Nell'alfabeto ebraico ad ogni lettera corrisponde un numero. Da qui la possibilità di dare a ciascuna parola scritta un valore numerico. Un intero sistema interpretativo caro ai mistici e utilizzato anche da culture non ebraiche. Siamo lieti presentare ai nostri Ospiti, il documento che segue, opera d'Ingegno di Riccardo Di Segni, e pubblicato su "Abstracta" n.2 Febbraio 1986.

© Riccardo Di Segni

 
 


 

Era il 1949 quando il romanziere inglese George Orwell pubblicava 1984, il suo ultimo libro che costituiva anche una terrificante previsione della società futura. Quando il 1984 è arrivato, la stampa non ha trascurato di ricordare ripetutamente ai lettori i tristi presagi formulati per quell'anno da Orwell. Le fosche previsioni, fortunatamente non avveratesi, erano state talvolta arricchite da notizie provenienti dal campo ebraico. Anche per molti ebrei lo stesso anno non si presentava con rosee prospettive; era infatti, almeno di nome, l'anno "della distruzione". La conclusione derivava da una delle più semplici e recenti applicazioni di un metodo interpretativo delle Scritture, la gimatreya (la parola in ebraico si legge con l'accento sulla prima "a", meno comunemente sull'ultima) presso gli ebrei, come presso gli antichi greci, i numeri venivano segnati con le lettere dell'alfabeto: per i greci afa è uguale a uno, beta a due e così via; lo stesso avviene per l'alfabeto ebraico. Arrivati a dieci, la lettera successiva vale venti, e così via fino a cento; quindi la lettera successiva equivale a duecento, poi trecento, fino a finire l'alfabeto. Da qui deriva - con almeno venti secoli di anticipo sui computers - la possibilità di dare a ciascuna parola scritta un valore numerico: ogni lettera ha un numero, e il valore di una parola è dato dalla somma dei numeri-lettere che la compongono.
Da questo presupposto si aprono infinite vie di interpretazione della realtà e dei testi sacri. Se, ad esempio, si dimostra che una parola o una espressione ha l'identico valore numerico di un'altra parola o espressione, le due cose vengono collegate, identificate, una spiega l'altra. Si possono lanciare dei messaggi nascosti usando delle parole al posto di altre di uguale valore, che un lettore preparato saprà decodificare; oppure si può dare un numero al posto di una parola o di un nome, e chi sa intendere capirà (altrimenti, lo vedremo dopo, saranno per lui grossi pasticci); oppure, molto più di frequente, si utilizzerà il metodo per dimostrare che il vero senso di un documento non é quello che appare, ma ciò che vi é nascosto con equivalenze numeriche.
Un'altra applicazione molto semplice del metodo, che ci riconduce al discorso iniziale, è nel significato nascosto di una data, di un anno; il numero dell'anno espresso in lettere é inevitabilmente una parola, che spesso non ha alcun senso, altre volte lo ha, ma è del tutto indifferente; e qualche volta, infine, può essere carico di pesanti implicazioni. Così l'anno ebraico 5744 dalla creazione del mondo, corrispondente al periodo cristiano Settembre 1983-Settembre 1984, suonava tristemente Tashmed, equivalente a qualcosa come "distruggerai". E'era poco da star allegri (anche se qualcuno sosteneva che la distruzione non era necessariamente nostra, poteva essere anche di "altri"), perché in questo stesso secolo cristiano altre due volte i nomi infelici degli anni avevano avuto precise conferme; nelle vigilie delle due guerre mondiali, il 5674, corrispondente al 1914, suonava Tir' ad, "tremerai per il terrore", e il 5698, corrispondente al 1938, era Tirtzach, semplicemente "ucciderai". Fortunatamente il terzo auspicio non ha avuto lo stesso seguito, per ora; mentre si nutrono grosse speranze opposte per il 5748 (= 1987-88), il cui nome suona Tismàch, "gioirai".
In passato questi tipi di computi riferiti agli anni hanno avuto una notevole importanza a sostegno delle attese ebraiche di redenzione messianica: é il complesso e ricco capitolo del "conto della fine", della previsione della liberazione, che benché fermamente condannato dal Talmùd, ha sempre raccolto numerose schiere di seguaci in tutta la storia ebraica, e forse anche molti in questi giorni.
Le origini non ebraiche della gimatreya sono dimostrate senza ombra di dubbio dal nome stesso del metodo, che suona chiaramente greco (1). Vi é tuttavia un certo dissenso su quale sia la parola esatta che é stata poi deformata nell'ebraico rabbinico. Nell'opinione prevalente il termine greco originario sarebbe geometria, che però significa letteralmente "misurazione della terra"; é più probabile invece che si tratti di grammametria, cioè "misurazione della lettera".

