Le moderne religioni non sono così crudeli nei loro sacrifici come le antiche, anche se nei loro riti ci ricordano l'astrolatria e i sacrifici umani. La stessa religione cattolica, ad esempio, ci riporta, attraverso la simbologia delle immagini, degli apparati, degli arredi sacri e dei dogmi, alla rievocazione di questi sacrifici e al culto degli astri.
Inutilmente Mosé tentò di cancellare dalla sua religione tutto ciò che ricordava il culto degli astri, perchè queste tradizioni, assorbite dalla religione cristiana, rivivono in pieno secolo ventesimo quasi inalterate nella loro sostanza.
In molte chiese, pittori e scultori hanno narrato, nella volta circolare dell'abside, nelle pareti e negli architravi delle porte, il mito del Dio Sole attraverso io zodiaco, le stagioni e i mesi dell'anno. Ecco l'Ariete, detto Agnello dai Persiani, che raffigura la costellazione dello zodiaco ove sorge il sole all'equinozio di primavera. L'Agnello è raffigurato sovente sopra, il libro chiuso dai sette sigilli che rappresentano il sistema planetario che riceve impulso dal primo dei segni, l'Aries. A volte, invece, l'Agnello appare circondato dal corteggio duodecimale del quale è il capo nei segni celesti. Due memorabili versi del poeta Ausonio ci presentano queste costellazioni nell'ordine in cui il Sole le percorre:
Aries, Taurus, Gemini, Cancer, Leo, Virgo, Libraque, Scorpius, Arciteneus, Caper, Amphora, Pisces.

E questi dodici segni, dipinti ad immagine del Dio Agnello, diventano nella simbologia cristiana i dodici discepoli.


La più antica rappresentazione del Dio dei cristiani era una figura di agnello: e questo simbolo si vede ancora sul tabernacolo nel quale i preti rinchiudono Iddio sotto le specie dell'Ostia consacrata, che nella sua forma rotonda, simile al disco solare, reca impressa l'immagine del Sole.
Il nome di Agnello, del resto, fu dato a Cristo, che fu rappresentato sotto quell'emblema, solo perchè Egli raffigura il Sole. Infatti, il trionfo del Sole avviene nel giro di ogni anno sotto il segno celeste dell'Agnello e sotto il segno che allora era il primo dei dodici, all'equinozio di primavera.


L'Imperatore Adriano chiamava i cristiani gli adoratori di Serapis, cioè del sole. I primi cristiani facevano portare al collo dei loro bambini l'immagine simbolica dell'Agnello.
Tutti conoscono i famosi Agnus Dei.
Anche le figure dei quattro animali attribuiti agii Evangelisti corrispondono più semplicemente ai quattro astri che, dividendo lo zodiaco in quattro parti, di tre in tre segni, designavano le quattro stagioni.
Queste quattro figure erano il leone, il toro, l'uomo dell'acquario e l'aquila, e corrispondevano alle quattro stelle fisse o reali già adorate dagli antichi Persiani e presso i Cinesi.
Il razionale applicato sul petto dei gran prete degli Ebrei con le dodici pietre che lo compongono, ordinate, tre per tre, sopra un quadrilatero, è un'immagine del cielo e designa lo zodiaco e le quattro stagioni. Il vertice di ciascun triangolo formato da queste pietre mette in evidenza il nome di questi animali: ariete-Toro-gemelli, cancro-Leone-vergine, bilancia-Scorpione-sagittario, capricorno-Acquario-pesci.

 

L'aquila ha preso il posto dello scorpione; ma anticamente sui sacri stendardi, che portavano i primi quattro capi delle dodici tribù sacerdotali d'Israele, le figure corrispondevano esattamente: Giuda recava lo stendardo con l'immagine del Leone, Ruhen con quella dell'Acquario, Efraim con un Toro e Dan con lo Scorpione.
Fra gli arredi sacri è tipico l'Ostensorio, di origine buddica, luminosa immagine del sole irradiante raggi d'oro che, posto generalmente fra sei bracci di candelabri, richiama nel complesso il sistema planetario già sintetizzato dagli Ebrei con un candelabro a sette rami.
 

Sotto questo emblema si rappresentavano i sette grandi corpi celesti Saturno, Giove, Marte, Sole, Venere, Mercurio, Luna. Nel mezzo la lampada del sole perchè questo astro, posto come centro del sistema planetario, comunica la sua luce agli altri che gli sono d'attorno. E sono questi sette astri che hanno dato il nome ai giorni della settimana del nostro calendario.
Ma non solo le immagini e gli arredi sacri ci ricordano l'astrolatria, bensì le vesti stesse dei preti (dalla sottana dei sacerdoti di Mitra alla pianeta egiziana, sulla quale spicca generalmente l'immagine del Sole) sono state copiate dai sacerdoti di altre religioni che adoravano il Sole. Persino la tonsura, microscopica immagine del Dio Sole, che adornava il cranio dei sacerdoti del Sole in India, in Egitto e a Roma, è stata praticata, fino a poco tempo fa, sulle teste dei preti cattolici, che ne andavano fieri, ignorandone il significato.


