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Dato il considerevole numero di autori che hanno già scritto sui Tarocchi, sembra assai temerario dirne qualche cosa che non sia già stato detto. Eliphas Levi (1), Stanislas de Guaita, Papus, O.Wirth, tutti i moderni maestri rinnovatori dell'Occultismo concordano nel vedere in essi il più antico libro del mondo, e la loro immaginazione sembra averli portati, talvolta, oltre i limiti probabili della realtà. Prima di affrontare la questione dei possibili rapporti tra i Tarocchi e l'Alchimia, mi sembra necessario sintetizzare la cronistoria dei 78 arcani per stabilire la loro evoluzione nel tempo (2).
Una ricostruzione esatta delle vere figure del Tarocco sembra assai improbabile, se non impossibile. In effetti, queste carte riproducono incisioni su legno, e i personaggi rappresentati sono vestiti con costumi che sembrano databili al XVI secolo (3). Inoltre, contrariamente alla credenza popolare, le carte furono introdotte in Francia nel XIII secolo dagli Zingari, e non immaginate (nel doppio senso del termine) per distrarre la dolce follia di Carlo VI. Allora, erano dipinte a mano, miniate su fondo d'oro e dovevano essere, come gioco, una replica del gioco degli scacchi, venuto forse dall'Oriente. Soltanto nel 1423 si scoprì l'incisione su legno, e gli incisori tedeschi resero in breve tempo popolari le figure, il cui prezzo era inabbordabile per chi non fosse un gran Signore. Non c'é dubbio che esse furono allora trasformate ed adattate alla loro epoca (più tardi, per esempio, durante la Rivoluzione, si dovettero sostituire Giove e Giunone al Papa e alla Papessa). Che cosa concludere su queste figure che nel loro passaggio, attraverso il tempo e lo spazio, dall'Estremo Oriente fino a noi, nel corso dei secoli, subirono tante mutilazioni e trasformazioni? Non si può che ammirarne la straordinaria duttilità che, attraverso tante traversie, permette loro di conservare ancora, ai no stri giorni, un ruolo preponderante nell'occultismo. In effetti, se si tratta di divinazione (Etteilla, Bourgeat, Frichet), di Astrologia o di Alchimia, oppure di interpretazione dell'Apocalisse (Bertet, G.Richet), si torna continuamente al Tarocco, per basarsi sulla sua autorità.


Nel 1897, M.Jollivet-Castelot pubblicò un'opera intitolata: Comment on devient Alchemiste, trattato di Ermetismo e di Arte Spagirica basato sulle chiavi del Tarocco; il volume, diviso in settenario dei Principi, settenario delle Leggi, settenario dei Fatti, era un lodevole sforzo per far intuire al grande pubblico le nozioni elementari di Ermetismo. Benché mi sembri assai improbabile che si possa diventare Alchimista(4) con la semplice lettura di questo volume, quali che siano le promesse del titolo, nondimeno é vero che il seme che vola, trova talvolta il terreno adatto alla sua germinazione, ed io non dubito che molti dei nostri giovani alchimisti abbiano attinto dalle opere di M.Jollivet-Castellot (5) il desiderio di penetrare più a fondo gli Arcani dell'Alchimia.

Il triplo settenario da cui deriva la numerazione delle lame del Tarocco é menzionato da Nicolas Flamel a proposito del libro di Abramo l'Ebreo, Principe, Sacerdote, Levita, Astrologo e Filosofo, dal quale trasse gli insegnamenti che gli permisero di arrivare al termine della Grande Opera. Ecco le sue testuali parole: "Esso contiene tre volte sette fogli, giacché così erano numerati in alto: il settimo dei fogli era sempre senza scritto; al posto di esso era dipinta una vergine e dei serpenti che si divoravano; su quello che era al successivo settimo posto c'era una croce con un serpente crocifisso; in quello messo all'ultimo settimo posto erano dipinti dei deserti nel mezzo dei quali zampillavano belle fontane, dalle quali uscivano numerosi serpenti che correvano di qua e di là".

