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Dante: Poeta dell'Universale

Tutte le immagini della Divina Commedia di "Gustave Doré"

 

PREMESSA

La Commedia - in quanto storia dell'ultimo atto di un amore partecipante dello umano e del divino, del visibile e dell'invisibile - si definisce, nell'aprirsi della scenografia paradisiaca, con la profilata sintesi Dante-Beatrice: ritrovamento ed insieme operazione magica, sostanzialità unitaria dello Amante e dell'Amata, rinsaldato piano della Conoscenza - Visione - Amore della Verità. Il Paradiso è dunque l'approdo a Sophia ed il suo primo canto ne riquadra, programmandolo, l'intero profilo esoterico.


L'AZIONE
Per la stessa qualità di canto proemiale, il I° del Paradiso si configura in una imponente dichiarazione della nuova materia (la elevazione completa dell'anima al Cielo), del fine anche umano e storico che quella materia si propone (l'esempio del meritato lauro, in tempi d'indifferenza e di antagonismo), ed infine della nuova atmosfera in cui Dante verrà a trovarsi, e dalla quale si dà subito saggio. Si tratta di tonalità ambientale completamente diversa dalla terra, ed il Poeta puntualizza quest'ultima parte, prospettando la meraviglia e facendo ad essa corrispondere la immancabile spiegazione di Beatrice.
In sintesi, Dante narra di essersi mosso verso il cielo, mentre si trovava sulla cima della montagna purgatoriale, che avrà permanenza nella parte maggiormente irradiata dalla penetrazione di Dio, cioè nell'Empireo, e pertanto userà linguaggio non comune e non saprà o potrà ridire tutto a chi è abituato alla terra; che, per quanto la sua memoria lo aiuti, chiede l'assistenza di Apollo a completare quella delle Muse, fino ad ora beneficiata; che il lauro di Dafne, ossia la consacrazione poetica cui egli aspira, forse darà esempio ad altri, in epoca ove raro è che trionfino cesari e vati. Finalmente, a mezzogiorno e nella temperie primaverile-astrologica in cui il sole sorge «con miglior corso e con migliore stella» - la triplice misura di croce formata dai quattro cerchi (orizzonte, equatore, eclittica e coluro equinoziale) intersecantisi contemporaneamente in un punto dell'orizzonte - Beatrice appare «rivolta in sul sinistro fianco», e contempla il sole, simile all'aquila. Dante, fissando i propri occhi nei suoi, guarda anch'egli il sole e subisce una metamorfosi affine a quella di Glauco, «trasumanare» ineffabile. Ma, accorgendosi che l'armonia e la luce si accrescono inspiegabilmente, riceve da Beatrice, la quale gli legge nel pensiero, la spiegazione ch'egli non è più in terra e sta viaggiando nella sfera a velocità di folgore (al modo di qualche proiettile-razzo). Prospetta allora la tesi, come possa attraversare «i corpi lievi», e Beatrice gli risponde essere tutte le creature, dalle più alte alle infime, attratte da Dio per forza naturale, salvo non si allontanino dalla via che ad essa è propria, per volere deviante. Tutto ciò che accade dunque è spiegabilissimo e normale: «quindi rivolse in ver lo cielo il viso».



L'ARTE E LA UNITA' DEL CANTO PROEMIALE
La tonalità ieratica ed il significato programmatico di altissime verità conferiscono a questa poesia un evidente timbro solenne. Ma il Poeta, pure assumendo la fisionomia di discepolo ed essendosi finto ignorante, onde prospettare alcune soluzioni dottrinali, non perde l'occasione per ribadire il concetto aristocratico della missione illuminante e della qualità solare. Si potrebbe dire anzi che un contrasto è innegabile tra la invocazione ad Apollo, la ricognizione del Sole nel punto più alto e nella posizione astrale più favorevole, ed il richiamo ad Ovidio (Glauco trasumanato) da una parte e dall'altra il «farsi grosso» e l'aria di non capirci niente, di trovarsi in mezzo a suoni e luci, di credersi ancora sulla terra, perfino dopo aver guardato, attraverso gli occhi dell'amata, la fonte della luce ed esservisi, per così dire, sprofondato. Si potrebbe qui parlare di una mancanza di sutura tra il fattore storico-psicologico (la consacrazione del poeta civile, perché tra i seguaci di Apollo si contavano anche i Cesari), dottrinale (in principio dominante con la introduzione descrittiva ed invocativa e nella seconda parte, con la trattatistica cui d'ora in poi ci si dovrà abituare), quello sentimentale (dato che in fondo l'occasione è stata utile ad un ulteriore omaggio alla donna amata e sapientissima), ed infine il fattore estetico. Si può dire del resto che i personaggi del canto siano davvero Apollo (prima personificato nel dialogo, poi oggettivato nel Sole) e Beatrice, ricca di allotropia meravigliosa. Sembra statua da contemplare, aquila in volo, sorgente di maestà dottrinaria, e del pari comprende e l'animo commosso» di Dante, e guarda con spirito materno a lui come a figlio ammalato, anzi in delirio. Ella è così umana da non sdegnare, malgrado la paradisiaca imponenza, un sospiro di commiserazione. Con tutto il e pio» aggettivo data da Dante, resta una piacevole nota di curiosità, poco didattica per il vero, almeno nello spirito della scuola moderna.
Il canto possiede tuttavia una unità che non è solo estetica; il lato estetico anzi è il riflesso di un'altra unità, più profonda e consapevole, degna di venire ripresa e approfondita nella multilateralità delle sue prospettive e nella dilatazione che i principi emergenti dalla unità suddetta riescono a presentare verso altri punti o tappe della Cantica celeste.
 