A rendere poi più verosimile l'antico culto degli astri e i suoi sacrifici, i preti hanno creato il dogma dell'Eucarestia che non è, come comunemente si può credere, un semplice simbolo, ma un vero sacrificio umano.
Risalendo attraverso i secoli fino alle origini bibliche della storia umana, ci si può rendere conto come i sacrifici umani siano un triste appannaggio delle religioni. Gli oracoli non nacquero dall'impostura: ma gli uomini caddero in superstizioni di cui altri più astuti approfittarono. A ciò contribuirono i grandi fenomeni celesti e della natura: meteore, eclissi, uragani, inondazioni, terremoti, eruzioni di vulcani che, unitamente all'alternarsi dei giorni e delle stagioni, alle epidemie, ecc., intimorirono l'uomo talmente che egli suppose l'esistenza di un Essere onnipotente, vendicativo e crudele come i despoti d'Oriente, ai quali recava tremando le sue primizie.
Il desiderio e la paura, più che il rispetto e la riconoscenza, originarono i culti, e di questa dabbenaggine umana seppero approfittare individui scaltri che, proclamandosi mediatori delle volontà supreme del cielo, volsero a loro esclusivo tornaconto l'eccessiva credulità dei loro simili.
L'origine dei sacrifici, come erano chiamate le offerte che, con il pretesto della consacrazione, venivano prelevate dai sacerdoti per essere poi destinate a passare in breve dall'altare alle loro case, - si perde nella notte dei tempi.
La sacra scrittura ci racconta che Daniele scoperse l'impostura dei preti di Baal, che sapevano segretamente rientrare nel tempio per impadronirsi delle carni offerte dai fedeli.
A volte però i sacerdoti mangiavano assieme ai fedeli una parte dei generi offerti e resi sacri mediante certe cerimonie e preghiere. Questo cibo benedetto, santificava l'anima e permetteva di entrare in comunione mistica con Dio. E quando le primitive offerte - ritenute ormai insufficienti ad ammansire Iddio - furono surrogate da ciò che l'uomo aveva di più caro e di più prezioso, non si esitò ad immolare alle divinità i primogeniti, le vergini, i figli unici. Vennero offerti infermi, vegliardi, bambini come ricerca di un pegno che, essendo caro all'offerente, fosse gradito alla Divinità.
Mai l'assioma «primus in Orbe Deus fecit timor» trova maggiore conferma nell'istituzione di questi sacrifici destinati a placare la sua collera.


La storia stessa della Creazione fa risalire al figlio del primo uomo l'origine del sacrificio umano. L'immolazione di Abele, per mano del fratello, è il primo tentativo per riconciliare l'uomo col Dio incollerito, mentre si narra che ciò avvenne perchè il Creatore non gradì i frutti di Caino, in quanto erano soltanto un'offerta e non un sacrificio.
Ed è l'Eterno stesso che successivamente chiederà ad Abramo di immolargli suo figlio. Ma se Isacco scampò al sacrificio la figlia di Jefet fu massacrata, e Giona gettato in mare per calmare la collera celeste.
Sin d'allora non era possibile placare Iddio senza sacrifici, nè questi potevano verificarsi senza spargimento di sangue. «Sine sanguine non fit redemptio» dice S. Paolo. Senza spargimento di sangue non si dà redenzione.
Nei libri cosiddetti Mosaici, è ricordato spesso obbligo di offrire a Jehova, cioè al Signore, i primogeniti; anzi, nel diario biblico si attribuisce a Dio stesso l'aver sacrificato, come esempio da imitare, «tutti i primogeniti nel paese d'Egitto, dal primogenito di Faraone al primogenito della schiava ch'era nel carcere» prima di pretendere da Mosè di consacrargli tutti i primogeniti (Esodo 12, 13).


Nonostante i tentativi di alcuni riformatori di sostituire all'immolazione dell'uomo l'immolazione di un animale, questi sacrifici erano talmente radicati nelle convinzioni religiose dei Giudei che per lungo tempo essi sacrificarono alla gloria di Dio i loro primogeniti. Ma - si chiede dolorosamente Davide: «non hanno essi (i sacerdoti) alcun intendimento, questi operatori d'iniquità, che mangiano il mio popolo come mangiassero del pane?» (Davide, Salmo, 53).


