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Dialogo Secondo • PRIMA PARTE DEL DIALOGO •
Interlocutori: Sebasto, Onorio, Coribante, Saulino.
• Sebasto • E tu ti ricordi d’aver portata la soma?
• Onorio • La soma, la carga, e tirato il manganello qualche volta. Fui prima in serviggio d’un ortolano, aggiutandolo a portar lettame dalla cittade di Tebe a l’orto vicino le mura, ed a riportar poi cauli, lattuche, cipolle, cocumeri, pastinache, ravanelli ed altre cose simili dall’orto alla cittade. Appresso ad un carbonaio, che mi comprò da quello, ed il qual pochissimi giorni mi ritenne vivo.
• Sebasto • Come è possibile ch’abbi memoria di questo?
• Onorio • Ti dirò poi. Pascendo io sopra certa precipitosa e sassosa ripa, tratto dall’avidità d’addentar un cardo ch’era cresciuto alquanto più giù verso il precipizio, che io senza periglio potesse stendere il collo, volsi al dispetto d’ogni rimorso di conscienza ed instinto di raggion naturale più del dovero rampegarvi; e caddi da l’alta rupe; onde il mio signore s’accorse d’avermi comprato per gli corvi. Io privo de l’ergastulo corporeo dovenni vagante spirto senza membra; e venni a considerare come io, secondo la spiritual sustanza, non ero differente in geno, né in specie da tutti gli altri spiriti che dalla dissoluzione de altri animali e composti corpi transmigravano; e viddi come la Parca non solamente nel geno della materia corporale fa indifferente il corpo dell’uomo da quel de l’asino ed il corpo de gli animali dal corpo di cose stimate senz’anima; ma ancora nel geno della materia spirituale fa rimaner indifferente l’anima asinina da l’umana, e l’anima che constituisce gli detti animali, da quella che si trova in tutte le cose: come tutti gli umori sono uno umore in sustanza, tutte le parti aeree son un aere in sustanza, tutti gli spiriti sono dall’Anfitrite d’un spirito, ed a quello ritornan tutti. Or dopo che qualche tempo fui trattenuto in cotal stato, ecco che Lethaeum ad fluvium Deus evocat agmine magno, Scilicet immemores supera ut convexa revisant, Rursus et incipiant in corpora velle reverti.
Allora, scampando io da’ fortunati campi, senza sorbir de l’onde del rapido Lete, tra quella moltitudine di cui era principal guida Mercurio, io feci finta de bevere di quell’umore in compagnia de gli altri: ma non feci altro ch’accostarvi e toccarvi con le labbra, a fin che venessero ingannati gli soprastanti a’ quali poté bastare di vedermi la bocca e ‘l mento bagnato. Presi il camino verso l’aria più puro per la porta Cornea, e lasciandomi a le spalli e sotto gli piedi il profondo, venni a ritrovarmi nel Parnasio monte, il qual non è favola che per il suo fonte Caballino sia cosa dal padre Apolline consecrata alle Muse sue figlie. Ivi per forza ed ordine del fato tornai ad essere asino, ma senza perdere le specie intelligibili, delle quali non rimase vedovo e casso il spirito animale, per forza della cui virtude m’uscirno da l’uno e l’altro lato la forma e sustanza de due ali sufficientissime ad inalzar in sino a gli astri il mio corporeo pondo. Apparvi e fui nomato non asino già semplicemente, ma o asino volante, o ver cavallo Pegaseo. Indi fui fatto exequitor de molti ordini del provido Giove, servii a Bellerofonte, passai molte celebri ed onoratissime fortune, ed alla fine fui assumpto in cielo circa gli confini d’Andromeda ed il Cigno d’un canto, e gli Pesci ed Aquario da l’altro.
• Sebasto • Di grazia, rispondetemi alquanto, prima che mi facciate intendere queste cose più per il minuto. Dunque, per esperienza e memoria del fatto estimate vera l’opinion de’ Pitagorici, Druidi, Saduchimi ed altri simili, circa quella continua metamfisicosi, cioè transformazione e transcorporazione de tutte l’anime? Spiritus eque feris humana in corpora transit, Inque feras noster, nec tempore deperit ullo.
• Onorio • Messer sì, cossì è certissimamente.
• Sebasto • Dunque, constantemente vuoi che non sia altro in sustanza l’anima de l’uomo e quella de le bestie? e non differiscano se non in figurazione?
