Il carissimo Fratello Emilio Servadio in questo suo intervento in Loggia datato 14.12.1979, esamina con quella dovizia di particolari che lo contraddistingueva in tutti i suoi contributi, la Morte...
Emilio Servadio, fu Fratello iscritto a piè di lista della Montesion fino al 1980, ne fu uno dei promotori, ma entrò nella Loggia soltanto a Colonne Innalzate nel 1970.
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È noto a tutti quanto sia controversa la definizione clinica del momento della morte, e come siano stati varie volte proposti - e altrettante volte rimessi in discussione i cosiddetti «criteri obiettivi» del trapasso, dal «segno di Tonelli» all'elettroencefalogramma piatto. Psicologicamente, la stragrande maggioranza degli uomini guarda alla morte con un misto d'incredulità e di apprensione. In genere, si accantona il problema. Chi ha fermamente adottato il «credo» di certe religioni è convinto che un quid immateriale (chiamato anima, o altrimenti) sopravviva alla morte. Altri sono dubbiosi, altri totalmente convinti del contrario. Dal secolo scorso ad oggi, studiosi anche insigni hanno cercato, attraverso esperimenti di vario tipo, indicazioni - se non dimostrazioni - relative all'anzidetta sopravvivenza. Largamente superata la speranza illusoria di ottenere comunicazioni - medianiche o altre - da un presunto aldilà, le ricerche più moderne si sono effettuate soprattutto nel campo delle cosiddette «esperienze fuori del corpo», e in quello di certe altre esperienze, variamente chiamate secondo i diversi orientamenti culturali e spirituali - come il satori dei buddisti Zen, il sat-chit-ananda degli Indù, la «coscienza cosmica» secondo Richard M. Rucke, le «esperienze di vetta» secondo Abraham Maslow. In questo ultimo indirizzo, già si nota un avvicinamento alle posizioni iniziatiche. In esso, l'idea tanto diffusa di un singolo quid («anima», o altro), racchiuso in un singolo involucro, è abbandonata e trascesa. Si parla di «campi di coscienza» che coinvolgono gli esseri di là dalle individualità discrete ed empiriche, e dell'avvento di una «psicologia transpersonale» - concetti, questi, che trovano conferma e giustificazione negli ormai accertati fenomeni di percezione extra sensoriale e di comunione tra i viventi. Da questo punto di vista, il «sé» non appare più contenuto nell'arco di vita del suo corpo, e al limite, tutti gli oggetti e gli eventi sono contenuti nel «campo» totale universale - come ci indica la fisica più avanzata. Se ne deduce quasi implicitamente una sopravvivenza generalizzata di là dalla morte, altrettanto chiaramente come era chiaro il contrario allorché prevalevano le concezioni della fisica newtoniana, e l'idea di oggetti o individui separati, aventi un principio e una fine... Era l'epoca in cui la psicologia, al pari di tutte le cosiddette «scienze dell'uomo», studiava il singolo uomo, e i suoi rapporti con altri uomini; mai pensando che l'«uomo singolo» potesse, come tale, non esistere, e che si sarebbe riaffacciata un giorno, ai margini del pensiero scientifico, l'immagine cabalistica dell'Adam Kadmòn.
Non si potrebbero negare il valore e l'importanza di queste concezioni, anche se il relativo avvicinamento al problema della morte sia avvenuto, come inevitabilmente avviene al livello profano, per linee in gran parte fenomenologiche. Il pensiero di quella che oggi viene considerata da molti come la massima autorità scientifica e psicologica sulla questione, Elisabetta Kubler-Ross, si muove anch'esso su un piano psicologico ed empirico - pur avendoci dato informazioni tutt'altro che trascurabili sugli atteggiamenti di molti morenti, e sulle esperienze riferite da persone che erano state credute morte e che sono poi rientrate nel corso dell'esistenza normale. Non diversamente si può dire delle numerose osservazioni sulla psicologia dei morenti, effettuate da studiosi facenti capo al dottor Karlis Osis, direttore scientifico dell'American Society for Psychical Research. Ma è ormai tempo di dichiarare che il tema che mi sono proposto è quello del «mistero della morte; e che ai misteri tradizionalmente - si accede per vie iniziatiche e non lungo sentieri profani, per quanto nobili e degni possano essere.
