Lo sbocco ipotizzato dalla scienza e dalla cultura filosofica moderna, che ad essa fa in questa epoca riferimento, è dunque quello "tecnologico", inteso come sostitutivo del pensiero "improduttivo" e delle sue questioni irrisolte...

Questo lavoro dell'amatissimo e carissimo F... Amedeo De Giovanni, passato all'Oriente Eterno nell'anno di Vera Luce 5999, è stato pubblicato sul Trimestrale di Studi Tradizionali Luz, numero 4, editrice Har Tzion Latina.

Lo scritto costituisce un opera della maestria del Fratello. Il suo contenuto non riflette di necessità  la visione della Loggia o del G.O.I. Ogni diritto gli è riconosciuto. 

© Amedeo De Giovanni

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Una parte non trascurabile della cultura moderna appare affascinata dalla trasgressione ormai operante nei costumi moderni e dalla fine delle ideologie che hanno caratterizzato l'evoluzione del pensiero umano in questi ultimi tempi della nostra storia.

Perché questo entusiasmo e questa esaltazione della tecnica come alternativa ad ogni richiamo ideologico e spirituale e, come risultato, questo nuovo approdo edonistico all'orgia? Perché il culto del "corpo"?[i]

Quello che appare come un moderno decadentismo sembra arrivato "laicamente" al suo "cupio dissolvi", nel quale dovrebbero tramontare per sempre le fasulle idee di progresso morale e civile, l'idea finalistica della storia, come memoria dell'uomo e maestra del suo avvenire, l'irrisolvibile alternanza spirito-materia, l'impossibilità di definire l'identità umana e il suo fine.

Oltre tremila anni di pensiero e di riflessione umana sono arrivati dunque alla stanchezza e all'esaurimento ed il risultato dell'impotenza del cosiddetto pensiero post-moderno a risolvere le antiche problematiche e le tradizionali antinomie si traduce nel loro rifiuto e nel rovesciamento dei pilastri di sempre: dall'ordine si punta al caos e si teorizza il caos stesso, come necessario per la seconda creazione. É il culto della morte e quindi l'arroganza di una vita che sa di dover morire.

Sembra questa dunque la conclusione delle moderne riflessioni di un pensiero che si definisce ultramoderno e che glorifica la tecnologia come un'arma prodotta dall'uomo, che supererà e distruggerà l'uomo antico: questa distruzione è una certezza e un auspicio insieme.

Siamo dunque, così pare, all'opposto del raggiungimento massimo di Pico della Mirandola, che glorificava la dignità dell'uomo e lo definiva un "angelo".

Quest'uomo invece è indefinibile, ma non è più nemmeno importante che si riesca a definirlo, e non è più nemmeno importante che esista: anzi, forse è meglio che finisca, come è del resto nella constatazione di una legge evolutiva universale, che oggi può essere dettata e controllata dall'uomo stesso ed esigerebbe un coinvolgimento sempre maggiore tra l'uomo e la macchina, finendo di integrarli.

Anche se per il momento non si pensa forse alla vera fine fisica del genere umano attuale - un certo qual istinto di sopravvivenza sussiste (e tra le cose da risolvere, sarebbe il caso di approfondire questo tema dell'istinto, come cercheremo di fare) -, il nuovo pensiero è fermamente distruttivo e repulsivo nei confronti della cultura e della morale che fin qui hanno sorretto e contrassegnato le vicende umane.

Certo, l'ultima fase della storia umana non è edificante e sussistono tutte le critiche e riserve pratiche e ideologiche che sono state espresse in proposito: un'orgia di sangue ha aperto il nostro secolo e le pulizie etniche, sollecitate anche da conflitti di potere politico e religioso, lo stanno chiudendo. Un'incertezza generale esiste su quello che sembra giusto o ingiusto.

Una grossa responsabilità in questo è da attribuire certamente al processo ideologico degli ultimi tempi, dall'illuminismo settecentesco, diluito nella sua universalità, all'idealismo filosofico, fissato nel suo storicismo e nella sintesi assoluta come in un vestito d'Arlecchino, che hanno cercato di superare il confessionalismo delle ipotetiche rivelazioni fideistiche, sfociando però, da un lato in un materialismo che ha condotto all'abbrutimento, dall'altro in una esaltazione della personalità, che per altri versi ha prodotto la concezione ideologica del superuomo e la convinzione politica di certe superiorità razziali, fonte di distruzione e massacri, da cui ancora oggi non si esce.