LA IMPOSTAZIONE NEOPLATONICA: LA GNOSI, BEATRICE, APOLLO E ROM.
Domandiamoci innanzi tutto quale sia la impostazione generale del canto, che è poi di tutto il Paradiso, e praticamente costituisce la teleologia dell'intero Poema. La penetrazione di Dio inteso come fonte suprema della Luce, nell'universo, con riflessi «in una parte più e meno altrove», chiaramente equivale al principio neoplatonico della emanazione che, in termini cristiani, si è svolto nello Gnosticismo: Dio è luce emanante dall'infinito verso l'infinito, senza possibili distinzioni di tempo e localizzazioni di modi. Qui infatti l'unico punto di differenziazione è la maggiore o minore risplendenza, derivante dal termine antitetico della Materia. Nelle misteriosofie si celebrava il Sacrificio cosmico, ossia la limitazione (quindi il soggiorno sul piano particolare ed empirico che noi chiamiamo e materia») della Divinità, allo scopo di trarre dalla propria espansione innumerevoli esseri, i quali poi partecipano alla Sua gloria, risalendo il cammino della luce. Dante incarna il destino dell'uomo sulla falsariga degli antichi riti di «trasumanazione» ch'egli aveva appreso dal e bello stile» di Virgilio.
Non è certo uno stile letterario, sia perché Dante non era tipo da vivere all'ombra di nessuno, sia perché la Divina Commedia non l'ha scritta in Latino. Egli intende rappresentare, con il Paradiso, la seconda fase della rappresentazione neoplatonica, cioè la conversione. E come Plotino aveva preordinato la pratica di molteplici virtù, morali e religiose, ma anche estetiche e politiche, così Dante riunisce nel serto della propria consacrazione apollinea, tanto il valore poetico, quanto quello civile. Apollo è illuminazione ovvero conoscenza, non soltanto bellezza, ed il mondo abbandonato alla opacità e alla indifferenza, deve compiere una palingenesi completa (1)
Gli gnostici avevano affermato che la salvezza consiste nella conoscenza. Dante riassume in sé medesimo, il valore simbolico della salvezza di tutto il genere umano, sia dalle catene del peccato, sia da quelle della schiavitù politica. È infatti apprezzato da Catone che aveva preferito morire libero anziché vivere suddito. Egli prospettava subito - nella sede della salvezza e della verità - un progressivo aumento di conoscenza, con il simbolo di Beatrice, la quale evidentemente è il pensiero universale, la immagine gentile della scienza cosmica, ed in questo canto in particolare, un grazioso trattato di astronautica. Commento dunque alla introduzione del Paradiso ha dato Giuseppe Mazzini quando ha scritto: Veniamo in nome di Dio, di cui il nostro mondo un raggio e l'universo una incarnazione.
Nel secondo profeta e maestro della tradizione italica, con una continuità che potrebbe essere stata condotta benissimo sul filo di musica inattingibile (quella delle sfere cui Dante accenna con la «novità del suono» secondo la dottrina pitagorica), rivive Virgilio. Dante simile ad Enea, dopo essersi sprofondato nell'Averno ed avere parlato con i morti, ora deve fondare la la nuova città e la nuova stirpe: Roma nel senso dell'Amore universale.
Alla umanità deviante dal piano divino 'ed ambasciata dalle prepotenze dei Re, dall'anarchia dei Comuni e dalla intolleranza della Curia Romana, egli presenterà il piano ideale del mondo, la città avvenire: il principio che aveva ispirato Omero e Virgilio ed ispirerà le future epopee. Il Paradiso è Roma-Amor-Orma-Ramo, è «quella Roma - non teocratica e politica, ma spirituale ed universale - onde Cristo è romano».
Virgilio dunque è ancora presente; perché non è affatto andato via, il e beatissimo padre». Qui siamo nell'irraggiamento del lauro di Apollo, dei Cesari e dei Poeti, cioè nel trionfo del ramo d'oro di Enea, che egli aveva cantata fino alla concomitanza politica e storica dell'Impero, e che Dante, sviluppando e completando l'opera sua - tutt'altro che imitatore letterario - realizza con il Paradiso (2).