A mio avviso, per avviarsi verso il «cuore» del mistero non basta, come Heidegger, considerare la morte quale dimensione costitutiva fondamentale dell'esistenza vivente. Occorre formulare un'audace ipotesi di lavoro: quella secondo cui i più alti valori da noi riconosciuti trovano nella morte la loro massima espansione e giustificazione. È in fondo - io credo - ciò che il Fr:. Wolfgang Amadeus Mozart voleva intendere allorché, in una sua celebre lettera (4 aprile 1787), definiva la morte «questa vera ottima amica nostra». È quello che mi sembra indicare il Tarocco, quando fa precedere il Tredicesimo Arcano maggiore - la Morte - dal Dodicesimo, quello dell'Impiccato a testa in giù, ossia il capovolgimento, il ribaltamento iniziatico. Solo attraverso tale previo capovolgimento - sembra voler dire il Tarocco - si può affrontare iniziaticamente la morte, intesa come distruzione del «sé» profano.
Tra i valori fondamentali poc'anzi ricordati vorrei porre soprattutto il volere, la conoscenza, la percezione, l'amore, la dialettica esistenziale tra vita interiore e vita esteriore. Nell'impossibilità di prenderli tutti in esame, mi limiterò a due di essi, secondo me i più importanti: la conoscenza e l'amore.
Conoscere significa tendere ad assorbire e ad essere assorbiti, a superare la distinzione tra conoscente e conosciuto, a una finale identificazione tra conoscere ed essere. Questa «operazione», ben nota a chi si trovi sulla via iniziatica, si effettua mediante una «luce» metafisica, che investe l'oggetto e che su noi si riverbera. Tale luce, tuttavia, non è che una scintilla della Conoscenza somma, ed è costantemente limitata dalla stessa «oscurità» che contraddistingue la nostra condizione corporea. In certi momenti noi possiamo percepire l'essenza transumana del conoscere: ma di regola, l'uomo rimane estraneo a se stesso, e non realizza quella totale «presenza», in cui dovrebbe consistere il conoscere assoluto.
La caduta della materialità appare dunque premessa del totale ritorno dello spirito a se stesso, del primo e non limitato atto conoscitivo senza derivazioni ed ostacoli nel mondo sensibile. L'unica assoluta libertà conoscitiva non si può avere pertanto se non nel momento della morte, vero dies natalis dello spirito, nel quale conoscimento è, insieme, co-nascimento.
Amore e morte sono stati abbinati nella letteratura, nella poesia, nella filosofia di tutti i tempi. Ma di quale amore, di quale morte si tratta?
Occorre ammettere che nella stragrande maggioranza dei casi, l'amore è sentito come esigenza di possesso. Si potrebbe anzi dire che ciò che di solito s'intende come amore per l'oggetto è in realtà desiderio di possedere l'oggetto, e pertanto amore egocentrico e narcisistico.
Esiste peraltro un modo di amare in cui la persona dell'altro non è più trattata come un possesso, in cui la libertà dell'altro è riconosciuta e anzi creata, in cui chi ama rinuncia a se stesso, si dona interamente all'altro. Nei momenti in cui l'uomo sperimenta questo tipo di amore, sente di essere passato dall'avere all'essere, sente che l'essere fa tutt'uno con la partecipazione amorosa. «Sono io che ti devo tutto, perché ti amo» dice un vecchio proverbio francese.
Ma questo «consegnarsi ad un altro» è passeggero e fugace. Che cosa ne impedisce la permanenza?
Ancora una volta, l'impedimento è la materialità, la corporalità. Ma io «ho» il corpo, non «sono» il corpo. La morte segna dunque la prima possibilità di far «morire» le radici stesse dell'avere, di trasformare finalmente, radicalmente, l'avere in essere...
Ecco perché Isotta, nell'ultimo atto del dramma wagneriano, muore «come illuminata, trasfigurata» (wie verlelart), dopo aver pronunziato parole che riflettono dolce beatitudine, «godimento supremo» (hochste Lust). Essa ha raggiunto, nella morte, l'Amore assoluto. Chi muore in tal modo sente oltre ogni considerazione o ragionamento - di essere penetrato nel cuore dell'essere, per la via regia dell'amore.
Conoscere e amare, nel senso iniziatico che ho cercato d'indicare, sono dunque tra i valori principali che la morte esalta, e rende assoluti. È questo a mio avviso uno dei motivi per cui l'esperienza della morte, della morte iniziatica, ricorre in diversi momenti dell'iter massonico. È questa la morte che tutto riplasma e infinitamente rivela, la morte «amica nostra» del Fr:. Mozart.