Qualche tempo addietro approfittando di alcune domande rivolteci da una nostra gentile visitatrice, Maria B. di Genova: 

 

  Vedere: F.A.Qs. Maria B. di Genova "Sulla Resurrezione"

 

offrimmo alla lettura e allo studio un documento prodotto dell'ingegno del dotto Elia Benamozegh.

 

  La Resurrezione dei Corpi

 

A distanza di tempo abbiamo trovato pubblicato sul "Mercure de France" 1863 n.123 un documento dello stesso autore dove affronta l'argomento ma da un punto di vista tutto nuovo, quello della metempsicosi. Tale documento da considerarsi uno stralcio del Corso che il Benamozegh teneva agli studenti di Livorno, fu poi integrato nel testo "Gli Esseni e la Qabalah" pubblicato nel 1865, e ristampato nel 1979 da Armenia Editore; il documento si trova inserito nelle pagine 204 - 208. Elia Benamozegh entra nella "querelle" tra il Frank e il Martin a proposito della pubblicazione di un testo, Cielo e Terra, dove il Martin sosteneva la dottrina della Metempsicosi, confutata dal Frank.

 

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Quando abbiamo preso a trattare della Dogmatica Essenica e abbiamo passato in rassegna la parte della loro Psicologia che ha per oggetto le dottrine sull'anima, ci siamo ripromessi di riservare un'esposizione a parte sulla metempsicosi, vale a dire sulla trasmigrazione delle anime e la resurrezione dei corpi quali furono intese e credute dalla società degli Esseni.

Si riallacciano a questo punto fili e trame fra Cabalisti ed Esseni.

A detta di Filone gli Esseni ossequiarono al dogma anzidetto quando, discorrendo del dopo-morte, dissero parte degli spiriti lasciare la vita terrena per mai più ritornarvi, parte vestire di nuovo queste carni mortali, secondo una legge di provvidenza.

Si farebbe opera interminabile a ricordare il novero di popoli antichi e moderni, di sistemi filosofici che accettarono il dogma della metempsicosi, ma è giocoforza contrarre lo spazio a due cenni veramente meritevoli d'attenzione.

Sulla linea di Filone Giuseppe Flavio diceva essere gli Esseni simili, affini ai Pitagorici. Giuseppe non va più in là in questo giudizio, non dice esplicito ciò che disse Filone, non dà per certo che la dottrina della metempsicosi fosse riconosciuta dagli Esseni, ma dice essere costoro i Pitagorici dell'Ebraismo, come i Farisei ne erano gli Stoici, e come i Sadducei erano seguaci di Epicuro.

L'avvicinamento solo ai Pitagorici fa fede, se non andiamo errati, abbastanza della presenza della metempsicosi in seno agli Esseni, non esistendo dogma per cui i primi siano andati più famosi di quello appunto della trasmigrazione delle anime, come è provato da una critica di particolare e toccante pregnanza dovuta al Ritter.

Ci tocca a questo punto prendere a prestito i termini di una disputa sorta intorno a questo dogma nei nostri giorni.

Nella Parigi del secolo decimonono, nel gran trambusto e commovimento di religioni, di filosofie, di sistemi d'ogni maniera, uscì un trattato sulla metempsicosi, un'opera del Martin chiamata Cielo e Terra.

Nella terza pagina del Journal de Débats ci fu l'immediato intervento di un pugnace oppositore delle idee del Martin. E ci duole alquanto fare il nome di chi sottostò a quel lavoro di critica filosofica. Abbiamo avuto parecchie volte occasione di nominare il Frank, la cui opera sulla Qabalah fu un ottimo servigio reso alla scienza ed alle credenze ebraiche e Dio avesse voluto che l'illustre Luzzatto, anziché occuparsi a denigrarla, avesse mirato a perfezionarla. Ma se gli antichi dissero sed magis amica veritas, noi non possiamo questa volta trovare né bello né serio il lavoro adempiuto dal Frank. Non bello, perché male s'addice allo storico ed apologista dei Cabalisti stendere l'atto d'accusa della metempsicosi; non serio, perché non è difficile replicare alle ovvie e comuni obiezioni ivi stesso da lui su citate. Le quali in parte consistono nelle antiche e più conosciute confutazioni del dogma, in parte in argomenti nuovi, ma tutt'altro che inoppugnabili. Se passiamo sotto silenzio o meglio accarezziamo superficialmente il primo punto di questa «querelle», sarà bene fare accenno del secondo dogma in questione: quello della resurrezione.

 

Alcuni studiosi moderni, imbevuti del genio ipercritico tedesco, per il fatto di non aver trovato esplicitamente conferma di questo articolo di fede presso gli Esseni ed in base alle idee che questi si erano formati intorno ai rapporti primigeni dell'anima col corpo, credettero poter dedurre la negazione della verità della resurrezione in seno agli Esseni.

In un numero della Rivista Germanica del 1858 troviamo un articolo di sommo interesse per le nostre ricerche composto da Michel Nicolas, professore di Teologia in Montauban ed intitolato Gli antecedenti del Cristianesimo. L'idea del lavoro era ovviamente quella di mettere in risalto i rapporti fra il Cristianesimo e la società degli Esseni, anche se si tralascia di sottolineare quanto l'uno debba agli altri, di che natura siano le affinità fra gli Esseni e i Farisei e l'autore non si salva dalla tentazione di far meraviglia. Fatto sta che secondo Michel Nicolas gli Esseni non conobbero o negarono il dogma risurrezionale. Se c'è un'unione forzata col corpo, giudica l'autore, questa è incompatibile col ritorno delle anime a vivificare i corpi una volta abbandonati (il distacco dalle cose corporeee è stato il perpetuo sforzo e la perfezione ideale che l'Essenato si proponeva).