Altra grossa responsabilità è stata quella della Chiesa, che si è sempre proposta come termine di confronto nel bene e nel male, nel mondo della cultura e delle ideologie e in quello più specificamente politico, come un letto di Procuste, sul quale dovevano sempre misurarsi le diverse tendenze culturali e politiche laiche.[ii]

L'insofferenza è obiettiva, di fronte ad una situazione resa ormai asfittica dall'impotenza ad uscire dal problema di un trittico (Dio-Uomo-Universo), che appare nel tempo affrontato e sviscerato in tutti i modi possibili.

Sembra quindi che l'uomo si sia stufato di essere uomo e che punti ad un superamento di sè stesso: una forma paranoica di suicidio intellettuale.

Lo sbocco ipotizzato dalla scienza e dalla cultura filosofica moderna - che ad essa fa ormai riferimento - è dunque quello "tecnologico", inteso come sostitutivo del pensiero "improduttivo" e delle sue problematiche storiche irrisolte, la cui impossibilità a soluzione dipende evidentemente dalla stessa falsità dei problemi. Abbandoniamoli dunque, dice la nuova filosofia, l'importante è la tecnica, opera dell'uomo, e quindi sua vera qualificazione o anima, che produce il suo vero perfezionamento, senza aver paura di conquistare una liberazione che può anche arrivare a concludere il nostro ciclo, con l'avvento di un'epoca in cui un nuovo essere umano, integrato a una macchina sempre più perfetta in una simbiosi quasi parassitaria, potrà creare un nuovo mondo alieno da problemi irrisolvibili.

L'estremismo di questa nuova tesi, che definirei di tecnicismo dialettico, (o di neo-materialismo tecnologico) e soprattutto la sua originale glorificazione del "caos", propedeutico e necessario al nuovo avvento, sono violentemente attaccati dall'establishment della cultura convenzionale.

Ma è veramente da condannare in toto questa tesi e che cosa può suggerire, nell'ambito del pensiero e degli studi "tradizionali", l'esaltazione, mai prima tentata, del caos nella sua mitica espressione dionisiaca dell'orgia, che tanto scandalizza il perbenismo di una certa parte del mondo intellettuale, legato ad ambienti conservatori e confessionali?

Certo la conclusione orgiastica riflette i temi ricorrenti del decadentismo: ne viene fuori, in forma nuova, alla luce del nostro tempo, la ripetizione di sensazioni individuali e collettive che si sono già presentate nel corso della storia, segnando un'epoca di stanchezza e di esaurimento.

Psicologicamente, la perdita di riferimenti ideologici e finalistici determina la considerazione della brevità della vita e l'accanimento a perseguire il soddisfacimento attualistico dei propri desideri materiali, riducendo l'idea del bene e del male, ed ogni altra idea, ad un fattore puramente personale e transitorio.[iii]

Questi momenti di vuoto culturale e civile sono già stati attraversati nella nostra storia: basti pensare alla civiltà greca, dove l'impossibilità di dire qualcosa di nuovo, rispetto a tutta la stupenda fioritura di pensiero precedente, sboccò nello scetticismo e nell'eclettismo, almeno fino alla ripresa neoplatonica e stoica, o alla civiltà romana, in cui la stanca cristallizzazione della stessa società civile sfociò nella debolezza militare e nell'indifferenza morale e religiosa, generatrici del crollo dell'Impero e della sua resa ai barbari, ma - per inciso - anche del trionfo del Cristianesimo costruito in nuova istituzione di  potere.

Per reazione, peraltro, nei momenti più bui della storia, si è avuta, presso ogni società in crisi, una ripresa prima isolata, poi sempre più sentita e profonda, del misticismo e del rifugio in sé e nei valori antichi della spiritualità, e la ricerca di una catarsi, di una purificazione, in quei momenti che contrassegnano il grande dramma della vita dell'uomo, è anch'essa ricorrente,  nella storia umana, dopo aver "toccato il fondo", come si suol dire.

Anche in questi nostri tempi, se vi è un valore, che si sta evidenziando e che è da sottolineare e da coltivare, nell'enorme tragedia vissuta tra le guerre e le rivoluzioni di questi ultimi due secoli, è una presa di coscienza, ormai diffusa, del carattere catartico di questi grandi eventi umani, che presto o tardi genererà un ritorno alla spiritualità.

Proprio in questo, per chi è attento al vero significato della "tradizione", è la ragione del caos, che può diventare il crogiuolo, in cui la confusione determina la fusione di elementi antichi e la loro rielaborazione e rinascita in forma nuova.