Evidentemente non era ammissibile la religione, cioè la riconciliazione con Dio (religio = novello legame) senza sanguinosi sacrifici. Del resto la storia dei sacrifici umani è un poco la storia di tutte le religioni.
Sin da tempi remotissimi il sangue umano ha imporporato gli altari di tutto il mondo. Per quanto lontana risalga la storia dopo il Diluvio, essa ci mostra l'uomo che immola l'uomo per supplicare il Cielo.
Sui confini dei tempi favolosi, Kronos, figlio di Urano, fondatore di Biblos, immola al Cielo il suo primogenito. L'antichità di questo sacrificio spicca nella dotta espressione di Plauto: Saturnì hostiae, vittima di Saturno.
Il regno di Saturno è il più remoto di cui faccia menzione il Politeismo. I Rodii immolavano ogni anno un uomo a Saturno; i sacrifici dei fanciulli, numerosissimi su tutte le spiagge del Mediterraneo, non furono che la continuazione del vecchio olocausto a Saturno. In Tiro e Sidone le madri non aborrivano dal sacrificare i propri figli, e un tale costume venne trasmesso a Cartagine ove durò anche sotto i Romani. E i Romani che, in un trattato di pace, avevano preteso dai Cartaginesi l'abolizione dei sacrifici umani, immolavano tutti gli anni un uomo a Giove Laziale. Nelle epidemie, negli orrori della peste, i Cartaginesi immolavamo gran numero di uomini e giovanetti. Duecento giovinetti furono sacrificati a Saturno all'avvicinarsi di Agatocle alle mura di Cartagine. Anche il padre del venerabile Priamo, Laomedonte, per liberare da un flagello i suoi Stati immolò una delle sue figlie, e un'altra la sacrificò Sminteo, uno dei principi greci che capitanavano la conquista di Lesbo.
Il re Eretteo consegnò le sue figlie alla morte per salvare lo Stato; e Leos sacrificò le sue figlie per ottenere dal Cielo la cessazione di una epidemia che desolava l'Attica.
Durante la carestia dei Messenii il re Aristodemo sacrificò sua figlia. Il suo primogenito sacrifica Achà; Manasse fa altrettanto ed il popolo, imitando i suoi re offre i suoi figli infelici al coltello del sacerdote, per redimere i peccati e placare la divinità.


Ad un certo punto si ritenne che lo straniero, ignorando la lingua del paese ove era casualmente capitato, non avendo partecipato alle colpe della contrada, poteva forse meglio d'ogni altro intercedere presso il Signore.
Il viandante fuorviato, il naufrago, il prigioniero, lo straniero insomma, vittima pura, sconosciuta, divenne l'ostia di propiziazione. Così lo «straniero» (hostis) divenne sinonimo di «vittima» (hostia) e il nome di Ostia denotò ogni straniero. Di ciò si lamenta il profeta Osea che rimprovera ai sacerdoti di aver di nascosto scannato quelli che si stornano dalla strada maestra (Osea, 5).
I sacerdoti di Tarquinia e i Lucumoni sacrificavano prigionieri. I Chinesi, noti per la loro dolcezza, non hanno ignorata l'immolazione dell'uomo.
I Talapoini, i Bramini che si farebbero scrupolo di schiacciare un insetto, offrirono anch'essi i loro fratelli alla divinità.
L'Adarvena-Vedam, il libro sacro, prescrive i sacrifici umani.
Gli Egizi, usi a non immolare nel periodo di 25 anni che il loro bue Api, sacrificavano ogni anno un uomo al fiume.
I Fenici facevano passare per le fiamme purificatrici i primogeniti, ma non ne bruciavano che la decima parte, salvo ad aumentare il tributo in caso di calamità.
I Messicani avevano degli idoli impastati col sangue di giovani e di vergini che essi avevano sacrificati per presentare i loro cuori al Dio Virzliptzli. Migliaia di schiavi venivano sacrificati in queste cerimonie e si strappava loro il cuore per offrire al Dio Sole il primo vapore che ne esalava.
Al Messico un solo sacrificio costava la vita, qualche volta, a ventimila uomini.
Nel Perù, gli Antis, sacrificavano, con gran pompa, coloro che essi giudicavano degni di questo funesto onore. Dopo aver spogliate e strettamente legate le vittime ad un palo, tagliavano dei pezzi di carne che divoravano dopo essersi unti il viso col sangue.
Così lo spargimento di sangue delle vittime in tutte le parti del mondo, è stato ritenuto l'unico mezzo di riconciliazione, o comune-unione, tra l'umanità e il Cielo.