 

Le immagini complete del Libro di Abramo L'Ebreo sono consultabili nella sezione dedicata:

Il Libro di Abramo L'Ebreo


Un'altra opera di Alchimia pubblicata nel 1678 da Mathurin Eyquem, Signore del Martineau, presso Jean Dhoury, ha per titolo: Le Pilote dell'Onde vive, ou le secret du flux et du riflux de la mer, contenant XXI mouvements, et du point fixe. Questo punto fisso, che deve rappresentare lo zero, o il Matto del Tarocco, unito ai XXI movimenti, ci riporta ai 22 arcani maggiori. Questo piccolo libro, che tratta anche dei rapporti dell'Alchimia con la quadratura del Cerchio, merita, certamente, maggiori approfondimenti. Io li lascio per dopo, desiderando attenermi strettamente al piano di questo studio.
Il numero dei XXII arcani maggiori é richiamato anche in un'opera assai poco conosciuta, intitolata Le Livre des vingt deux feuillets hermétiques (6); esso fu pubblicato nel 1763 da Kerdanec de Pornic, discepolo di Dom Pernety (7), che, secondo le sue parole, cominciò l'opera il 24 giugno 1763, giorno della sua prima trasmutazione. Benché l'iconografia di queste 22 carte non abbia alcun rapporto apparente con quella dei Tarocchi, esse non sono meno curiose di essi, poiché tutto il processo della Grande Opera vi é scrupolosamente descritto con le immagini ed il testo, e richiama, sotto questo punto di vista, il Mutus Liber. I simboli sono sufficientemente chiari per chi abbia già lavorato, ed il testo, nonostante i segni alchemici, facili a tradursi, aiuta grandemente a penetrare il senso delle figure. Non potendo riprodurle integralmente, mi limito a citare, nell'ordine, il titolo delle 22 carte.

1° L'Estrazione
2° L'Attrazione
3° La Calcinazione
4° La Purificazione
5° La Dissoluzione
6° L'Animazione
7° La Sublimazione
8° La Decomposizione
9° La Putrefazione
10° La Rigenerazione
11° L'Abluzione
12° La Vegetazione
13° Il Fiorimento
14° La Fruttificazione
15° La Preparazione del Fermento
16° La Fermentazione
17° La Cibazione (o Nutrimento)
18° L'Esaltazione
19° L'Imbibizione
20° La massima Perfezione
21° La Moltiplicazione
22° La Proiezione

