano il microcosmo umano?

L'apocalisse e il giudizio universale si attuano fra terra e cielo così come li vediamo, sopra le nostre teste, o in una terra e in un cielo interiori ?

E soprattutto, le narrazioni concernenti i fondatori di nuovi culti religiosi sono davvero interpretabili come fecero e continuano a fare ierofanti e sacerdoti di tutte le latitudini?

Persino in ambienti esoterici, teoricamente non sprovvisti di raffinate strumentazioni filologiche e storiche, oltre che di robuste chiavi esegetiche di matrice iniziatica, il letteralismo e una facile credulità trovano accoglienza trionfale.

Limitandoci alla tradizione esoterica ebraica, sulla quale sono già apparsi pregevoli contributi in questa rivista (LUZ), vanno ormai moltiplicandosi libri ed opuscoli, sontuosamente titolati, che rinvengono singolari analogie tra dottrine cabalistiche sull'origine del cosmo manifestato e alcune tesi distillate nei santuari scientifici contemporanei.

E questo è il punto dolente, a mio avviso. Gli scienziati hanno dei dati sperimentali certi che però possono essere variamente interpretati. Tanto variamente che, per ogni spiegazione sull'origine dell'universo, ne sorge un'altra, diametralmente opposta e basata sulle stesse prove sperimentali.

Di fatto, sono solo ipotesi e nessuno potrà mai appurare realmente quanto va sostenendo.

Parimenti, il più grande maestro cabalista potrà solo offrirci un'ipotesi opinabile... a meno che...

Si, a meno che uno scrittore che si richiami a una tradizione esoterica (come quella cabalistica), non faccia un uso simbolico e anagogico del suo discorso. Lo scienziato potrà, al massimo, confezionare il suo mito sulla genesi e costituzione del cosmo per tornaconti religiosi, ideologici, economici. Ad esempio, uno scienziato ebreo, cristiano o musulmano potrà sposare volentieri la teoria del Big Bang, che gli richiamerà alla mente il concetto di creazione, assorbito insieme al latte della nutrice. Uno scienziato cristiano sarà particolarmente sensibile alla teoria che postula una abnorme espansione dell'universo fino alla sua implosione, poiché sarà la traduzione laica dei noti concetti religiosi di apocalisse e giudizio universale. Così, per motivi speculari, lo scienziato agnostico potrà propendere per tesi opposte. E se i fondi per la ricerca hanno un'origine ben caratterizzata, i prodotti scientifici ne mostreranno le conseguenze. Chissà che le teorie sulla stabilità o meno della materia totale dell'universo debbano più ai presupposti latu sensu ideologici dei loro sostenitori che non all'analisi spassionata dei dati sperimentali. In merito a ciò, converrà citare quello che da molti è considerato il più grande scienziato contemporaneo, l'astrofisico Stephen Hawking: Qualsiasi teoria fisica è sempre provvisoria, nel senso che è solo un'ipotesi: una teoria fisica non può cioè mai essere provata. Per quante volte i risultati di esperimenti siano stati in accordo con una teoria, non si può mai essere sicuri di non ottenere la prossima volta un risultato che la contraddica. D'altra parte, si può confutare una teoria trovando anche una sola osservazione che sia in disaccordo con le sue predizioni.

Ma torniamo a noi. Si diceva che uno scrittore di ascendenza esoterica può utilizzare la sua narrazione mitica nel senso più pieno e pregnante. Egli può adombrare, dietro l'apparente dramma microcosmico di cui non ha mai potuto fare esperienza, un effettivo percorso interiore, più volte sperimentato, in una drammatica lotta che l'ha condotto infine alla vittoriosa uscita dal caos, sino all'alba e al mezzogiorno di una nuova condizione esistenziale, frutto di una trasformazione riuscita. Ma potrà altresì narrare, con lo stesso gioco di specchi, tutti i percorsi, le insidie, le lotte, le sconfitte e le vittorie dell'anima umana, proiettandole sullo sfondo di una storia sacra di uno o più popoli o dissimulandole, abile giocoliere, discorrendo delle apparenti immensità della natura naturata. Insomma, questo ipotetico scrittore potrà rivelare un percorso che riguarda il microcosmo umano come se si trattasse di una teogonia o di una cosmogonia, confidando che le perle della giusta esegesi occorre guadagnarsele e che ci saranno tanti cui sarà sufficiente cibarsi del senso letterale dei testi, cosicché a ciascuno sarà dato secondo le sue capacità.