• Onorio • Quella de l’uomo è medesima in essenza specifica e generica con quella de le mosche, ostreche marine e piante, e di qualsivoglia cosa che si trove animata o abbia anima: come non è corpo che non abbia o più o meno vivace- e perfettamente communicazion di spirito in se stesso. Or cotal spirito, secondo il fato o providenza, ordine o fortuna, viene a giongersi or ad una specie di corpo, or ad un’altra; e secondo la raggione della diversità di complessioni e membri, viene ad avere diversi gradi e perfezioni d’ingegno ed operazioni. Là onde quel spirito o anima che era nell’aragna, e vi avea quell’industria e quelli artigli e membra in tal numero, quantità e forma; medesimo, gionto alla prolificazione umana, acquista altra intelligenza, altri instrumenti, attitudini ed atti. Giongo a questo che, se fusse possibile, o in fatto si trovasse che d’un serpente il capo si formasse e stornasse in figura d’una testa umana, ed il busto crescesse in tanta quantità quanta può contenersi nel periodo di cotal specie, se gli allargasse la lingua, ampiassero le spalli, se gli ramificassero le braccia e mani, ed al luogo dove è terminata coda, andassero ad ingeminarsi le gambe; intenderebbe, apparirebbe, spirarebbe, parlarebbe, oprarebbe e caminarebbe non altrimente che l’uomo; perché non sarebbe altro che uomo. Come, per il contrario, l’uomo non sarebbe altro che serpente, se venisse a contraere, come dentro un ceppo, le braccia e gambe, e l’ossa tutte concorressero alla formazion d’una spina, s’incolubrasse e prendesse tutte quelle figure de membri ed abiti de complessioni. Allora arrebe più o men vivace ingegno; in luogo di parlar, sibilarebbe; in luogo di caminare, serperebbe; in luogo d’edificarsi palaggio, si cavarebbe un pertuggio; e non gli converrebe la stanza, ma la buca; e come già era sotto quelle, ora è sotto queste membra, instrumenti, potenze ed atti: come dal medesimo artefice diversamente inebriato dalla contrazion di materia e da diversi organi armato, appaiono exercizii de diverso ingegno e pendeno execuzioni diverse. Quindi possete capire esser possibile che molti animali possono aver più ingegno e molto maggior lume d’intelletto che l’uomo (come non è burla quel che proferì Mosè del serpe, ehe nominò sapientissimo tra tutte l’altre bestie de la terra); ma per penuria d’instrumenti gli viene ad essere inferiore, come quello per ricchezza e dono de medesimi gli è tanto superiore. E che ciò sia la verità, considera un poco al sottile, ed essamina entro a te stesso quel che sarrebe, se, posto che l’uomo avesse al doppio d’ingegno che non ave, e l’intelletto agente gli splendesse tanto più chiaro che non gli splende, e con tutto ciò le mani gli venesser transformate in forma de doi piedi, rimanendogli tutto l’altro nel suo ordinario intiero; dimmi, dove potrebbe impune esser la conversazion de gli uomini? Come potrebero instituirsi e durar le fameglie ed unioni di costoro parimente, o più, che de cavalli, cervii, porci, senza esserno devorati da innumerabili specie de bestie, per essere in tal maniera suggetti a maggiore e più certa ruina? E per conseguenza dove sarrebono le instituzioni de dottrine, le invenzioni de discipline, le congregazioni de cittadini, le strutture de gli edificii ed altre cose assai che significano la grandezza ed eccellenza umana, e fanno l’uomo trionfator veramente invitto sopra l’altre specie? Tutto questo, se oculatamente guardi, si referisce non tanto principalmente al dettato de l’ingegno, quanto a quello della mano, organo de gli organi.
• Sebasto • Che dirai de le scimie ed orsi che, se non vuoi dir ch’hanno mano, non hanno peggior instrumento che la mano?
• Onorio • Non hanno tal complessione che possa esser capace di tale ingegno; perché l’universale intelligenza in simili e molti altri animali per la grossezza o lubricità della material complessione non può imprimere tal forza di sentimento in cotali spiriti. Però la comparazion fatta si deve intendere nel geno de’ più ingegnosi animali.
• Sebasto • Il papagallo non ha egli l’organo attissimo a proferir qualsivoglia voce articulata? O perché è tanto duro e con tanta fatica può parlar sì poco, senza oltre intendere quel che dice?
• Onorio • Perché non ha apprensiva, retentiva adequabile e congenea a quella de l’uomo, ma tal quale conviene alla sua specie; in raggion della quale non ha bisogno ch’altri gl’insegne di volare, cercare il vitto, distinguere il nutrimento dal veleno, generare, nidificare, mutar abitazioni, e riparar alle ingiurie del tempo, e provedere alle necessitadi della vita non men bene, e tal volta meglior- e più facilmente che l’uomo.
• Sebasto • Questo dicono li dotti non esser per intelletto o per discorso, ma per istinto naturale.
• Onorio • Fatevi dire da cotesti dotti: cotal instinto naturale è senso o intelletto? Se è senso, è interno o esterno? Or non essendo esterno, come è manifesto, dicano secondo qual senso interno hanno le providenze, tecne, arti, precauzioni ed ispedizioni circa l’occasioni non solamente presenti, ma ancora future, megliormente che l’uomo..
• Sebasto • Son mossi da l’intelligenza non errante.