Esistono certamente altri trattati di Alchimia a me sconosciuti, che hanno basato la loro divisione sul simbolismo dei 22 arcani maggiori, ma io ne conosco alcuni sul valore dei quali preferisco tacere. É logico cercare un senso alchemico nel tarocco? Sì, se esso è veramente il Libro Universale, giacché, allora, deve adattarsi all'Alchimia come ad ogni altra scienza, ma, come ho detto precedentemente, che cosa possiamo aspettarci di positivo dal simbolismo di figure che hanno già subito tante trasformazioni? Secondo il mio modesto parere, poiché la scrittura geroglifica ha sempre preceduto il carattere, che altro non è che la sua abbreviazione, il Tarocco dovette comprendere, all'origine, ventidue lame dipinte o incise su corteccia o papiro, e le figure di esse dovettero avere un duplice senso, essoterico ed esoterico. Quelle che conosciamo non dovevano avere che una assai lontana parentela con le figure originali.
Guillaume Postel, che lo studio rese folle, pubblicò nel 1540 la"Clef des choses cachées" (8) per rivelare i misteri del Tarocco, "primo libro conosciuto apparso in figure prima dell'invenzione dell'alfabeto". Court de Gebelin, filosofo straordinariamente erudito, volle spiegare gli emblemi con l'aiuto della Qabalah ne "Le monde primitif analysè et comparé a le monde moderne". Il Tarocco, a modo suo, è un libro muto non meno che il"Mutus Liber". Se gli Ebrei l'hanno attribuito ad Enoch, gli Egiziani a Ermete, i Greci a Cadmo, non è meno ermetico per chi non ne possegga la chiave. Esso costituisce, in certo qual modo, una sintesi del simbolismo, cosa che permette a ciascuno di trovarvi quello che vi cerca. É probabile che i 56 arcani minori fossero assai posteriori ai primi 22. A parte ogni speculazione numerica, essi non sono legati agli arcani maggiori che per la prima lama, Il Giocoliere, la bacchetta magica del quale, il pugnale, la coppa e il denaro richiamano il bastone, la spada, la coppa e lo scudo che, ancora oggi, illustrano i mazzi di carte spagnoli e catalani. In queste quattro figure si può ritrovare il simbolismo dei quattro elementi, due attivi (spade e bastoni) e due passivi (coppe e denari). In altri termini: aria e fuoco, acqua e terra. Tale quaternario si ritrova, su un piano diverso, con il Re e la Regina, il Cavaliere e il Fante. C'è chi ha creduto di vedere negli arcani numerati da 1 a 10, nelle quattro serie, la cosiddetta somma teosofica del quaternario: 1+2+3+4=10. Alchemicamente, vi si possono ritrovare i quattro elementi fuoco, aria, acqua e terrai tre principi Mercurio, Solfo e Sale, il Rebis Androgino ed infine la Pietra unica, ossia 4+3+2+1=10. Riflettendo, credo che i Sacerdoti o Indovini che praticavano il Vaticinio per mezzo delle 22 lame abbiano sentito, attraverso i tempi, il bisogno di alleviare i loro sforzi aumentando il numero degli Arcani, per dare maggiore elasticità o ampiezza alle loro interpretazioni. Il raggruppamento dei 56 arcani minori non fu dovuto al puro caso, e non nacque se non in seguito a parecchie riflessioni sulle combinazioni numeriche. Come ho già detto, Il Giocoliere fu il Padrino di questa nuova serie di arcani, che rende assai più facile il compito di Romi, Romanì, Zingari, Tzigani, Cypsies, Bohèmiens ed altri nomadi. Le stesse combinazioni numeriche permisero allora al demone del Gioco di manifestarsi e di aiutare così il Vecchio Libro a superare i secoli per arrivare intatto, se non nella forma, almeno nello spirito. Dal punto di vista strettamente alchemico; lasceremo quindi da parte i 56 arcani minori, sospetti di essere stati aggiunti ai 22 maggiori molti secoli dopo, ed esamineremo il simbolismo che può rilevarsi dall'esame delle 22 prime lame.


1° Il Giocoliere - In contrasto con l'opinione espressa da certi autori, io non attribuisco alcuna importanza ai colori delle lame, che certamente furono dovuti più alla fantasia del disegnatore che alle sue conoscenze esoteriche. In questa prima lama, si ritrovano i tre Principi, Mercurio, Solfo e Sale, simboleggiati dai Tre piedi del tavolo sul quale l'Iniziato manipola i quattro elementi sotto forma di Coppe, Denari, Spade e Bastoni. Egli è ormai pronto per il compimento della Grande Opera.

2° Giunone - Una donna fa il ben noto gesto dell'esoterismo: "Solve et coagula". Con la mano destra mostra il Cielo, serbatoio inesauribile del grande agente magico, e con la sinistra la Terra, suo veicolo o supporto. Due Pavoni ai suoi piedi rappresentano gli attributi dati a Giunone dagli abitanti di Samo. Forse che nell'Opera non c'é effettivamente un periodo in cui il colore della materia racchiusa nell'uovo ricorda quello della coda di un Pavone che fa la ruota?

