Lo scritto che segue è una delle dieci relazioni presentate al seminario di studi della Loggia Har Tzion Montesion sul tema: Gli Alberi dell'Eden,  svolto nei giorni 26 27 28 settembre del 2003 . L'elaborato costituisce un opera della maestria del Fratello. Il suo contenuto non riflette necessariamente la posizione della Loggia o del GOI. Ogni diritto è riconosciuto. 

© Federico P.

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Mastro Venerabile, Graditi Ospiti, Fratelli Carissimi, se qualcuno di voi mi invitasse a sintetizzare in una parola il contributo che andrò a presentarvi, con una ardita e alquanto originale analogia risponderei che trattasi di peperoni, noto alimento di non facile digeribilità.

Però, come potete notare ho provveduto con fraterna premura al bicarbonato.

Lavagna e un foglio di note, che ora vi distribuirò. Vi prometto, in ogni caso, che nessuno soffrirà, tutto sarà… indolore.

- Converrete con me che parlare degli Alberi del Seder Big Geden, senza congetturare che tali piante in verità non sono dei comuni Alberi è voler fare della botanica.

- Riferirsi agli Alberi del Seder Big Geden, poi, senza conoscere la natura del Giardino in cui sono posti, è un voler disquisire di giardinaggio.

Su queste due considerazioni introduttive svilupperà il mio contributo per questo seminario.

Debbo molto a questa Loggia in termini di conoscenza, non ultimo l’aver scoperto l’esistenza di un Quinto Olam (Mondo). Ho accertato che, nei pressi dei quattro codificati da Luria, alcuni miei Fratelli ne hanno ipotizzato un quinto di comodo, il Mondo delle Fregnacce [la parola estratta dal dialetto romano significa scempiaggine, castroneria baggianata], dove fatalmente mandano ad albergare, e naturalmente senza verifica alcuna, tutte quelle informazioni che non capiscono, non condividono o di cui soltanto si ignora l’esistenza. E allora un fraterno suggerimento, prima che l’uso di questo Mondo divenga scriteriato… la verifica. Un po’ come dire in quel fiorito linguaggio dell’estrema periferia di Roma: Caro Fratello, se le cose nun le sai… prima salle.

 

Questo contributo, articolato sulle due considerazioni presentate in introduzione, tratterà di Alchimia organica, e di Operatività (per quello che ci è consentito dire), accennando a soggetti diciamo… bizzarri, tanto bizzarri da essere per alcuni, seri candidati a quel Mondo di cui prima accennavo. Non intendo, però, entrare in contraddittorio sulle diverse interpretazioni delle modalità operative, questo non è né il luogo, né il seminario è ambiente confacente. Mi conterrò ad indicazioni di massima, anche se convenienti, lasciando all’intelligenza dei Fratelli la libertà di spingere oltre l’indagine… e perché no anche una eventuale verifica sperimentale, scegliendo tra le uniche due scuole che, in Italia, hanno reso a disciplina l’Operatività Alchemica. La scuola del Corpo dei Pari, e le Accademie Osiridee del Maestro Giuliano Kremm-erz.

In una lettera, del 1550, inviata al Papa Giulio III dai cardinali francesi, così si leggeva:

 

La Lettura dell’Antico Testamento non deve essere permessa che il meno possibile, specialmente nelle lingue moderne e nei paesi sottomessi alla vostra potestà. Il pochissimo che viene letto generalmente alla Messa solo in parte e non tutto. Ma nel momento che se ne vorrà leggere di più i vostri interessi allora cominceranno a soffrire.

(Fonte documentale: foglio n. 1088 – Biblioteca Nazionale – Parigi)

 

Bene! Allora leggiamone di più.

E se avremo la forza e la pazienza di leggere, almeno, fino ai versetti ottavo e nono del secondo capitolo del Genesi, appenderemo che gli Alberi, soggetto di questa relazione, sono proprio nel Gan Bi GheDen, ovvero nel giardino in Eden ad Oriente. Un piccolo sforzo e potremmo persino, pensate, giungere al versetto ventidue del terzo capitolo e leggervi: Ecco, l’uomo è diventato come uno di noi, per la conoscenza del bene e del male e ora perché non stenda più la sua mano e realmente prenda anche dell’albero della vita, ne mangi e viva sempre!