• Onorio • Questa, se è principio naturale e prossimo applicabile all’operazione prossima ed individuale, non può essere universale ed estrinseco, ma particolare ed intrinseco, e per consequenza potenza dell’anima e presidente nella poppa di quella.
• Sebasto • Non volete dunque che sia l’intelligenza universale che muove?
• Onorio • Dico che la intelligenza efficiente universale è una de tutti; e quella muove e fa intendere; ma, oltre, in tutti è l’intelligenza particulare, in cui son mossi, illuminati ed intendono; e questa è moltiplicata secondo il numero de gli individui. Come la potenza visiva è moltiplicata secondo il numero de gli occhi, mossa ed illuminata generalmente da un fuoco, da un lume, da un sole: cossì la potenza intellettiva è moltiplicata secondo il numero de suggetti partecipi d’anima, alli quali tutti sopra splende un sole intellettuale. Cossì dunque sopra tutti gli animali è un senso agente, cioè quello che fa sentir tutti, e per cui tutti son sensitivi in atto; ed uno intelletto agente, cioè quello che fa intender tutti, e per cui tutti sono intellettivi in atto; ed appresso son tanti sensi e tanti particolari intelletti passivi o possibili, quanti son suggetti: e sono secondo tanti specifici e numerali gradi di complessioni, quante sono le specifice e numerali figure e complessioni di corpo.
• Sebasto • Dite quel che vi piace, ed intendetela come volete; ché io negli animali non voglio usar di chiamar quello instinto raggionevole intelletto.
• Onorio • Or se non lo puoi chiamar senso, bisogna che ne gli animali, oltre la potenza sensitiva ed intellettiva, fingi qualch’altra potenza cognoscitiva.
• Sebasto • Dirò ch’è un’efficacia de sensi interiori.
• Onorio • Tal efficacia possiamo ancor dire che sia lo intelletto umano; onde naturalmente discorre l’uomo, ed è in nostra libertà di nominar come ci piace e limitar le diffinizioni e nomi a nostra posta, come fe’ Averroe. Ed anco è in mia libertà de dire che il vostro intendere non è intendere, e qualunque cosa che facciate, pensare che non sia per intelletto, ma per instinto; poiché l’operazioni de altri animali più degne che le vostre (come quelle dell’api e de le formiche) non hanno nome d’intelletto ma d’instinto. O pur dirò che l’instinto di quelle bestiole è più degno che l’intelletto vostro.
• Sebasto • Lasciamo per ora de discorrere più ampiamente circa questo, e torniamo a noi. Vuoi dunque che come d’una medesima cera o altra materia si formano diverse e contrarie figure, cossì di medesima materia corporale si fanno tutti gli corpi, e di medesima sustanza spirituale sono tutti gli spiriti?
• Onorio • Cossì certo; e giongi a questo che per diverse raggioni, abitudini, ordini, misure e numeri di corpo e spirito sono diversi temperamenti, complessioni, si producono diversi organi ed appaiono diversi geni de cose.
• Sebasto • Mi par che non è molto lontano, né abborrisce da.questo parere quel profetico dogma, quando dice il tutto essere in mano dell’universale efficiente, come la medesima luta in mano del medesimo figolo, che con la ruota di questa vertigine de gli astri viene ad esser fatto e disfatto secondo le vicissitudini della generazione e corrozione delle cose, or vase onorato, or vase contumelioso di medesima pezza.
• Onorio • Cossì hanno inteso e dechiarato molti de più savii tra gli rabini. Cossì par ch’intendesse colui che disse: uomini e giumenti salverai secondo che moltiplicarai la misericordia; cossì si fa chiaro nella metamorfose di Nabuchodonosor. Quindi dubitorno alcuni Saduchimi del Battista, se lui fusse Elia, non già per medesimo corpo, ma per medesimo spirito in un altro corpo. In cotal modo di resuscitazione alcuni si prometteno l’execuzione della giustizia divina secondo gli affetti ed atti ch’hanno exercitati in un altro corpo.
• Sebasto • Di grazia, non raggioniamo più di questo, perché pur troppo mi comincia a piacere e parermi più che verisimile la vostra opinione; ed io voglio mantenermi in quella fede nella quale son stato instrutto da miei progenitori e maestri. E però parliate de successi istorici, o favoleschi, o metaforici, e lasciate star le demostrazioni ed autoritadi, le quali credo che sono più tosto storciute da voi che da gli altri.
• Onorio • Hai buona raggione, fratel mio. Oltre che conviene ch’io torne a compire quel ch’avevo cominciato a dirti, se non dubiti che con ciò medesimamente non ti vegna a sobvertere l’ingegno e perturbar la conscienza intemerata.
• Sebasto • Non non, certo, questo ascolto più volentiera che mai posso aver ascoltata favola alcuna.
• Onorio • Se dunque non m’ascolti sotto specie di dottrina e disciplina, ascoltami per spasso. | |||
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