Il divino Caos dunque, la tempesta dell'anima, può risolversi nell'annientamento di sé e di ogni cosa, nel nulla, ma come il nulla è anche il più vicino alla meditazione e considerazione di Dio e dell'Uomo, con le lettere maiuscole.[iv]

In realtà, è la memoria esoterica, la tradizione, che ci richiama e ci avverte di questo significato profondo del Caos, collegato anche agli eventi del ritorno e della rinascita, quale è del resto il senso del mistero dionisiaco, dove l'orgia bacchica, l'abbandono del "figlio di Dio" (propriamente "emanazione di Dio" come è la traduzione del greco Dioniso)[v] allo smembramento delle forze titaniche interpreti della materialità caduca e del vizio, rappresenta quel colmo, o quel fondo (ciò che è in alto è anche in basso), da cui solo può verificarsi il ritorno e la rigenerazione della vita.

Nella tradizione esoterica, questo sacrificio è un tutt'uno con il senso recondito della vita stessa e con il suo riscatto, ed accenniamo soltanto, lasciandolo ad una meditazione più approfondita, al significato "esoterico" (nell'ambito della tradizione) del sacrificio sulla croce di un altro "figlio di Dio", Cristo, anche lui abbandonato alle forze del vizio.

La cultura moderna si accorge dunque ora anch'essa del Caos glorificandone la necessità quasi provvidenziale, ai fini di un rinnovamento collettivo, ma forzandone tuttavia gli aspetti e le conseguenze in senso antimetafisico e antispirituale, in senso profano - diremmo noi -.

Ed in tal senso, infatti, questa nuova teorizzazione di un "Caos necessario e continuo", che nel suo significato politico, secondo gli oppositori, equivarrebbe a un ritorno alla barbarie, in effetti verrebbe a ripetere sostanzialmente quella teoria della fatalità o necessità della "rivoluzione", come era stata espressa e definita dai filosofi, pensatori e uomini politici degli ultimi due secoli, giustificandone persino gli eccessi e il terrore [vi], che in tempi più recenti si è ritenuto di poter anche individuare nella vera genesi del "progresso".

Ed in essa, verrebbe ad essere recuperata anche la concezione collettivistica, sempre in senso politico, dell'uguaglianza e dell'unità fondamentale del genere umano, e del rigetto di ogni forma di personalismo individualistico, possibile generatore di concezioni di supremazia e sopraffazione dell'uomo sull'uomo, concezione che tuttavia, nella sua realizzazione politica, ha provocato la stessa sopraffazione e soppressione di libertà.

Sono poi questi gli aspetti e le possibili conseguenze che sollevano, sempre da un punto di vista profano, la critica dei contraddittori.

Ma in tale ambito, sia gli uni che gli altri perdono, anzi non afferrano, il senso velato del Caos nella sua altenanza con l'Ordine, da cui forse scaturisce e verso cui procede.

Nell'antichità greca infatti, l'iniziazione orfica, glorificatrice del Caos bacchico, sarà integrata da quella pitagorica nella considerazione dell'armonia universale e nell'osservazione dell'Ordine, rappresentato dalla razionalità matematica, ed il Dioniso orfico lascerà il posto all'Apollo pitagorico, personificatore dello spirito solare della legge universale.

L'aspetto spirituale del Caos non può essere dunque eliminato, perché nella stessa definizione del "vuoto"[vii] risiede l'idea dell'origine, che fatalmente prima o poi si determina.

É quanto pensavano gli antichi sul Caos primordiale ed è quanto ci dice la stessa Bibbia: "la terra era informe e vuota e le tenebre coprivano la faccia dell'abisso".

Presso i Sumeri, l'Abzu (o "abisso") era anche l'Oceano Universale abissale, ed ecco perché la Bibbia, subito dopo il ricordo del "tohu" e "bohu", dell'informe e del vuoto, dice ancora: "e lo spirito di Dio aleggiava sopra le acque".

Queste acque non sono quelle della creazione successiva dell'Ordine, o della Legge, e poiché non si può supporre o immaginare qualcosa di distinto o addirittura di preesistente a Dio, il Caos quindi, o l'abisso, è legato a Dio o è lui stesso.

Lo spirito di Dio allora, che aleggia sulle acque, è l'intento creatore che cerca la sua nascita e concretizzazione, per così dire: Dio è padre e madre, come del resto comincia ad accorgersi la stessa Chiesa cattolica.