Non solo: converrebbe ricordarsi che in Esiodo è la dea Gaia - la Terra - a generare Urano - Il Cielo - e non viceversa...

Il Dio che sta nei cieli ha già creato miliardi di anni fa questo universo, o questi uomini che sono figli e polvere della terra devono generare, a partire da questa stessa terra, un dio che sia figlio e sposo, al tempo stesso, di sua madre?

Queste riflessioni, non sono, tuttavia, il frutto arrogante di una qualche stravagante ermeneutica partorita dall'autore di queste righe. Esse trovano, anzi, un preciso riscontro nelle parole di alcuni tra i più accorti esegeti dei testi sacri e delle tradizioni esoteriche d'Oriente e d'Occidente.

II primo che vorrei citare è Elemire Zolla che così si esprime nel suo bel libro Che cos'è la Tradizione, a proposito del primo versetto del Genesi:

Chi può sapere di che cosa parla il versetto se non chi ha qualche indizio della realtà anteriore al tempo? Certo la lettera sembra parlare di un andare a ritroso nel tempo fino al punto in cui non si può più andare, dove il germe di tutto incomincia ad essere. In realtà un andare verso i confini del tempo o dello spazio è soltanto la metafora d'un andare al principio su cui tutto si regge. Il viaggio verso l'essenza dell'esistere si proietta, per rendersi un poco afferrabile, in un viaggio verso il confine estremo dell'esistente. La ricerca del massimamente lontano rappresenta così la ricerca del prossimo più prossimo a noi di noi stessi, più intimo al mondo del mondo stesso. Berechith è non l'inizio lontano, ma l'origine sempre presente. La creazione è una ricreazione continua, un "avvenne", un "avverrà", un "avviene" contemporanei. É adesso e qui nella misura in cui è sempre e dovunque, in cui fonda il tempo. La genesi avviene sotto i nostri occhi se il nostro spirito solleva le palpebre sulle quali pesa il sonno, la suggestione delle forme quotidiane. La Qabalah metaforeggia di Dio che Egli è un occhio senza palpebre, ma, dice un testo sublime degno d'immaginarsi dettato da divina ispirazione, la raccolta pervenutaci in siriaco e intitolata Odi di Salomone (XXVI, 11-14): Chi può interpretare le meraviglie del Signore? / Chi le sapesse interpretare sarebbe dissolto, diventerebbe ciò che s'interpreta. / Basti sapere e stare nella quiete, poiché nella quiete stanno i cantori, / come un fiume dalla sorgiva abbondante che corre in soccorso di citi lo cerca. / Lode al Creatore.

Così si esprime invece Julius Evola ne La Tradizione Ermetica:

...secondo la concezione ermetica, come gli elementi del cosmo corrispondono a quelli dell'uomo, così il processo della creazione e quello con cui, mediante l'Arte, l'uomo reintegra se stesso, seguono una stessa via ed hanno uno stesso significato. II rapporto analogico fra l'Arte alchemica - kemeia - e l'azione demiurgica - kosmopouia - risale ai primi testi greci: Pelagio, Comario, Zosimo. Nelle varie fasi della realizzazione ermetica verrebbero dunque conosciute le fasi della creazione: l'esperienza iniziatica darebbe la chiave della cosmogonia, e viceversa: ogni cosmogonia tradizionale, ed altresì ogni mitologia, secondo l'esegesi ermetica, fra i vari significati, avrebbe quello di una esposizione figurata e velata da enigmi delle varie operazioni e trasformazioni dell'Arte. Per rendersi conto di questo insegnamento, bisogna evidentemente sorpassare l'idea della creazione come un fatto storico esauritosi nel passato, spaziale e temporale; bisogna concepirla in funzione di uno "stato creativo", per sua natura metafisico, quindi sovraspaziale e sovratemporale, fuori sia del passato che del futuro, è più o meno lo stesso concetto che alcuni mistici, anche cristiani, designarono col nome di creazione eterna. A tale stregua, la creazione è un fatto sempre presente e la coscienza può sempre ripercorrerla con l'attuarsi in stati, i quali - secondo il "principio d'immanenza" - costituiscono delle possibilità della sua natura profonda - del suo "caos" - mentre sono dati nel mito cosmogonico sotto forma di simboli, di dei e di figure e azioni primordiali. E siccome la meta "dell'ambula ab intra", dell'ermetica "via interiore" che scende nell'interno della terra, è appunto tale natura profonda, resta chiarito anche questo aspetto dell'insegnamento ermetico, e come gli alchimisti prendano per paradigma le varie fasi della creazione esiodea o anche biblica, non solo, ma talvolta estendano altresì l'analogia agli stessi episodi della vita del Cristo e soprattutto delle imprese eraclee e giasoniche, i quali a loro, parimenti, non valgono né come "fatti storici", né come "favole", ma come allusioni a stati e atti spirituali extratemporali. A ciò v'è da aggiungere che questo "vivere il mito" non ha, nell'ermetismo, una portata vagamente "mistica". Dall'idea ora esposta segue che "vivere il mito" significa giungere per via di simboli ad una percezione di quell’ordine super-storico, nel quale la natura e lo stesso uomo sono, per così dire, allo stato di creazione e che dunque, fra l'altro, contiene il segreto delle energie che agiscono dietro e dentro le cose visibili e la corporeità umana.

E Joseph Campbell, il più grande mitologo contemporaneo: ... non ci fu nessun Giardino dell'Eden su questa terra, né un tempo in cui il serpente poteva parlare, nessuna "Caduta" preistorica, nessuna cacciata dal Giardino, nessun Diluvio universale, nessuna Arca di Noè. La storia sulla quale si basano le principali religioni occidentali è un'antologia di fantasie. Ma, per quanto possa apparire curioso, su leggende di questo genere si fondano molte altre religioni. Se ne trovano dappertutto; eppure non c'è mai stato un giardino, né un serpente, né l'albero, né il diluvio.

Potremmo aggiungere a chiarimento: il giardino, il serpente, l'albero o il diluvio ci sono sempre stati e continueranno ad esserci, ma come simboli, segni, notae, abili ma schietti travestimenti non a carattere morale o allegorico, bensì iniziatico e iperfisico. E chi vuole e può capire, capisca...

Per concludere, in omaggio all'importanza che questa rivista tributa alla tradizione cabalistica, converrà menzionare Moshé Idel, il più acuto conoscitore dell'esoterismo ebraico, superiore, per originalità di metodo e ampiezza di vedute, persino a quell’eccellente pioniere e caposcuola che fu Gershom Scholem.

Ebbene, Moshé Idel ci mette a parte di un'interessante documentazione. Nel suo libro Kabbalah: New Perspectives (edito nel 1988 e tradotto in italiano otto anni più tardi ), all'interno del sesto capitolo, dedicato alla teosofia cabalistica, Idel riporta i testi di due autori in polemica con dei maestri chassidici che, a quanto pare, erano giunti a posizioni alquanto radicali e originali anche per lo stesso ambiente chassidico:

La prima e più importante trattazione appare nel Shever posh ‘im di David da Makkow: "Essi (I Chassidim) asseriscono che dal momento che tutti i mondi e qualsiasi cosa (si trovi) in essi, Sephiroth o Parzuphim, sono compresi nell'uomo, tutti i segreti interiori trasmessi oralmente sino a noi dai nostri santi antenati risalendo sino a Mosé sul Sinai e i loro santi libri che ci furono tramandati, come il libro dello Zohar e i Tiqqunim e il Bahir e altri come questi, gli ultimi (dei quali), non meno importanti, sono i notevoli scritti di Yishaq Luria (poiché egli ci ha spiegato tutti i segreti delle configurazioni dei santi mondi chiamati Attiq, Aroq, Ze'ir anpin, Giacobbe, Rachele e Lia), non significano ciò che sembrano a prima vista, ma sono tutti - Dio ne guardi - l'attributo dell'uomo e le sue potenze, inerenti a lui, e nient'altro. Non è vero che esistono configurazioni nei mondi celesti, ma la configurazione di Rachele - Dio ne guardi - è l'attributo umano dell'amore, e così Giacobbe amava Rachele, e la configurazione di Lia è l'attributo umano del timore reverenziale [...] e la configurazione di Giacobbe - Dio ne guardi - è l'attributo umano di Tiphereth, e via di seguito per tutte le altre configurazioni. Così le Sephiroth menzionate nello Zohar non significano ciò che sembrano a prima vista, secondo la spiegazione trasmessa a noi dagli antichi, ma ogni cosa è - come immaginano i loro cuori - l'attributo dell'uomo e le sue potenze [... ], allo stesso modo per ogni motivo e segreto descritto in un libro famoso, esse mutano di significato e si trasformano nell'attributo dell'uomo".