3° L'Imperatrice - Nella mano sinistra regge uno scettro sormontato dal globo terrestre O , che può rappresentare sia la Terra dei Saggi, sia l'Antimonio (se non si tiene conto che del "cerchio" e della "croce" che lo sormonta). Nella mano destra, figura uno scudo sul quale un'aquila dalle ali aperte ci ricorda che la "materia prima" deve essere purificata con numerosi trattamenti consecutivi (in Alchimia, "aquile"). Spesso si é confuso, secondo me errando, questo termine con quello di "distillazione". Effettivamente vi é "distillazione", ma per "via secca", ed ecco il "mercurio volatile dei Filosofi".

4° L'Imperatore - Regge uno scettro identico a quello dell'Imperatrice della lama precedente. L'aquila raffigurata sotto il trono ha le ali abbassate. In Lui é la virtù del "Solfo dei Filosofi" che coagula e che fissa. Questa lama ricorda stranamente la IX° allegoria del De Lapide Philosophico di Lambsprinck.

 

Le 17 allegorie del "De Lapide Philosophico" possono essere consultate nelle edizioni del  1607 e 1677

De Lapide Philosophico


5° Giove - Il Re dell'Olimpo ci appare in atto di ripetere il gesto di Giunone nell'arcano 2°, con la differenza che le braccia sono invertite, e qui indicano la polarità sessuale inversa. Egli tiene nelle due mani dei fulmini e i suoi piedi posano su di un'aquila dalle ali tese. La nuvola su cui si libra evoca delle volute di fumo, e questo, insieme ai fulmini, mi richiama alla mente certe esperienze descritte sia da Nicolas Lémery che da Macquer ("Dictionaire de Chymie") con chiarezza sufficiente da potervi rinviare il lettore (Clyssus de Nitre).

6° L'Innamorato - Io non arriverò a vedere nei due personaggi che accompagnano il soggetto centrale la personificazione della "via secca" e della "via umida", che cercano alternativamente di convincere l'adepto; importa soltanto il soggetto in alto, l'angelo solare che brandisce il suo arco. É il Sagittario, domicilio astrologico di Giove, la freccia del quale è una replica dei fulmini? Io preferisco vedervi il simbolo di Cupido, figlio della Venere filosofica. Questo arcano si avvicina a certe lunghe dissertazioni di Valentino Andreae nelle"Noces chymiques de Christian Rosenkreutz" (9).

7° Il Carro - Ecco il termine del primo settenario, il cui grafismo sconcerta un po': sembra che esso debba riassumere quello che precede. Io, per parte mia, evito di vedervi il "Carro trionfale dell'Antimonio", titolo di un noto trattato di Alchimia di Basilio Valentino (10). La prospettiva delle bestie e delle ruote é quanto meno singolare, e solo la forma cubica del carro merita di attirare la nostra attenzione, così come due forze che gli imprimono movimento e che non sono opposte, benché sembrino rivolte ciascuna dalla sua parte. Il trionfatore coronato e reggente lo Scettro é protetto su ciascuna spalla da un'armatura che ripete la forma di un corno di Luna. Si tratta di ben altro che di un particolare dell'abbigliamento, ed il "lingam" situato davanti al carro riassume tutta l'immagine evocando la congiunzione delle forze celesti e di quelle terrestri.

 

Sul Lingam consultare nella sezione dedicata:

Il Culto Fallico nell'antichità


8° La Giustizia - Troviamo qui una delle quattro virtù cardinali, le altre tre delle quali saranno rappresentate negli arcani 9° (Eremita o Prudenza), 11° (Forza) e 14° (Temperanza). Dal punto di vista strettamente iconografico, accontentiamoci di vedere una allusione a Marte (il Solfo attivo) nella spada retta con la mano destra; la Bilancia nella sinistra ha la sua replica nel segno alchemico che designa la "gomma dei Filosofi" o il Mercurio in putrefazione.
In quanto segno dello Zodiaco, la Bilancia é il domicilio di Ve nere, e questo aiuta forse a comprendere alcuni passi delle "Nozze Chimiche di Christian Rosenkreuz", già citato, e particolarmente quelli che descrivono la prova dei pesi e la visita alla tomba di Venere. Questa lama del Tarocco dovette ispirare anche Basilio Valentino per la settima delle "Douze Clefs de la Sagesse".

