Noi abbiamo per nostro principio fondamentale questo, che possiamo enunciare con le parole di un illustre filosofo: «anche i selvaggi che si trovano ai gradini infimi della scala della civiltà sono passati attraverso una lunga evoluzione. Il dire che una delle religioni esistenti ha da essere la religione primitiva, equivale a troncare il problema, senza affatto scioglierlo», il problema, cioè, di rintracciare «l'aurora primitiva del genere umano [1]».

Ammesso dunque questo assioma, rafforzato del resto dal fatto che le razze selvagge sono antiche quanto forse; e senza forse, le razze civili, e che un arresto assoluto e mantenimento insieme di vita non è possibile, ed è stato dimostrato inesistente in ogni campo della natura, ed ancor più nelle manifestazioni spirituali; ne derivano due conseguenze: che, cioè, ogni forma religiosa, e di vita in genere, presentata dai selvaggi attuali, non è primitiva[2]; e che, pertanto, queste forme sono utilizzabili

dalla storia delle religioni solo in quanto si riesca a ripercorrere il processo evolutivo attraverso cui le razze selvagge sono passate.

E già attenti ricercatori, e citiamo il Frobenius, F. Graebner, B. Ankerman, W. Schmidt, sensibili a questa verità, tentarono di ricostruire questo processo evolutivo mediante una classificazione dei popoli selvaggi, raggruppandoli in tanti diversi cicli o livelli di civiltà. Così lo Schmidt ne disegnò quattro nell'Australia, in ordine secondo lui di successione, e dei quali il grado più primitivo sarebbe precisamente quello rappresentato dalle tribù del sud-est. E noi non misconosciamo affatto il grande valore che un tentativo di tal genere può avere, per rintracciare il tipo di selvaggio che meno presenti deviazioni o deformazioni rispetto al vero e autentico tipo primitivo. É tuttavia evidente che qui della ricostruzione del processo evolutivo si è fatto un problema di geografia, in luogo di un problema storico, ossia lo si è svisato intimamente, per cui questa ricostruzione e le teorie del Lang e dello Schmidt che su di essa si fondano, hanno bisogno di una revisione e attenuazione critica, per vedere, mediante un attento esame dell'ambiente naturale, psicologico e sociale in cui il selvaggio attuale, anche del ciclo più «primitivo» vive, in confronto di quello che poté essere il vero ambiente originario, ciò che il processo evolutivo ha potuto togliere o aggiungere alla fase primordiale.

Questo dunque noi dobbiamo tenere anzitutto presente nell'esaminare una delle conquiste più cospicue della storia delle religioni: alludiamo all'importantissimo fenomeno, denominato totemismo [3], degno di particolare esame per la sua diffusione presso che universale nei popoli non civili.

 

[1] H. Hoffding, Filosofia della religione, trad. italiana Piacenza, 1910, p. 140.     [Torna al Testo]

[2] In ciò, dunque, noi non discordiamo profondamente da sostenitori dell'enoteismo primitivo, quando essi credono di non poterlo rintracciare tal quale nei selvaggi attuali: alludiamo ai due valenti studiosi Andrea Lang e W. Schmidt, i cui risultati, vedremo, sapientemente utilizzati però, possono esserci di grande aiuto ed utilità.     [Torna al Testo]

[3] In questo esame critico non ci è consentito di descrivere questo fenomeno, i cui principali caratteri tuttavia abbiamo brevemente tratteggiato, a proposito della paternità del totem, nel nostro studio su: «L'evoluzione del concetto di paternità divina» in La trilogia divina, Bologna, Zanichelli, 1922. Noi ci limitiamo qui a rimandare ad alcuni dei migliori lavori esistenti su l'argomento: J. G. Frazer, Totemism and Exogamy, London, 1910, 4 voll.; A. Loisy, Le totémisme et l'exogamie, «Revue d'histoire et litterature religieuse», II-IV, 1911-13; E. Durkheim, Les formes élémentaires de la vie religieuse. Le sistème totémique en Australie, Paris, 1912.  [Torna al Testo]

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