La lettera che da' la Traduzione di San Gerolamo dei versetti ottavo e nono del secondo capitolo è la seguente:

 

(8) Poi Yhvh-Élohïm piantò (ufyw) un Giardino (}g) in Eden a Oriente

E vi collocò l’uomo che aveva fatto.

 

(9) Yhwh-Élohïm fece germogliare dal suolo ogni sorta di alberi graditi

alla vista e buoni da mangiare (hlka l), tra cui l’albero ({u) della vita

al centro del giardino e l’albero della conoscenza del bene e del male.

 

Alcune ingenue riflessioni introduttive, prima di andare ad esaminare alcune parole fondamentali (quelle riportate i grassetto).

Ma, Fratelli, non vi sembra almeno insolito che ad un certo momento del racconto del Genesi, dopo la descrizione della creazione imponente dei cieli e della terra, dopo aver separato le acque di sopra da quelle di sotto, dopo aver creato i due luminari, il giorno e la notte e non possiamo dimenticare la creazione dell’uomo, già avvenuta, non vi sembra strano, dicevo, che improvvisamente questo Dio si trasformi in un giardiniere. Questo Dio pianta… (si legge, infatti, Yhwh-Élohïm piantò un Giardino in Eden a Oriente) pianta mica un arbusto, un legume o un fiore… no, no, pianta un intero giardino ( ??? ) e non lì dove si trovava, sarebbe troppo comodo… si sposta… lo pianta ad Oriente, ma oriente di cosa? E poi ecco, alberi buoni da mangiare… alberi, Fratelli, mica peperoni.

Ecco… banali e forse "insolenti" considerazioni, ma certamente bastevoli a far scattare nel curioso degli onesti interrogativi.

Evidentemente il racconto è soltanto simbolico, e il nostro compito è proprio come quello di ipotetici viaggiatori in un paese sconosciuto, addentrarci nel simbolo non noto, al fine di estrarne quelle informazioni che possano soddisfare la nostra sana curiosità di viandanti ricercatori, legittimando così il viaggio stesso; altrimenti, penso, sarebbe opportuno per noi non muoverci da interpretazioni che non siano quelle letterali.

Ma il Massone è un ricercatore, è un viandante curioso, molti di noi, poi, appartengono all’agenzia di viaggi "Montesion", e non possono accontentarsi di una interpretazione-viaggio banale e scontata.

Ecco, quindi, che le illogicità che emergono dal racconto, ci infastidiscono, comprendiamo che il testo, letteralmente accettato, è una offesa all’intelligenza, comprendiamo anche, però, che le dissonanze emergono soltanto a causa del significato che comunemente viene accettato per le parole del testo, in particolare per quelle che sono evidenziate, le quali, pur tuttavia, sembrano, ad un primo superficiale esame, del tutto trascurabili ed ininfluenti per l’intelligenza esoterica dei due versetti, ma vedremo che non è così.

Mi rendo conto Maestro Venerabile, Fratelli e cari Ospiti, che seguire senza padroneggiare l’informazione esoterica che le lettere ebraiche solitamente forniscono, o non essere abituati a leggere il significato che scaturisce da una loro intima associazione, possa presentare delle difficoltà; d’altro canto spero che si comprenda anche, che soltanto con un certo tipo di chiavi si è in grado di scardinare lo scrigno del Berechith (il Genesi) e rapirne le informazioni esoteriche.

La lavagna ( è stata usata per il seminario una lavagna luminosa) e lo stampato che vi è stato fornito, vuole essere un aiuto per i meno abituati a questo tipo di indagine, per meglio seguire i contenuti di questo intervento. Il metodo di esposizione sarà quello dell’Inferenza, in altre parole partendo da dati accertati ed accettati inferiremo nozioni non altrimenti conseguibili, ci muoveremo, cioè, dal certo all’incerto.

Consideriamo le due prime due parole evidenziate, che costituiscono il fondamento dell’intero ottavo versetto:

Piantò e Giardino.