 

Le allegorie delle "Douze Clefs de la Sagesse" nelle edizioni originali del 1618 e del 1677

Le Dodici Chiavi della Saggezza


9° L'Eremita - L'adepto tasta con il suo bastone la via che percorre, e cerca di farsi luce con il chiarore della lampada del Saggio, simbolo della Luce universale. Come nell'arcano 6°, si é arrivati nuovamente ad un crocicchio.

10° La Ruota di Fortuna - La sfinge, simbolo dell'Assoluto e della Conoscenza, guarda con occhio indifferente quelli che si elevano e quelli che si abbassano. Colui che adora Dio in Lui e nelle sue Opere segue la giusta via e si eleva verso la Luce quando il Soffiatore, l'Alchimista senza fede, i cui scopi sono inconfessabili, cade negli abissi. Nonostante lo strano titolo di questa lama, si può trovare in essa anche il simbolo alchemico dell'incessante andare e venire delle materie che si alza no e ricadono nell'Uovo filosofico, nel corso di certe fasi del l'Opera.

11° La Forza - Non più che nel copricapo del Giocoliere dello Arcano 1°, non saprei vedere nella capigliatura dell'Arcano 11° il simbolo algebrico dell'infinito. L'unica analogia consiste nel fatto che ciascuna di queste lame è l'inizio di un decenario, e, forse, si tratta di semplice coincidenza! Il Leone al quale una donna apre la bocca non è né verde, né rosso; noi possiamo, tuttavia, vedere nella sua immagine l'astrazione dell'olio di Vetriolo, poiché, secondo Poisson ("Dictionnarie des symboles ermetique"), esso rappresenta il minerale dal quale si può estrarre questo olio. Ritengo superfluo citare qui i passi di opere alchemiche dove figura il Leone (domicilio astrologico del Sole). Le figure di Lambsprinck e quelle dello "Janitor Pansophus" (11) sono esplicite su questo punto. D'altronde, Jean d'Espagnet, nel suo "Zodiaco dei Filosofi", non dice forse: "Nel Leone, dimora reale del Sole, comincia l'opera solare che si conclude nelle Bilance, in pietra rossa o solfo perfetto"?

12° L'Appeso - Questa lama porta ancora un legame di parentela fra il Tarocco e la Grande Opera. In effetti, si può vedere nell'appeso la forma simbolo della Grande Opera compiuta, ma i risultati, qui, non sono che in potenza, e i dodici rami tagliati indicano al ricercatore di scienza che gli mancano ancora 12 mesi filosofici per arrivare al termine dei suoi lavori.

13° La Morte - Ecco una, tra le fasi, che serve da verifica nell'attuazione dell'opera. É una distruzione soltanto apparente, è il riposo nelle tenebre della notte prima del risveglio dell'indomani. L'opera al nero segnala, in effetti, il successo del la prima operazione. La Morte svincola lo spirito dalla materia ed il sottile dallo spesso. Nicolas Flamel scrive a tale proposito: "Questa nerezza indica chiaramente che in questo inizio la materia incomincia a imputridire e dissolversi in polvere più minuta degli atomi del Sole, che si trasformano in acqua permanente, e tale dissoluzione é chiamata dai Filosofi: Morte, distruzione, perdizione, perché le nature cambiano forma". Nella sua 8° chiave, Basilio Valentino fa la stessa allusione alla morte ed alla putrefazione della creatura celeste nutrita dagli astri ed alimentata dai quattro elementi.