IL SIMBOLISMO DEL FUOCO E DELLE TRASFORMAZIONI: I NOMI DELLA LUCE
Il punto ideale di raccordo delle diverse immagini del canto, è il Fuoco: mare di fuoco in cui il Poeta si trova improvvisamente immerso, ricordo di Apollo con il fulgore connaturato alla immagine, splendore massimo del sole nel luminoso settenario dei quattro cerchi con le tre croci, sfavillare degli occhi di Beatrice, commistione degli sguardi dell'amante e dell'amata su linea di luce la quale direttamente indica la via solare.
Se vari sono i motivi che riuscirebbero a definirlo, la definizione più plastica potrebbe essere: il canto della luce fiammeggiante. Il principio inoltre riesce molto utile a chiudere la funzione del proemio nel quadro dell'opera. Da una parte infatti, l'idea rimonta a quella prova del fuoco che Dante subisce per vedere Beatrice e che è adombrata nel XXVIII canto del Purgatorio. Il cammino di Dante attraverso le fiamme non ha riferimento personale: che il Poeta cioè a proposito della lussuria, abbia voluto espiare qualche difetto della sua personalità storica. Pure lasciando trapelare infatti, la preoccupazione di portare addosso le pietre della superbia (Purg. XIII), non era certo stato consigliato da Virgilio di dare il cambio ad uno degli inquilini di quel girone. In realtà le ipotesi peccaminose non sono convincenti, mentre la ragione del passaggio attraverso il fuoco resta Beatrice («Fra Beatrice e te vi è questo muro»). Se non avesse a suo tempo penetrato quelle fiamme, ora il Poeta non potrebbe attraversare il lago del fuoco celeste, né parlare ad Apollo ed aspirare al serto di luce, né infine guardare gli occhi di Beatrice e il Sole. Spostandoci più innanzi, troveremo ché le varie figurazioni dei Beati sono contemporaneamente luminose e fiammeggianti, tanto da essere state paragonate a centri radianti di energia. Basta pensare ai cieli di Mercurio (coloro che emisero onde praticamente positive, di calore umano, di educazione e di giustizia), di Marte (coloro che furono dall'ardore dello spirito combattivo), del Sole (coloro che sparsero intorno a sé la luce della conoscenza), di Saturno (coloro che resero trasparente il corpo alla visione divina). Nel VII canto sorgono le discussioni sulla morte del Cristo, sul peccato originale e sulla «umana carne» di
allora», quella dei «primi parenti» (vv. 145-148), quindi incorruttibile. É una evidente materia sottile che risale per linea diretta al Pensiero cosmico da cui è venuta. Essa, dipendendo dalla guida del pensiero individuale e sopravvivente, potrà corpo eterico, alone e coagulo di estrinsecazioni di energie e certo cosa diversa dal composto di elementi destinati alla trasformazione nella natura, cioè il corpo fisico - simbolicamente «risorgere». Mentre il «soma» si disperderà nel destino di ciascuno elemento ritornando ad alimentare scientificamente il proprio ciclo, il centro cosciente potrà ricostruire intorno a sé il «dokein» della vita, secondo un ideale d'interezza, che, in sede poetica, è raffigurata da Dante (vv. 104-132) nei tono idillici del Paradiso Terrestre e di Matelda, beneficiando anche delle classiche memorie dell'Età dell'Oro Al. v. 18, dopo mostrata tutta la possibile riverenza per il Be ed Ice, il volto dell'amata è detto capace di rendere felice l'uomo che si trovi nel fuoco.
Dante infatti, in mezzo alle fiamme del Purgatorio, chiama Beatrice il «pome», e «li occhi» un premio di voluttà al sacrificio (v. 45 e 54). Poco dopo, Beatrice stessa spiega all'amato che determinate cognizioni non sono affermate dagli occhi (la visione della mente) il «cui ingegno non è adulto nella fiamma d'amore», cioè non si è temperato alla prova del fuoco.
Per ulteriori motivi, ed in soprappiù, appare chiaro in conclusione il vero significato di Fuoco, occhio, luce, amore, sole, Apollo, aquila, alloro, Beatrice ecc.
Dante ha dichiarato di avere subito una trasformazione radicale i cui effetti si notano nell'aumento di penetrazione del mistero della vita, da parte della sua possibilità di conoscenza.
Peraltro il canto che segue marca apertura solenne di mistero e ricorda il rituale del Convito di Platone: «profani, state indietro». Dante dice di tornare ai loro lidi abituali, onde non si smarriscano per difficile strada, a quanti siano «in piccioletta barca». E continua affermando: «L'acqua ch'io prendo già mai non si corse: Minerva spira; e conducemi Apollo, e nove Muse mi dimostran l'Orse».