Questi due termini stabiliscono quello che nella filosofia peripatetica è definita relazione argomentale. Come dire, per non essere frainteso in questo passaggio delicato: la nozione di un Gan o Eden fisico, condiziona quella di un’azione, il piantare, anch’essa fisica; e ancora, il concetto di un piantare materiale, nella più stretta accezione di questa parola, necessita quella di un giardino terrestre e materiale.

S. Tommaso d’Aquino sosteneva, nei suoi scritti, Miscellanea, capitolo 2.2 foglio 102 e 164, che il Giardino si trova sempre nella stessa zona, in una regione temperata vicino all’equatore e che la scoperta dipendeva dalla volontà divina... che tale Giardino era inesplorabile ai mortali e occultato alle loro ricerche dal muro di fuoco eretto a protezione, muro che, ovviamente simboleggiava le spade fiammeggianti dei due Cherubini posti a oriente dell’oriente, a sua difesa.

I contemporanei e gli studiosi successivi hanno letto la lettera, ma San Tommaso D’Aquino, il dottore celeste, uno dei più eccelsi Teologi della Chiesa, la sapeva lunga ma soprattutto la sapeva anche raccontare. Lui aveva notizia di che natura fosse questo Giardino e dove si trovasse e ha detto velando di nuovo.

Proviamo allora anche noi a riconoscere quanto San Tommaso d’Aquino aveva compreso.

 

Poi Yhvh-Eloïm piantò un giardino in Eden ad Oriente

\dpm }dub }g \yhla hwhy ufyw

Va Ytagh Yehoah Aelohim Gan Bi GheDen.

 

Il senso corrente del termine Va Ytagh, che in ebraico scrive ufy, Yud Teth e Aïn, necessitato dalla materializzazione della parola successiva Gan (giardino), è in realtà quello di piantare, stabilire, fissare in maniera irreversibile, cosa che emerge abbondantemente, come lo conferma il Fabre d’Olivet, dalla base radicale di questo verbo, Nat, che in ebraico scrive n nun e f Theth, il cui significato è quello della conferma e del mantenimento di una realizzazione naturale. La lettera finale, della parola Ytagh, poi, la lettera Aïn u fa chiaramente intendere la natura inferiore e temporale della formazione e la sua tendenza alla materialità senza limiti di tempo. Altre radici del verbo fornite dal Fabre d’Olivet come Natoh , che significa penetrare, introdurre e Tenca, che significa paniere, canestro; fanno chiaramente intuire che siamo in presenza di un idea di contenuto e non di una azione

L’esame di questa parola ci porta naturalmente anche alla comprensione della reale natura del Gan (Giardino) che in ebraico scrive g ghimmel e n nun, e superficialmente accettato con il significato materiale che questa parola propone.

In realtà cari Fratelli, con questa parola, noi ci troviamo, come spesso avviene nel Genesi, di fronte ad uno di quei lemmi della Scrittura, più misteriosi e significativi.

Ricordate, ad esempio, quanto dicemmo a proposito dell’impossibilità di traduzione della particella Eth che scrive ta, incontrata nel primo versetto del Genesi?

 

Berechith bara Élohïm eth ha-shamaïm…

In principio creò Élohïm i cieli e

 

In quella occasione dicemmo che, in tutti i corsi di ebraico biblico, quando si giunge a questa quarta parola del Genesi l’insegnante spiega che questo vocabolo non ha alcun significato letterale, è intraducibile, che tale particella preconizza soltanto il complemento oggetto determinato; però aggiunge, subito dopo, che tale parola è intraducibile non perché realmente non abbia significato ma perché essa ha troppi significati o troppo significato, essendo costruita con prima e con l’ultima lettera dell’alfabeto, in altre parole esprime l’idea della totalità nella sua essenza, per cui ogni tentativo di traduzione sarebbe, per così dire, un tradimento, giacché essa non renderebbe che uno solo dei sensi lasciando fuori tutti gli altri.

Ebbene questa parola, Gan, in un senso simbolico, volontariamente degradato e materializzato nella traduzione, ha derivato l’interpretazione erronea, sulla sua natura, e, a causa di quella relazione argomentale di cui sopra dicevamo, anche della natura di Adam, a cui questo mezzo, o forse più correttamente dire questo strumento, era destinato nel pensiero divino come la sua perenne dimora, come la sfera della sua attività.... ripeto, sfera della sua attività. Corollario, tutto ciò che è descritto dal Genesi nel Gan, alberi compresi, subisce a causa di questa materializzazione una conseguente interpretazione materiale.

