I "Botti" di Fine Anno

Le origini di una antica usanza

 

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É un passaggio: chiusura di un periodo, di una fase, di una porta e, nello stesso tempo, apertura di un'altra porta, di un'altra fase, di un altro periodo; è un ritorno agli inizi, un ricominciare da capo. Come tutti gli inizi deve riemergere dal caos, caos che è rottura, frantumazione, confusione del passato, da cui però si trae, si conserva, si noti bene, eliminando ciò che è vecchio, solo ciò che è «eterno», il senso dell'eterno; come in India, dopo il rogo, si cercano e si raccolgono tra le ceneri gli eventuali residui minerali, «i Santi Sariras» del cadavere bruciato, così dell'anno trascorso si cerca di salvare solo tutto quanto si ritiene utile e proficuo far sopravvivere, un germe di energia perenne, un «principio» fecondo, il misterioso segreto della vita e dell'ordine, della  «norma», che si dovranno, come se fossero nuovi, ritrasmettere al futuro. Dal caos del Diluvio si salva l'Arca di Noé. E si ricomincia a vivere convinti di ricominciare meglio, guardando il mondo come se lo si vedesse per la prima volta.

 

I «botti» sono una forma simbolica, ora decaduta a semplice folclore, ma erano un mezzo magico per tagliare, per distaccare, per distruggere, per bruciare quella parte di male, di spaventoso, di peccaminoso che si era formato e depositato nel periodo precedente, sia storicamente nel tempo e nello spazio, sia psicologicamente nel fondo di noi.

 

I «botti» rappresentano, in definitiva, una difesa, quasi una purificazione attraverso il fuoco; molte repressioni si dissolvono.

Con il chiasso, i gridi, le risate esuberanti e sguaiate, con le esplosioni assordanti si scacciano le streghe, i diavoli, questi signori delle tenebre ... che si annidano dentro di noi! Istintivamente, per esempio, al buio, nella solitudine della notte, si cerca di far rumore, si accendono fuochi, si fischia, magari, o si canta, quasi per crearci intorno l'usbergo di una immaginaria compagnia che ci protegga dalle insidie e dal mistero che ci circondano.

Il silenzio è spaventoso di notte, saturo di tutti gli enigmi del non manifestato.

Dai falò e dal baccano orgiastico delle remote celebrazioni dei misteri notturni, attraverso i millenni, è rimasto questo retaggio, che oggi risulta solo anacronistico.

 

In città, oggigiorno, la notte, anzi in particolare la mezzanotte ha perduto ogni aspetto spaventoso: i fantasmi, i fuochi fatui, le streghe, i diavoli sono stati fugati via dall'invasione delle luci al neon e dal fracasso della motorizzazione.

Gridando si spaventa il nemico, e chi più del diavolo è il nemico per antonomasia?

 

La mezzanotte, in città, ha perduto, con le tenebre, anche il suo fascino; come tutte le cose pericolose era davvero tentatrice: era, sì, l'ora terrificante delle tregende, dei fantasmi, dei ladri, degli agguati, ma era anche l'ora degli incontri furtivi degli amanti e soprattutto era l'ora dei sogni.

Nietzsche, nella terza parte dello Zaratustra, con la «Campana di Mezzanotte» ha sentito la metamorfosi di quest'ora solenne, «sorgente della volontà di potenza»; infinita era la profondità della notte ... adesso e prigioniera tra edifici di vetro e di acciaio sfavillanti di lampade e non v'è più chi riesca a distinguere, in alto, le stelle nell'infinito del cielo, abbagliato da tante luci terrene.

 

L'infinito è rimasto nelle scienze matematiche; per l'uomo comune è un vago ricordo scolastico: il luogo dell'appuntamento sconsolato delle rette parallele. E i ladri, i rapinatori, i cospiratori agiscono disinvoltamente in pieno giorno.

Eppure questi fastidiosi «botti» in molto casi, a riflettere bene, hanno fatto carriera e, come tutti i parvenus, sembrano dimenticare o vergognarsi delle loro origini, ritenute umili: quando arriva un ospite illustre, quando nasce un rampollo regale, quando si elegge il capo di uno stato si stende dinanzi a loro una coltre protettrice e beneaugurante di numerosi colpi di cannone e l'allegria sonora delle bande musicali; gli equipaggi delle navi salutano alla voce e sparano a salve; le processioni sono accompagnate da scoppi di mortaletti, «tricchi-tracche», canti e musica; Castel S. Angelo aveva il fuoco della sua «girandola», che si accendeva tre o quattro volte l'anno e, dal tempo di Pio II (1463) è durata fino al 1870, procurando anche allora, come i «botti» di oggi, numerosi danni.

 

Iddio stesso suona rumorosamente il corno sinistro dell'ariete (il corno destro lo suonerà nel giorno del Giudizio) e si manifesta tra il fuoco delle saette, tra l'uragano e il fragore spaventoso del tuono; il «rombo rituale» nelle iniziazioni tribali, col suo dilacerante sibilo concorre, con altri riti, a staccare, a spaventare, a uccidere l'adolescente per far nascere in lui l'uomo.

I matrimoni rurali, le nascite, le morti hanno quasi sempre ancora un contorno chiassoso allegro o lugubre: colpi di fucili, canti di gioia o disperazione e pianti di angoscia delle lamentatrici (le antiche prefiche) usanze vive e vegete tra molte popolazioni. Piangere, strillare leniscono il dolore fisico e morale, allentano la morsa dell'ansia e dell'angustia. Gli urli possenti dei guerrieri antichi atterrivano il nemico, come oggi, litigando, si strilla per cercare di spaventare l'avversario.

 

L'uomo si difende, offende, cerca di affermare se stesso il più rumorosamente possibile, metaforicamente si può dire che usi i «botti» in ogni circostanza: interviste, scandali, pubblicità, discorsi, titoli, onorificenze, millanterie...

In fine, non v'è manifestazione di sentimenti umani che non finisca col ricorrere al chiasso, al fragore, che non vi si appoggi come a una necessità per scaricarsi attraverso una rottura violenta della stasi, della monotonia quotidiana; urli, invocazioni, richieste o minacce, richiami o ripudii, lotte e maledizioni, nel tempo, si sono via via lentamente mutati, direi quasi educati in ritmo, acquistando la forma esteriore dell'arte e son diventati litanie, preghiere, canto, danza, musica, che rispecchiano ed esprimono i momenti che la cultura di una società attraversa, e ne sono prova evidente oggigiorno il fragore cacofonico di molte orchestre e i gargarismi sgraziati di troppi cantanti moderni.

Buon Natale  a Tutti

 


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