Perfino Gesù, quale primogenito, fu portato al Tempio per essere consacrato al Signore e, data la povertà di Sua madre, riscattato con l'offerta di due tortore; offerta che però non impedì che Egli fosse successivamente sacrificato a Dio, secondo il volere del Padre Suo e la mentalità dei tempi.
Cicerone che, indignato delle antiche superstizioni, aveva esclamato: «Gli uomini hanno esaurito tutte le demenze: essi non hanno più che un passo a fare: mangiare i numi che adorano» (De Divin., II), non immaginava certo di essere profeta. L'Ostia cristiana, convertendosi, in virtù della consacrazione, in carne umana e divina, sostituisce la sanguinosa realtà dei sacrifici antichi.
In verità, Cristo secondo l'usanza delle famiglie israelitiche, benedisse il pane il vino e li distribuì ai convitati. Egli che amava esprimersi con parabole e che più volte si era paragonato al pane disceso dal cielo (come cibo spirituale), disse: «Questo è il mio corpo; e, preso un calice di vino ne offrì loro dicendo: Questo è il mio sangue del nuovo testamento» (cioè del nuovo patto).
 

Non è qui opportuno stabilire se i racconti dei Vangeli e le parole poste in bocca a Gesù furono solo un pretesto per giustificare l'adozione dei riti delle vecchie religioni, relativi alla nutrizione consacrata o alla comunione antica, o se Egli, con queste similitudini, volesse semplicemente dire che il pane e il vino avrebbero dovuto sostituire per l'avvenire i sanguinosi sacrifici che, secondo i vecchi costumi, sanzionavano i patti con Dio. Ma paragonandosi alla luce divina, incorporata nelle bionde messi e nei grappoli dorati, tramutata in pane e in vino, non aveva certo pensato che le Sue parole, prese alla lettera da un Concilio di preti (Concilio di Trento, 1215) avrebbero dato luogo all'istituzione di un dogma che Egli aveva già rimproverato nell'interpretazione grossolana data dai Giudei alle Sue parabole.
Con l'istituzione del dogma dell'Eucarestia, si è, invece avverata la profezia ciceroniana: i preti e i fedeli mangiano il figlio del loro Dio; si è tornati cioè alla rinnovazione dei sacrifici umani, dell'antropofagia e della teofagia.
Eppure - dice il grande astronomo-poeta Flammarion - se altri esseri viventi, posti, ad esempio, nella costellazione dell'Orsa Maggiore, nell'ammirare il cielo, fermassero per caso la loro attenzione su quella «piccola» stella del loro firmamento che è il nostro «grande sole», non si accorgerebbero davvero che nei pressi di quella stelluccia galleggia un'isoletta oscura, un milione di volte Più piccola; e mai penserebbero che in quel granellino di sabbia vivono dei minuscoli esseri detti «uomini» alcuni dei quali da cattedre monopolizzate affermano, tra l'altro, che essi, avendo studiata la scienza divina che è stata loro rivelata, non solo conoscono la «natura» di Dio, non solo Gli parlano, non solo Lo rappresentano come suoi ministri, ma, quando vogliono, possono fabbricarlo e perfino cibarsene.
(Ma forse comprenderebbero che, in realtà, tutte le religioni finora costruite dagli uomini non sono che brevi e labili tappe dell'eterno cammino verso Dio. (ti. d. d.)

 


 

 

A parte le sconcertanti conclusioni a cui possono far giungere certi dogmi, è certo che le moderne religioni non sono così crudeli nei loro sacrifici come le antiche. Ma che importa? La follia dei sacrifici umani non è purtroppo cessata. Oggi come allora si teme la collera del cielo, gli opposti interessi coperti da menzogne religiose, ritenendo l'altare troppo piccolo per celebrare il sacrificio propiziatorio, preferiscono immolare l'Ostia (lo straniero) su quegli insanguinati altari che sono i campi di battaglia; e gli nomini moderni, che non hanno come gli antichi la possibilità del riscatto, sono costretti ad offrire al Moloch della guerra, i loro figli migliori.
Che importa che sia sull'altare dei Druidi o sui Campi della Vandea che si sgozzano gli uomini in onore delle divinità e per spirito di religione? Che si brucino nella statua di Moloch o sui roghi dell'Inquisizione? Che si massacrino nelle guerre sante o altrove? Il delitto è sempre lo stesso; e le religioni - tutte le religioni - che vi conducono, anche se ispirate al detto cristiano: «Non pensate ch'io sia venato a metter pace in terra, io non son velluto a mettervi la pace, anzi la spada». (Matteo 34), non giovano certo, come non hanno mai giovato, al progresso della civiltà.

 


 

Lo studio che precede è opera del carissimo F:. della Montesion Tonino P.

L'elaborato costituisce un opera della maestria del Fratello. Il suo contenuto non riflette necessariamente la posizione della Loggia o del GOI. Ogni diritto è riconosciuto. La libera circolazione in rete è subordinata alla citazione della Fonte (completa di link attivo) e dell'Autore. 

© Tonino P.