Questo mezzo, questo strumento, per sua natura, puramente intelligibile, è, in realtà, il contenente vivente di tutte le Potenze dell’organicità, e giustificato dalla legge di riproduzione temporale sensibile; non ho parole più idonee per indicarlo meglio, ma sono certo che i Fratelli che hanno sentito parlare di un certo processo, di una certa operatività, ben intuiscono cosa sia questo contenente vivente di tutte le Potenze dell’organicità.

Questa sorgente della vita, questa organicità, è sottomessa, come meglio diranno i versetti successivi del Genesi, alla direzione, all’utilizzo e al controllo, dell’Adam universale.

Ora noi sappiamo che le traduzioni, ad iniziare da quella dei settanta, hanno fatto di questa parola un giardino, il quale per quanto delizioso possa essere, non è meno sensibile e materiale nella più stretta accezione di questi termini.

Abbiamo detto che la parola Gan (giardino) scrive in ebraico g ghimmel e n nun, la prima lettera è il simbolo in assoluto del Verbo generato-generatore, e per estensione quindi, quello di ogni potenza generatrice. La seconda lettera, la nun, è nel contempo sia il simbolo della Natura naturante, sia quello della Natura naturata, ma soprattutto è il simbolo delle loro effettuazioni, o per meglio esprimermi delle loro operazioni.

Siamo quindi in presenza non di un semplice giardino, materiale, spazializzato ad oriente, produttore di fiori e di frutti sensibili, ma dinanzi ad un ricettacolo ad un contenente, informatore ed universale, che raccoglie per ciascuna delle singole produzioni la natura specifica fissa ed attiva, che consentirà di trasmettere in maniera indefinita e per riproduzione, grazie all’albero della Vita collocato al suo centro.

Meglio ancora, il Gan non solo sarà il dispensatore della vita sensibile e temporale, ma ne sarà anche il custode, il guardiano e il protettore, sotto la direzione del suo maestro o Re... Adam, il quale UNICO sarà in grado di reindirizzarla, e di utilizzarla secondo le finalità originariamente stabilite, che, badate, Fratelli, non sono quelle della riproduzione. Quel: crescete e moltiplicatevi che leggiamo al versetto ventotto del primo capitolo, fa riferimento alla Terra non al Giardino, leggiamo infatti: siate fecondi e moltiplicatevi e riempite la terra e soggiogatela…

La parola Gan ben lontana, quindi, dal significato letterale di giardino, corrisponde all’insieme delle Potenze del secondo ordine gerarchico, generatrici e specifiche, e al mezzo tramite le quali tali Potenze agiscono sotto il controllo unico dell’Adam, il quale, soltanto dopo il piantare il giardino ad oriente, in esso vi è posto.

Queste potenze, dicevo, hanno quindi come ruolo, quello di manifestare nello spazio e nel tempo, il concetto creativo e unitario di Dio, mentre ad Adam sarà affidato il compito di riprodurlo e di reindirizzarlo all’origine.

Qualche Fratello si chiederà: ma l’Oriente che c’entra?

L’Oriente è l’indicazione suppletiva e complementare della natura di quanto è contenuto in questo giardino, ho detto, in un passaggio precedente che, il Gan è un ricettacolo, un contenente, informatore ed universale, che raccoglie per ciascuna delle singole produzioni la natura specifica fissa ed attiva; che consentirà di trasmettere in maniera indefinita e per riproduzione, grazie all’Albero della vita collocato al suo centro. Ma qual è questa natura specifica fissa ed attiva che può essere riproposta senza fine con un azione ripetitiva, la parola Oriente ce lo dice.

Nel capitolo sciolto del Sepher ha-Zohar conosciuto come Sepher ha-Bahir, Libro della Chiarezza, (da non confondere con il testo omonimo) è scritto: Il settimo cielo costituisce l’Oriente… è da la che proviene il seme, infatti è il midollo spinale che trasferisce questa materia dal cervello a quell’albero in cui essa si trasforma in seme, così come è riferito (Isaia XLIII,5): io radunerò dall’oriente il tuo seme".