Caos ed Ordine sono così gli aspetti di un'unica realtà, che sta all'origine e che si ripete ad ogni necessità di rinnovamento, di rinascita e di riscatto della vita umana. In tal senso, il Caos è divino, al di fuori dei limiti angusti della politica e della religione, nei quali lo si vorrebbe racchiudere e considerare.

Allo stesso modo crediamo che bisogna ragionare sulla techne, come psiche (o anima) dell'Uomo. In effetti, l'anima dell'Uomo è tecnica, nel senso che nell'opera si esprime la vera qualità umana, che è il lavoro.

E ci rendiamo conto quanto il lavoro e la scienza dell'uomo con le sue realizzazioni influiscano sulla stessa natura umana, indirizzandone anche l'evoluzione fisiologica e comportamentale.

Restano misteriose tuttavia le connessioni tra causa ed effetto, con riferimento all'Uomo, costituendo proprio questo in definitiva il problema umano, della nostra essenza e della nostra conoscenza.

I reperti che abbiamo del nostro passato ci indicano il collegamento e la corrispondenza di tipi umani più evoluti a più evoluti strumenti, ma naturalisti e paleontologi non sono riusciti a risolvere il problema se le tecniche di produzione degli strumenti, che contrassegnano il passaggio e l'evoluzione dei differenti tipi umani, nel corso dei lunghissimi tempi della nostra storia, siano stati determinanti nell'evoluzione stessa o non siano invece il risultato di un'evoluzione intrinseca dell'uomo verso forme superiori, che è poi il senso della sua anima e di quell'indefinibile progresso verso il quale tendiamo, nella sua ragione e nel suo fine ultimo.

Forse l'una cosa e l'altra sono interdipendenti, ma in ogni caso non si può dedurre, in maniera quanto meno semplicistica, da quello che appare, l'annullamento di qualsiasi concezione metafisica o spirituale.

Del lavoro parlano le religioni ufficiali come di una condanna e del risultato della perdita da parte dell'uomo del paradiso, della caduta, per effetto del peccato originale, ma in realtà non è del lavoro in sè che parla la scrittura biblica, ma del lavoro accompagnato dalla fatica e dalla improduttività (il suolo sarà maledetto per causa tua; ne mangerai il frutto con affanno, tutti i giorni della tua vita. Esso ti produrrà spine e triboli....mangerai il pane col sudore della tua fronte), così come del resto per la donna non si parla del parto in sé, ma del parto accompagnato dal dolore.

Il lavoro quindi, anche nel senso biblico originario, antecedente all'evento della caduta, è una componente essenziale del conseguimento dell'Ordine, e come tale rientra nella Legge che governa l'universo e la creazione, quando è svolto in ottemperanza alla volontà divina, in accordo con Dio e non in contrapposizione o in alternanza a lui.

Per tornare all'istinto di sopravvivenza, di cui parlavamo all'inizio, esso costituisce proprio il nostro istinto vitale e spirituale, quello che contraddistingue la nostra qualità umana, o la nostra psiche, e che garantisce la nostra conservazione, anche a dispetto di noi stessi.

E questo istinto, in realtà, di conservazione o di sopravvivenza, non può essere forse anche quello che si esprime nella ricerca continua da parte dell'uomo di quello stato angelico perduto, di cui parla la tradizione?

Ecco dunque che la techne, o la scienza, costituisce l'espressione visibile, concreta, della nostra psiche, ma attenzione - ci avverte la tradizione -, essa può risolversi in una ricaduta, per così dire, nella nostra pelle, nell'involucro materiale che ci siamo assunti, se questo nostro istinto non è illuminato e diretto dall'intelletto, dalla qualità spirituale autentica della nostra origine.

Essa allora può riconfermare la condanna biblica e la terra non darà frutto.

Come sempre, il libero arbitrio governa le nostre scelte, che possono essere nel bene o nel male, coerenti o incoerenti con la nostra stessa formazione psichica, intellettuale, culturale, cosa che, tanto per entrare nel tema di un dibattito attuale sul nostro progresso tecnico, non può verificarsi per nessun altro essere e per qualsiasi tipo di macchina, cosiddetta pensante, anche la più avanzata, le cui scelte possono attuarsi, come sappiamo, solo nell'ambito di soluzioni diverse predeterminate e quindi coerenti solo con la programmazione ricevuta.

In conclusione, la mente dell'Uomo è unica e singolare, essendole affidato il discernimento del bene e del male, due concetti che costituiscono l'unicità del nostro pensiero.