14° Temperanza - Come descrivere questa lama meglio che con il testo del 69° canone di Jean d'Espagnet nella sua "Oeuvre secret de la Philosophie d'Hermès"? Nella seconda "digestione", lo Spirito di Dio cammina sulle acque, la Luce incomincia ad apparire e le acque si separano dalle acque. L'Angelo alato, che reca una stella sulla fronte, versa dei liquidi dall'uno all'altro recipiente; é l'Ermete, il Mercurio alato, agente attivo degli scambi, che spande sugli astri i fluidi terrestri e in terra i fluidi celesti. Sembra logico vedere in questa "vergine" alata il segno zodiacale della Vergine (che é, notiamolo, il domicilio notturno di Mercurio). La corrispondenza astrologica ed alchemica di questa lama sembra molto precisa.

15° Il Diavolo - La cui immagine sembra essere stata disegnata per fare all'occasione, paura ai bambini piccoli, per noi evoca la materia prima dei Filosofi. Plutone, Signore degli Imperi Infernali, era anche Dio delle Ricchezze! Io consiglio ai Figli della Dottrina, ai Curiosi di Scienza, un esame approfondito di questo arcano. Il principe dei demoni si chiama Lucifero (cioè portatore di luce):è il nome della Stella del Pastore, Venere per i Latini, Noga per gli Ebrei, quando brilla al mattino; la sera, è Vespero (o Espero, da cui le Esperidi, e il drago squamoso che ne custodisce l'ingresso). I due personaggi incatenati al trono di Satana rappresentano la doppia natura del Mercurio, di cui Limojon de Saint-Didier parla assai esplicitamente nel suo "Triòmphe Hermètique".

16° La Casa di Dio - Questo arcano ha stimolato l'intelligenza di molti commentatori, perchè non si vede un legame apparente fra il titolo e la figura. Non c'è tuttavia, una analogia notevole tra"la Casa di Dio"e"la dimora divina", traduzione del termine ebreo Bèthel (Genesi, cap.XXXV, vers.15). É il nome che Giacobbe dà alla pietra sulla quale appoggiava la testa durante la sua visione (Genesi, XXVIII, vers.11-19). (Ved.anche la tavola 1° del Mutuus Liber). In effetti, sembra che esista una relazione tra la grandinata di pietre che circonda la Torre colpita dal fulmine e la parola Beithel, dimora divina, dalla quale derivò betyles, parola con cui i Semiti designavano gli aeroliti, o pietre di folgore.

 

Le incisioni originali del Mutus Liber del 1607 e 1677 (elaborata a colori) sono consultabili nella sezione

Il Mutus Liber


17° La Stella - "Ave Maris Stella". Salute alla Stella del Mare. É in questo Mare filosofico che si pesca il pesce Echeneide, e ad esso va riferita la quartina del Cosmopolita nelle sue "Visions hermetiques":

Io vidi nel nostro Mare due Pesci mirabili
Che senza carne e senza ossa cuocevano nella loro stessa acqua
E con il loro umore gonfiavano le dilettevoli onde
Che avevano dato loro la vita e che sono la loro tomba.

É lo stesso mare al quale Lambsprink allude nella prima figura del suo "De lapide Philosophico": "I Filosofi dicono che all'origine ci sono nel nostro mare due pesci senza carne e senza ossa...".
L'uccello, assai visibile, appollaiato su di un albero, ci indica che un principio volatile è per ora fisso e non aspetta che l'aiuto dell'artista per tornare a volare. Le Stelle, in numero di nove, sei gialle e tre rosse, danno una indicazione delle proporzioni da rispettare nella miscela delle sostanze per ottenere la prima materia dell'opera. É ancora a questa stella che si fa allusione nel cap.Vll dell'Asch Mezareph. In questo capitolo, che tratta dell'argento vivo, è scritto infatti: "É questo fiore d'oro che, non senza mistero, è chiamato cocab, stella, perchè, secondo la Qabalah naturale (Numeri 14-17) incedit stella Jacob; e, se la si cerca nella pianura, la si vede levarsi in forma di verga e di rami, e da questa stella terrestre proviene l'influenza della quale parliamo".