In questo modo tutta la sovrastruttura zoharica e luriana non è intesa solo come compresa nell'uomo, ciò che riscontriamo anche nei testi più antichi precedentemente presi in esame, ma esclusivamente nell'uomo, sulla base della testimonianza di David. Secondo le fonti chassidiche a me note, la Qabalah rappresenta in primo luogo un paradigma della psiche umana e delle attività dell'uomo, più che un sistema teosofico. Questo oppositore del Chassidismo la confronta acutamente con 1’eresia filosofica dei tempi di Shelomò ben Avraham Ibn Adret. A quell’epoca infatti, come in quella a lui contemporanea, le interpretazioni psicologiche del testo biblico erano al centro di un'accesa controversa. Tuttavia, mentre i filosofi ebrei del XIII Secolo reinterpretavano le storie bibliche, il loro contemporaneo Avraham Abulafia reinterpretava sia le storie bibliche sia la Qabalah teosofica. Con ciò non intendo affermare che David avesse in mente Abulafia quando comparava il chassidismo all'allegorismo filosofico; le opinioni di Abulafia sono comunque più vicine a quelle dei chassidim, dal momento che egli stesso fu un mistico che fece ampio uso di allegorie psicologiche.

Ci sembra pertinente il raffronto di questa reinterpretazione di sistemi teosofici a un fenomeno simile discusso precedentemente: si tratta di sistemi considerati per il loro orientamento verso una finalità mistica che in essi è assente o marginale, la Devequth.

 

Consulta nella sezione Qabalah

La Devequth

 

Ancora una volta un approccio basilare condiviso anche dalla Qabalah abulafiana servì ai primi maestri chassidici per fondare il loro particolare sistema religioso.

Esaminiamo adesso la testimonianza di Pinhas Eliyyà Horowitz, l'autore del Sefer ha-berit: Esistono (persone) che non si interessano di segreti e dicono che tutto ciò che è scritto nel racconto della Creazione e in quello della Merkavah, nello Zohar, negli scritti di Yishaq Luria e in quelli degli antichi sono parabole e metafore delle potenze dell'uomo; le configurazioni di Lia e Rachele sono le potenze del timore reverenziale e dell'amore che si trovano nell'uomo, mentre la configurazione di Ze 'ir anpin è la potenza degli attributi della vanità umana, e così per ognuna di esse. (Perciò) esaminale (le potenze) e studiale, poiché esse rappresentano il racconto della Creazione e quello del carro e tutto ciò che si trova nelle parole degli antichi a proposito del segreto del carro, della espressione delle configurazioni dei segreti delle lettere; ogni cosa è una veste esteriore, una parabola e una metafora di tali potenze. Pertanto non abbiamo più a che fare con parabole e metafore, ma con il loro significato e il loro senso recondito: questa è la Thorah dell'uomo e, per questo, ogni uomo le prenderà in esame secondo il suo intelletto.

Benché Pinhas non menzioni esplicitamente i chassidim, è ovvio che in questo passo egli espone e attacca le loro posizioni.

Tali posizioni chassidiche radicali, citate da Moshé Idel, sono, evidentemente, in pieno accordo con quanto queste poche righe hanno voluto suggerire in merito all'ermeneutica dei testi cosiddetti sacri.

 

 

 

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