Nell'interpretazione scritturale la gimatreya trovò le sue applicazioni più ampie. In questo campo si distinsero non solo gli ebrei, ma anche i cristiani, e talora la gimatreya fu il veicolo e lo strumento di polemiche interconfessionali. Un notevole esempio é nella interpretazione della storia della guerra che il patriarca Abramo fece per liberare il suo parente Lot. Il libro della Genesi (14:14) riferisce che Abramo si fece aiutare nell'impresa da 318 servitori; di per sé questo numero é un dettaglio piuttosto inconsueto nello stile del testo, che pertanto stimola interpretazioni e approfondimenti. Nella cristiana Epistola di Barnaba, al cap. 9, il numero é spiegato come riferito a Gesù e alla croce, usando l'alfabeto greco: il numero 18 si ricava dalle prime due lettere del nome greco di Gesù (Iota = 10 ed Heta = 8, perché al numero 6, nella numerazione alfabetica greca, é aggiunto un altro segno); mentre trecento é uguale a T, che simboleggia la croce. Come dire che Abramo vinse con l'aiuto di Gesù. Precisa ed elegante l'interpretazione ebraica contrapposta: 318 é il valore numerico, secondo l'alfabeto ebraico, del nome Eliezer, il servitore fedele di Abramo preposto alla sua casa; l'interpretazione che ne deriva é che Abramo compì la sua operazione di salvataggio con il solo aiuto di Eliezer (che poi significa "Il mio Dio é di aiuto") . Tale é poi la corrispondenza testuale, che questo caso viene citato nelle fonti più antiche per dimostrare in generale la legittimità della gimatreya come metodo interpretativo: non si sarebbe ancora autorizzati ad usarla se non si avesse almeno una giustificazione scritturale di un certo peso.
Fare i conti con una parola sola é, entro certi limiti, piuttosto semplice; lo é molto di meno con più parole o intere frasi; per questo quanto più lungo é il gruppo di lettere coinvolte, tanto più valida é l'interpretazione. Così, sempre nell'ambito di ricerca di conferme scritturali, un altro esempio classico sovente citato é quello della frase "ed ecco tre" uomini di Gen. 18:2, riferita ai tre visitatori del patriarca Abramo. La Bibbia non dice chi fossero, ma la gimatreya riempie il vuoto, perché la frase equivale a "sono Michael, Gavriel e Refael", i tre arcangeli.

L'esempio classico dell'uso giudeo-cristiano della gimatreya in un testo canonico neotestamentario é nel cap. 13 dell'Apocalisse. Vi si parla di una creatura terribile, una bestia mitica, descritta con sette teste e dieci corna; l'autore non ne dà il nome, ma dice solo che il suo numero é 666; chi é in grado di intendere capisca (v. 18). La critica ovviamente ha avuto grosse difficoltà di intendere; la conclusione più accettabile, tra le tante, é che l'autore abbia voluto descrivere la terribile personalità dell'imperatore romano Nerone, il cui nome di sette lettere in ebraico (NeRWNQeSaR) corrisponde appunto al numero 666. Ma la gimatreya é uno strumento pericoloso in mani esperte; in una storia ebraica di Gesù, pubblicata da Huldreich nel 1705, con una incredibile arguzia polemica, si riesce a dimostrare che al totale di 666 si arriva ugualmente con le sette lettere del nome ebraico di Gesù (JeShW NoTzRJ, Gesù Nazareno) .