 

Per Asch Mezareph (tradotto integralmente in italiano sui testi originali) consultare la sezione dedicata

L'Asch Mezareph

 
18° La Luna - La casta Diana, simbolo dell'opera al bianco, é qui rappresentata nel suo domicilio astrologico: Il Cancro e il gambero. La sua mezzaluna si sovrappone a due stelle che hanno un rapporto diretto con la lama precedente. Le gocce che da essa si irraggiano ricordano la prolifica rugiada di maggio, ed il cane ed il Lupo che urlano richiamano la 4° figura di Lambsprinck, già citata. "Alessandro scrive dalla Persia che il lupo e il cane sono stati formati in questa argilla; il filosofo ci indica intanto che l'uno e l'altro hanno la stessa origine. Il lupo e il cane sono in una stessa dimora; tuttavia, in seguito, da essi si forma un solo corpo".
Nelle sue visioni Ermetiche, il Cosmopolita si esprime press'a poco negli stessi termini:
"Io vidi un cane superbo ed un lupo pieni di rabbia afferrarsi l'un l'altro e strangolarsi a vicenda trasformare in veleno il loro sangue e la loro strage, poi trasformare il veleno in un balsamo prezioso".

19° Il Sole - Simbolo dell'opera al rosso; il domicilio diurno di Mercurio é evocato dai Gemelli, sui quali si sparge, in lagrime d'oro, una benefica rugiada celeste come nell'arcano precedente; questo segno dello Zodiaco, che corrisponde al mese di Maggio, si trova spesso nell'iconografia alchemica, sotto l'aspetto di due giovani pastori che sorvegliano un montone e un toro al pascolo. Sembra esservi, qui, una relazione precisa con il tempo nel quale si deve cominciare l'Opera, secondo gli scritti degli antichi Maestri.

20° Il Giudizio - "Surgite Mortui, venite ad Judicium Domini Mei". Ecco ciò che scrive il buon Flamel sullo stendardo retto da due angeli che si avvicinano ai tre resuscitati nel suo "Livre des Figures". La Tromba del Giudizio finale nella quale soffia l'angelo é adornata dalla croce dei quattro elementi. Infatti, é grazie ad essi se la materia si trova rigenerata: essa é uscita da Caos, e la sua perfezione può sostenere vittoriosamente il "Giudizio". La Pietra é ormai pronta alla moltiplicazione.


Il Libro delle Figure è consultabile nella sezione dedicata:

Il Libro delle Figure

 

21° Il Mondo - Una donna nuda al centro di una corona d'alloro simboleggia la verità vittoriosa. Nella mano destra regge la lampada, simbolo della Luce, e nella sinistra la bacchetta magica, già vista nelle mani del Giocoliere nell'arcano I°, la bacchetta magica dei Saggi! Le gambe hanno la stessa posizione di quelle dell'Imperatore nel 4°arcano. Ai quattro angoli della lama ritroviamo le quattro figure della Qabalah che simboleggiano il movimento universale delle cose, identiche, d'altra par te, a quelle dei quattro Evangelisti. Si può attribuire all'angelo il simbolo della sublimazione, quello della volatilizzazione all'Aquila; il Leone é il simbolo del fisso, come il Toro, le cui corna a mezzaluna hanno, tuttavia, una importanza speciale. Lo studio dettagliato di questa lama può dare spunto per lunghi approfondimenti filosofici, che basterebbero da soli a fornire argomenti per uno studio particolare.