Terminiamo l’indagine di questo ottavo versetto del secondo capitolo, riassumendo brevemente quanto è emerso dall’analisi delle parole Piantare, Giardino e Oriente.

- Il giardino, abbiamo visto, non è un giardino, ma un ricettacolo un contenente, informatore ed universale, che raccoglie per ciascuna delle singole produzioni la natura specifica fissa ed attiva, che propagherà in maniera indefinita e per riproduzione, grazie all’albero della Vita collocato al suo centro.

- La parola che nella nostra lingua viene tradotta con piantare in realtà è una parola ebraica, Va Ytagh, il cui significato è quello della conferma e del mantenimento di una realizzazione naturale e della sua tendenza alla materialità; non siamo in presenza, pertanto, di una idea di azione (piantare) ma a quella di contenuto.

- La parola Oriente, indica la natura del contenuto (Va Ytag) conservato dal contenente (Gan)-

 

Proseguendo nella nostra analisi, notiamo che anche nel nono versetto vi sono delle parole che accendono delle sane curiosità. Mangiare, centro, albero della vita, albero della conoscenza del bene e del male.

 

(9) Il Signore Dio fece germogliare dal suolo ogni sorta di alberi graditi

alla vista e buoni da mangiare ( hlka l), tra cui l’albero della vita

al centro del giardino e l’albero della conoscenza del bene e del male.

 

Allora, avete mai provato a mangiare degli alberi? Qualche problema di intolleranza alla cellulosa? Fratelli, qui non si tratta di peperoni, un poco di bicarbonato e via, qui si tratta di alberi con tanto di corteccia foglie rami, tronco…

Qualcuno stimerà, allora, che quel mangiare non può essere riferito agli alberi, ma ai frutti degli alberi. Esatto, aggiungo io, ma chiedo anche: che frutto è quello dell’Albero della Vita? E che sapore ha il frutto dell’Albero della conoscenza del Bene e del Male?

Le Aklah che in ebraico scrive hlka l letteralmente per nutrimento deriva dalla radice verbale Akol, che in ebraico scrive lka ed è tradotta nella nostra lingua con mangiare, ed in senso letterale è proprio così, significa mangiare, ma sotto questo senso letterale si occulta un mistero della più grande profondità: quello della Trasmutazione di una Sostanza in un'altra per assimilazione reciproca di due potenze di ordine gerarchico differente. Cosa che ci conduce al più formidabile dei Misteri che si sia potuto concepire, l’unione della Potenza, della Volontà e dell’Amore infinito. Per esprimere questa prodigiosa rivelazione, Mosé o chi per lui, è partito dalla base Kol lk, che simbolizza il Tutto con l’unione di due segni, la lettera Caph, che nella lingua ebraica, lo dico per i nostri ospiti, è il simbolo della condensazione e della compressione ed ha come rappresentazione grafica una mano nell’atto di stringere, di afferrare di comprimere, e la lettera Lamed che, invece, è la rappresentazione della liberazione e della diffusione espansiva indefinita nelle due direzioni, e il simbolo di riferimento è un braccio nell’atto di tendersi verso qualcosa.

In altre parole, ponendo questo Tutto nel limite di due tra i più antinomici concetti che possa generare lo spirito umano (quello della condensazione e quello della espansione).

Questa base, questa parola Kol lk, che come potete osservare è inclusa proprio al centro della parola Aklah hlka come una specie di tratto di unione tra il segno dell’Assoluto a (Aleph) che la regge, e quello della vita h (la Hé) che la sigilla, simboleggia, nella sua globalità, il movimento perpetuo della traslazione dell’energia vivente che, incessantemente unisce il Padre-Principio-Assoluto (a) alle sue manifestazioni più estreme della vita (h), attraverso (Kol lk Tutto) vale a dire tutte le intermediazioni gerarchiche delle potenze interposte. E inversamente, attraverso queste potenze, riconduce al Padre, le Vite esistenziali individualizzate nell’universalità dei mondi creati.