Questa adattabilità del metodo, con la conseguente possibilità di dedurre conclusioni radicalmente opposte da uno stesso brano, ne ridusse ovviamente la attendibilità. Presso la maggioranza degli interpreti che lo hanno utilizzato nel corso della sua lunga storia, é quasi implicito che si tratta sempre di un sostegno, di un appoggio elegante a una tesi da dimostrare; è raro che possa essere una conferma decisiva; ed é ancor più raro che una decisione legale si basi esclusivamente su una gimatreya. Il metodo resta, anche per i suoi cultori più accesi, un campo di sofisticata ed elegante esercitazione scritturale, affascinante quanto si vuole, ma senza potere reale. Nei primi secoli dell'era volgare la letteratura rabbinica mostra esempi sempre più numerosi di gimatreya, soprattutto in campo omiletico (relativo alle omelie) ; ma é soprattutto con il diffondersi della mistica ebraica che il metodo fu applicato in modo estensivo. Al punto tale che nell'immagine popolare non ebraica, che sicuramente ne ignora le origini, mistica ebraica e gimatreya si identificano: anche oggi nel linguaggio corrente il termine "Cabala" discendente diretto di Qabalah (letteralmente la tradizione ricevuta, e nella comune accezione il nome ebraico della mistica) richiama alla mente complicate elucubrazioni numeriche, finalizzate soprattutto all'uso pratico nel gioco del lotto. La cosa é poi rimbalzata negli ambienti popolari ebraici. con varie implicazioni; un esempio curioso é nel dialetto giudaico-romanesco, dove la guardia é chiamata jorbed, deformazione dell'ebraico Jod-bet: due lettere dell'alfabeto che non hanno insieme alcun senso se non quello del loro valore numerico, che é pari a 12: il numero appunto corrispondente a "guardia" in una antica "smorfia".

Nell'uso sistematico dei mistici l'originaria semplicità del metodo non fu più considerata sufficiente per le complesse elaborazioni, e furono quindi aggiunte nuove regole. Ad esempio: per ogni parola considerata si somma al valore delle singole lettere un punto per la parola stessa, oppure un punto per ogni lettera. O, ancora, si può prendere per ogni lettera il suo valore assoluto, senza considerare gli zeri: ad esempio la Kif che vale 20, può essere uguale a 2, o la Shie, pari a 300, può valere anche 3. É chiaro che in questo modo le possibilità dimostrative si estendono al massimo, e la gimatreya può essere usata sempre con maggiore frequenza. Un esempio del primo metodo é nella giustificazione mistica dell’uso di non mangiare le noci a Capodanno, festa che nella tradizione ebraica é l'occasione per il pentimento. Noce in ebraico é eqoz, e si dice che equivale a chet, cioè peccato. In realtà i conti non tornano tanto bene perché la prima parola equivale a 17 e la seconda a 18. Solo se si aggiunge un altro punto per la parola le cifre corrispondono. Come gimatreya non é certo molto elegante, su cifre così basse; ma il motivo é chiaro ed indicativo: si tratta della giustificazione religiosa a posteriori dell'uso di evitare le noci in momenti particolari, originariamente non ebraico e poi penetrato nell'ebraismo. Per inciso, visto che si é parlato del numero 17, é il caso di notare che questo numero ha presso gli ebrei significati positivi, essendo l'equivalente di tov, bene.
La gimatreya continua ad esercitare il suo strano fascino, ancora oggi, nell'era del computer; e non bisogna stupirsi nell'apprendere che proprio questo strumento comincia ad essere usato per riprendere con la massima rapidità ed estensione possibile, sia sul piano della ricerca scientifica, che su quello della riflessione religiosa, ma anche a livello didattico o ludico, gli esperimenti degli antichi commentatori della Scrittura, alla ricerca delle segrete connessioni nei testi sacri.

 

 

Note

1 - "L'uso delle lettere per significare i numeri era noto ai babilonesi e ai greci. Il primo uso di gimatreya ricorre in un'iscrizione di Sargon II (727-707 a.E.) dove si afferma che il re costruì il muro di Khorsabad lungo 16.283 cubiti in corrispondenza con il valore numerico del suo nome. L'uso della gimatreya era diffuso nella letteratura dei magi e tra gli interpreti dei sogni nel mondo ellenistico. Gli gnostici equiparavano i due nomi sacri di Abraza e Mithras in base all'equivalente valore numerico delle loro lettere (365, corrispondenti ai giorni dell'anno solare). Il suo uso fu apparentemente introdotto in Israele all'epoca del Secondo Tempio, persino nel Tempio stesso: per indicare i numeri venivamo usate le lettere greche (Shek. 3:2)". (G. Scholem, La Cabala. Ed. Mediterranee, pag. 339).

 


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