22° Il Matto - Che figura sconcertante! In essa si può vedere il soffiatore stravagante, oppure l'Alchimista giunto al termine dell'Opera. Se la parola Matto viene interpretata come Folle, si ha evidentemente a che fare con il Soffiatore; tuttavia, quest'uomo che porta una bisaccia e si appoggia al suo bastone può ricordare anche l'Alchimista errante, l'uomo la Saggezza e l'esperienza del quale hanno raggiunto un livello tale che egli può facilmente astrarsi dalle contingenze terrene e disprezzare le risate e la crudeltà imbecille della Folla che cerca di ridicolizzarlo, rappresentata qui dalla bestia che lo morde.
Tutti gli Alchimisti celebri furono, per necessità o per dovere, "Ambulanti". Louis Figuier ne "L'Alchimie et les Alchimistes", nonostante l'evidente partito preso che segue nei suoi giudizi, ha tracciato (certamente senza rendersene conto) il profilo del vero Alchimista, obbligato a vagare di città in città, di reame in reame, realizzando qua e là la "proiezione", per dare una prova tangibile della verità della "Grande Opera". Questi spostamenti continui avevano due scopi: per prima cosa, ampliare il raggio d'azione della sua carità, facendo beneficia re, senza distinzione di nazionalità, il più gran numero possibile di uomini del dono ammirabile concessogli da Dio; poi, sottrarre il suo segreto e se stesso alla cupidigia dei grandi e dei Potenti di questo Mando.
Questi, tuttavia, non sono gli scopi dei Nomadi del nostro tempo, che leggono l'avvenire negli Arcani del Tarocco e nelle linee della Mano.

Questo breve studio non apporta, evidentemente, alcuna luce precisa sulle possibili relazioni tra l'Alchimia e il Tarocco, ma non sembra impossibile, a priori, che esista un legame fra il più vecchio libro del Mondo e la più antica delle Scienze.
Ad ogni modo, io credo che nel Tarocco non si debba vedere altro che un libro di metafisica alchemica e non un Codice dettagliato che indichi tutta la tecnica operativa della Grande Opera. Come coloro che, nel corso dei secoli, l'hanno seguito, questo libro muto lascia coperto con il suo velo di mistero l'Arte della Crisopea, e questo per il massimo bene di tutti.

 


1 - Cfr. Eliphas Levi, Chiavi maggiori e Clavicole di Salomone, Il Basilisco, Genova, 1982, pag.54 e segg.

2 - La mia erudizione é troppo insufficiente per permettermi di vedere in essi il Libro dell'Iniziazione dei Sacerdoti dell'Antico Egitto; mi limiterò quindi ad esporre le riflessioni che mi ha suggerito l'esame di un mazzo che io posseggo, astrazion fatta da tutto quanto ho letto sull'argomento, per conservare allo scritto un carattere di lavoro personale. Le carte di cui mi servo sono quelle del Tarocco detto di Marsiglia, ad angoli quadrati, ed in cui il due di denari porta in una S l'iscrizione:1748.Arnoult.1748

3 - Naturalmente, i riferimenti sono sempre ai Tarocchi di Marsiglia.

4 - Dagli Iperchimici in poi sono stati diffusi numerosi manuali pratici di Alchimia, che, mediante "lezioni" permettono ai profani di accedere ai segreti dei soffiatori.

5 - cfr. Jollivet-Castellot, Storia dell'Alchimia, Bastogi, 1982; id. con il titolo Storia della Scienza Alchimica, Graal, 1981.(n.d.c.)

6 - Kerdanek de Pornic, Il Libro dei 22 Fogli Ermetici, Phoenix, 1979.

7 - Pensiamo sia indispensabile la lettura delle seguenti opere del Pernety: Le Favole Egizie e Greche, Alkaest, 1980. Dizionario Mito-Ermetico, Phoenix, 1979-80, vol.I-II. Trattato dell'Opera Ermetica, Phoenix, 1978.

8 -  G. Postel, Absconditorum Clavis, tradotto per la prima volta dal Latino in Francese da Grillot De Givry, Paris, 1898 (in traduz.ital. presso Arché).

9 - Edizione Chacornac, 1928. In ital. cfr. Le Nozze Chimiche di Christian Rosenkreuz, Atanòr, 1975.

10 - Basilio Valentino, Cocchio Trionfale dell'Antimonio, Mediterranee, 1978.

11 - Janitor Pansophus, Arché, 1974.