 

A noi sembra considerazione più decisiva che le tendenze anticorporee dell'anima lasciata a se stessa non contano nulla né ai fini degli ordini universali della Provvidenza di Dio che può volere la seconda ed ultima volta come volle la prima quell'unione che si compie non per scelta dell'anima.

 

Le ragioni del dogma risurrezionale vennero ricercate nella Palingenesi dell'universo e nel ritorno alla parità primigenia di quella carne che non è, secondo l'ebraismo, rea per se stessa, ma che tale divenne per un principio a lei esteriore.

L'antagonismo fra lo spirito e la materia potrà e dovrà cessare quando sarà compresa l'armonia dei primi tempi, quella per cui Mosè salì sul monte ed Elia s'incielò vestendo carne mortale, privilegio concesso all'uomo come angelo della creazione ed alla sua tomba come angelo della resurrezione.

 

L'uomo va inteso come ierofante della vita mortale, identico al greco Mercurio, all'Ermes Egiziano, al Sireo o Cane celeste guida e conduttore delle anime. I Cabalisti diedero il cane per simbolo ad Elia (aritmeticamente Cheleb corrispondente al numero cinquantadue). I Talmudisti, muovendo evidentemente dagli stessi principi, dissero che le grida e gli scherzi dei cani annunziavano che Elia entrava in città.

 

Lo stesso Nicolas era attento all'opera di M. Hegenfiel, che nella sua opera l'Apocalypsés Juives dichiara essere attribue aux Esséniens la composition des Apocalypsés Juives, ou du moins les range parmi les Juifs qui s'occupèrent le plus des idées apocalyptiques.

 

Ora le idee apocalittiche, importando per loro natura il supposto di un ciclo apocalittico, di un cielo palingenesiaco, ossia di rigenerazione cosmica, universale, dovevano per forza trovare corrispondenza nel dogma del «ritorno» che da loro è inseparabile: in tutte le superstiti apocalissi, vuoi spurie o legittime quali il libro di Daniel e la rivelazione di Giovanni figura immancabilmente tale credenza.

 

Si potrebbe obiettare che quando Giuseppe e Filone parlano degli Esseni, non accennano alla Resurrezione, quasi essa non facesse parte del loro sistema teologico, e che tale lacuna non può essere sottaciuta. Sì, c'è evidentemente uno spazio vuoto nella costruzione della nostra teoria, però l'obiezione non ci sembra affatto realistica.

 

Non si possono condividere nemmeno i presupposti delle ragioni del Nicolas in quanto ci pone egli stesso le armi per svuotare di contenuto la sua negazione quando ci dà il riscontro di un Giuseppe e Filone che forse non avevano maturato appieno la portata del movimento essenico: «Joseph, qui avait passé un an dans la société, n'avait pas franchi le premier degré de Noviciat, et ne connaissait pas par conséquent le fond de ses doctrines»; e Filone «comme Neander le fait remarquer, les présente non tels qu'ils étaient en réalité, mais tels qu'il lui convenait quelles fussent pour que les Grecs éclairés vissent dans les Esséniens des modèles de sagesse pratique».

 

Per evitare il rischio di concludere troppo presto intorno al loro silenzio sulla Resurrezione, diciamo soltanto che potrebbe esserci stata ignoranza in Giuseppe e Filone benché poco inclineremmo per questa versione trattandosi in special modo di dogma popolare ed esoterico anziché d'insegnamento acroamatico.

 

Però può esserci stato davvero desiderio di non urtare i pregiudizi pagani assolutamente insofferenti alla resurrezione dei morti a vita eterna, testimone la diffidenza e lo scandalo che suscitarono nel mondo pagano le prime predicazioni del Cristianesimo, quando annunziarono Cristo risorto e primogenito, come dissero gli Apostoli, del Regno futuro.

 

Sosterrebbero questa ipotesi i silenzi discreti, le varianti opportune, le infedeltà calcolate usate appunto in ossequio all'opinione dominante, delle quali si ha un cospicuo e manifesto esempio nella traduzione dei Sessanta.

Ma ben altro impatto ha secondo noi la considerazione che quando Giuseppe e Filone parlano delle sette dell'Ebraismo ricordano di esse solo i particolari che ne pongono maggiormente in luce la fisionomia, che ne fanno un caso a parte, esclusivo.

 

Aggiungiamo che esemplare è l'atteggiamento di Giuseppe nei confronti dei Farisei: dice tutto dei costumi, delle credenze, delle somiglianze con le scuole analoghe del Paganesimo, ma non gli sfugge una sola parola sul dogma in questione.

E che dire del silenzio del Talmud, che, mentre narra le dispute sostenute dai Dottori contro i settari d'ogni maniera in favore di questo dogma, tra questi non novera i nostri Esseni?

 

Concludiamo dicendo che, a ben vedere, il dogma della metempsicosi suppone qual ultimo suo corollario l'imminente ultima e definitiva unione delle due nature e che gli Esseni non potevano ricusare il fondo e il patrimonio comune dell'Ebraismo, l'idea dell'immortalità: Adamo, Enoch, Elia rapito in corpo e anima sono chiaro segno di questa suggestione. Pensiamo Mosè che disse «Ani amit va-ahaié», ad Anna che cantò «Morid sceol vaiaal», che cala nel sepolcro e ne riscuote i caduti, a Isaia che poetò «Ihiù meteha ecc.», a Ezechiele che profetò «Inneni poteah et Kibrotehem», per non dire di Daniele, che uni, critica troppo ardita potrebbe dire sconosciuto e non ammesso dai nostri Esseni e che è il profeta della resurrezione per eccellenza. Se pensate a tutti questi fatti, la sentenza del Nicolas appare quanto meno precipitosa.

 

 

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