Nella tradizione umana, il bene non è nella considerazione del vantaggio personale o individuale, che porta all'egoismo e alla sopraffazione, né nell'inerzia e nell'abbandono, che riportano ad una condizione brutale. Non è dunque neanche nella concezione di una techne che sopprima quella natura materiale e spirituale, allo stesso modo della sua anima, dell'uomo, che ha contrassegnato il suo cammino storico.

Ma il pensiero unico dell'Uomo riflette tuttavia quella singolarità che produce le luci e le ombre della sua storia, quella possibilità di scelta tra bene e male, che si risolve nel "progresso continuo", anche nell'alternanza di periodi oscuri e luminosi della storia, nel caos e nell'ordine,  senza che per questo si tratti di essere storicisti o antistoricisti, secondo le vecchie classificazioni, che ci riportano a contese sterili e improduttive.

Piuttosto, il problema è che il bene e il male sono termini relativi, che vengono a volte in evidenza secondo la provvidenzialità e la giustizia delle scelte operate, essendo il risultato di una libertà dello spirito dell'Uomo, simile in questo a quell'assoluta libertà, a quel nulla o a quel tutto, che è Dio, a sua immagine e somiglianza.

Ricordiamo le parole dello Zohar, che già in altra occasione ho avuto modo di citare: "Ma così intese Rabbi Itzchaq: Quando il Santo, che baruk ha-shem, creò il mondo, cercò di rendere manifesto il significato profondo da dentro il segreto e la luce da dentro le tenebre, perché tali elementi erano compresi gli uni negli altri. Perciò dall'interno delle tenebre scaturì la luce e dall'interno del segreto scaturì il significato profondo e manifesto. L'uno scaturì dall'altro; così dal bene scaturì il male e dalla pietà il giudizio severo".

In questo giudizio severo consiste la "provvidenzialità" del lavoro umano e quella morale universale alla quale dobbiamo conformarci, e ci sembra anche che vada risolta l'indubbia unicità della nostra mente, diretta verso l'alto, come indica Platone nel bellissimo quadro della Scuola d'Atene, e non verso il basso, come sembrano invece indicare le conclusioni del pensiero attuale.

 

 

 

[i] Vedi in tal senso la critica di Piero VASSALLO su "Il Tempo" del 21 giugno 1999, concernente l'ultimo saggio di Umberto GALIMBERTI, "Psiche e Techne", di cui tuttavia l'articolista pone in rilievo l'aspetto politico, interpretando il saggio stesso nell'ambito di quella che ritiene una tendenza generale dell'intellettualismo di sinistra "per una nuova barbarie".[Torna al testo]

[ii] Non ultimo è ancora il richiamo alla superiorità della fede sulla ragione, come nell'ultima Enciclica papale"Fides et Ratio".[Torna al testo]

[iii] É appena il caso di dire che la diffusione della corruzione ad ogni livello, ma soprattutto la generale acquiescenza mentale ad essa - che ne fa quasi una cosa normale -, l'incremento della delinquenza e delle grosse organizzazioni delittuose occulte, che generano il sospetto e l'accusa inquisitoria generalizzata, lo scetticismo popolare, volto ormai al panem et circenses e alle manifestazioni più effimere o cruenti del corpo sono il sintomo più evidente dello stato d'animo comune a tutte le società nazionali di questo scorcio di secolo.[Torna al testo]

[iv] Vedi in KAPLAN (La meditazione ebraica, Ed. Giuntina, Firenze 1996) il capitolo riguardante la "meditazione sul nulla", come una delle tecniche più elevate per avvicinarsi alla comprensione dell'essenza divina.[Torna al testo]

[v] "Di(v)o-snusos", connesso con il verbo "na(v)o" [fluire], significa in effetti "emanazione celeste", "effusione luminosa" (v. voce "Dionusos" in GEMOLL, Vocabolario Greco-Italiano, Ed. Sandron, Firenze 1949).[Torna al testo]

[vi] Ricordiamo il famoso discorso all'Assemblea Nazionale francese di Massimiliano Robespierre sulla necessità del "Terrore": "In tempi di rivoluzione, il governo del popolo si esercita con la giustizia e il terrore: il terrore senza la giustizia sarebbe solo assassinio, la giustizia senza il terrore sarebbe debole e vana."[Torna al testo]

[vii] Caos (greco) o cavus (latino) significa letteralmente "cavo, vuoto".[Torna al testo]

 

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