Come vedete nulla di particolarmente difficile o misterioso, ma di catartico certamente sì; giacché questa parola testimonia per l’uomo la possibilità del ritorno o della Teshuvah, come dicono i cabalisti. Che questo ritorno sia poi inteso come identità, come ci indica la tecnica della Bittul ha-Yesch, o semplicemente come stato unitivo o Yihudin (unificazioni), o ancora come una pura condizione contemplativa della Hitbodenuth, appartiene ad un altro ordine di ricerca.

Le quattro nozioni: condensazione (lettera Kaph), espansione indefinita (lettera Lamed), racchiuse tra Padre-Principio-Assoluto-Uomo (lettera Aleph) e quello della vita (lettera Hé); ci aiutano a comprendere che Aklah non corrisponde (dal punto di vista esoterico) semplicisticamente al Mangiare ma piuttosto a quello di Assimilare qualcosa che è posto tra Padre-Principio-Uomo e Vita; quanto detto a proposito di Oriente, ben individua questo qualcosa.

In sintesi la successione è per analogia la seguente: condensazione della vita, assimilazione, proiezione indefinita

In questo processo di assimilazione, descritto nel versetto, non dobbiamo, però, perdere di vista, la legge universale la quale ricorda che ogni sostanza vivente, la quale si lascia assimilare da una sostanza di ordine inferiore, cade sotto la dominazione di quest’ultima e diviene (almeno per un periodo di tempo) sua sottoposta, e questo perché essa è uscita, si è posta fuori dalla propria legge di esistenza.

Non mi sembra fuori luogo, a questo punto, portare a sostegno di questa lettura l’opinione degli Scolastici a proposito dell’ATTO e la POTENZA, ed ecco quanto sostiene Peter Hugon, commentando nel su libro "Le 24 tesi tomistiche" (Edizioni Vega Parigi 1932) a pag. 44, un aforisma di S. Tommaso D’Aquino "ACTUS ET POTENTIA SUNT IN EODEM GENERE"; vale a dire la Potenza è sostanziale quando anche l’atto lo è, ed è accidentale quando l’atto è accidentale, perché non vi potrebbe essere adattamento armonico se fossero di ordine diverso.

Ogni essere sostanziale, vale a dire reale, non può tentare di assimilare in maniera legittima ed armonica un ordine gerarchico che non sia il proprio. Ed è qui la vera ragione del divieto fatto ad Adamo, di tentare ad assimilarsi (mangiando dell’albero della conoscenza del bene e del male) ad un ordine inferiore a quello per il quale esso era stato creato; divieto sancito sotto pena di cambiamento immediato e perenne del suo stato, a causa, appunto, dell’impossibilità di adattamento.

Però, mentre per questo tipo di assimilazione la condanna è il cambiamento immediato e perenne della sua condizione, leggiamo infatti: nel giorno in cui tu ne mangiassi, moriresti, nessun divieto è formulato se tale assimilazione avvenisse per l’albero della vita, anzi è detto: è da evitare che stenda la mano, prenda anche dell’albero della vita, ne mangi, e viva in perpetuo.

É solo con tale chiave, che i famosi Alberi (quello del Bene e del Male e quello della Vita) possono essere scontornati dalle indicazioni fantasiose medievali, del Melo e del Fico, per assumerne di più giuste, di più esatte per i nostri fini e ricerche.

Solo con questa chiave, prendono corpo sostanzioso le informazioni che la Tradizione cabalista ci tramanda, ascoltate per esempio quanto dice a proposito degli Alberi il Seder Gan Eden, un testo del II secolo che i Fratelli della Montesion hanno ricevuto in traduzione insieme al Sepher Hekaloth, ma che forse non hanno letto con attenzione:

 

[...] qui, si erge l’Albero della Vita, posto proprio al centro, unito a quello della Conoscenza del Bene e del Male.

Questo Albero della Vita indica cose occulte e segrete… il suo frutto è la Vita e la sua linfa l’Oriente. Le sue fronde vigorose non ingialliscono e tutte le sue opere si compiono, così com'è scritto (Salmi I,3):Il suo fogliame non ingiallisce e tutto ciò che fa gli riesce. Fronde vigorose, così come è scritto (Qoelet XII,1): Ricordati del tuo creatore nei giorni della tua giovinezza, prima che vengano i giorni tristi e giungano gli anni in cui dovrai dire, non ci provo alcun piacere. Prima che si interrompa il cordone d’argento e la lucerna d’oro si esaurisca… e il cappero non avrà più effetto.

 

Per notizia, il cappero, a differenza dei peperoni, è alimento digeribile e afrodisiaco.

Questo passo non mi sembra di significato dissimile dal seguente:

 

[...] prima che siamo vecchi decrepiti col bastone come sostegno curvi, fissando lo sguardo davanti ai piedi, barcollando come se le gambe fossero spezzate, sedendo là fiacchi e spossati veneriamo Badari dimora del signore la cui bocca ha divorato e distillato la vita fino a prosciugarla.

(Mahadeva)

 

o da quest’altro:

 

[...] chi conosce quello spirito del quale lo sperma è la sede, il cuore è il regno, la mente è la luce e che è lo scopo supremo di ogni individuo, costui veramente conosce.

(Upanisad, parola di Brhadaranyaka)

 

Del resto la parola Ghetz {u albero nella traduzione letterale, in realtà simbolizza qui la Sostanza Primordiale di cui abbiamo accennato. Qui come anche in tutta la simbolica dell’antichità, infatti, questa Sostanza Primordiale, qualunque fosse la natura attribuita, e qualunque fosse la tradizione seguita, ha sempre avuto l’albero o il bosco per simbolo. La Hyle greca, fra le altre cose, ne è una prova palese. Quindi nessuna meraviglia per il rispetto e la venerazione di cui furono oggetto gli Alberi e i Boschi nelle tradizioni eterodosse che scambiarono il simbolo per la realtà sottintesa.

Il centro (Bethok), non sarà da intendere come il punto centrale della superficie del giardino, come invece sostengono i traduttori classici, ma si tratterà del centro attivo del Gan, preso in senso strettamente esoterico di mezzo organico puramente qualitativo e dove il centro è costituito dalla sostanza vivente di cui abbiamo detto. A seconda del soggetto, quindi, in cui questo centro o asse è considerato (in altre parole, se dal punto di vista dell’Adam Kadmon o da quello dell’Uomo microcosmo), sarà o una condensazione di energia attiva e irradiante all’infinito (Adam Kadmon), o una centralizzazione d’energia resa ad una inattività latente, per condensazione spinta all’estremo, ma con la possibilità ad essere richiamata in una funzione irradiante (Uomo microcosmo).

Tob (Bene) e Ragh (Male) non avranno i presupposti dell’antinomia che emerge tra queste due parole.

Ma Tob (Bene) sarà il simbolo dell’equilibrio e dell’armonia tra una potenza causale e l’effetto, sia esso intelligibile o sensibile, dell’attività legittima.... ripeto dell’attività legittima... di questa causa.

Equilibrio ed armonia garanti della qualità, sia per ciò che riguarda l’effetto, sia per quanto concerne la causa.

Mentre con la parola Ragh (male), ci troveremo in presenza di un movimento il quale, separato dalla Legge dell’Unità, è incapace di un risultato fisso, e tende in maniera perpetua e ripetitivamente verso un fine sempre più basso, in una disarmonia sempre più completa, nel tentativo, in ogni caso, di ripristino dell’Unità attraverso la divisione e la molteplicità.

Nessun dubbio, se vengono considerate le due lettere che costruiscono la parola, Resch (r) e Aïn (u) lettere che, lo sappiamo benissimo tutti (almeno noi della Montesion) indicano la separazione (r), la durata senza limiti, i tempi senza limiti (u).

Consumiamo completamente questa "peperonata", riassumendo brevemente quanto è emerso dall’analisi.

- Mangiare non è mangiare ma assimilare qualcosa che è posto tra Padre-Principio-Uomo e la Vita; e quanto accennato a proposito di Oriente, ben individua questo quid.

- L’albero (qualunque esso sia, del bene e del male o della vita) della versione letterale, in realtà simbolizza la Sostanza Primordiale, Materia Prima, ma non nella forma individuata, ma nell’essenza che sottende.

- Con centro il Genesi intende il centro attivo del Gan, e non il punto centrale della superficie del giardino, e tale centro o asse è considerato in senso strettamente esoterico il punto di origine della Sostanza Primordiale o Materia Prima.

Grazie per la vostra paziente e tollerante attenzione.

 

 

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