Se in un altro luogo bastano una o più muse, qui è necessario collaborino tutte; siamo infatti in presenza di due volti diversi dell'unica realtà, il Lògos, il Pensiero, l'Anima del Mondo, Apollo e il Sole divino: non l'astro che alimenta il nostro od un altro degli infiniti sistemi solari, ma - come avrebbero detto gli Stoici e gli antichi seguaci della teoria eliocentrica ai quali Dante è vicino molto più che l'arretrato geocentrismo tomista dei tempi suoi e di altri - il Fuoco Centrale dell'Universo.
Atena fu rivelata dalla testa di Giove, in cui giaceva, con una operazione che ricorda il rituale degli antichi Fulgurari, ed infatti Vulcano, ancora il Fuoco, spacca il cranio al Padre degli Dei (il Tutto, l'Assoluto inespresso) con l'accetta (usata poi appunto dai sacerdoti delle religioni solari anche sotto forma di Bipenne) e ne rivela il Logos-Luce. Minerva è già adulta, come Lao Tsè (che nacque vecchio) e protegge la cultura (illuminazione della mente) e l'olio (illuminazione dell'ambiente). Infine, allo stesso modo in cui a Freya (e ad altre analoghe figurazioni) erano sacri i gatti che vedono nell'oscurità (e gli animali affini), Atena aveva sacre le civette. Dopo la persecuzione del distrutto paganesimo, parecchi secoli d'ignoranza sono subentrati sull'argomento, ma le civette continuano a portare buona fortuna a chi non ha dimenticato il culto del Pensiero. Sarebbe ora comunque che il popolo ed i ragazzi specialmente, si liberassero da superstizioni destinate a fare soffrire un animale il quale, oltre tutto, è bello e meglio figurerebbe in una rassegna di grazia che in un conciliabolo di streghe: ha gli occhi d'oro, come a suo tempo era bella la Dea occhiglauca. Oro e azzurro insieme dicono la luce e l'infinito.
Stante la presenza di Minerva e di Apollo, è naturale siano qui anche le Muse. Esse con il loro numero (3 x 3) spiegano l'armonia fra i tre mondi della filosofia umanistica della quale Dante risulta primissimo portatore: il mondo divino, l'umano ed il fisico. Dal primo discende la luce, dall'ultimo emergono le energie impersonali e meccaniche; nel mondo umano tutto si compone ed assume immagine di bene o di male, a seconda dell'impiego della libertà. Fare, cambiamento, demiurgia, e di conseguenza, responsabilità.


LA LEGGENDA DI GLAUCO E LO SPIRITO DELLE METAMORFOSI
Il Fuoco è il simbolo della Trasformazione: Eraclito lo considerava l'elemento primordiale. Ma, nella Commedia, di quale trasformazione si tratta? Glauco contiene preciso riferimento ad Ovidio, autore delle Metamorfosi, il poema in cui, sotto il velo della fantasia, è adombrato un mondo di combinazioni biochimiche. Glauco, secondo la leggenda, era un pescatore; avendo data salva la vita ad un pesce, ne ricevette il segreto dell'erba dell'immortalità. A parte la nota curiosa del racconto, il quale si trova anche in altre atmosfere poetiche e dottrinali (per es. fra gli Assiri e i Babilonesi), è interessante notare il rapporto che si è stabilito fra l'uomo e le forme dell'infinito rappresentato dalla matrice prima di tutte le cose, nell'antico linguaggio, il mare.
Diventare «consorte in mare de li altri Dei» significa, in aderenza al linguaggio usato da Dante, Tu diverrai simile agli Dei, immune dalla morte (dai «Versi d'Oro» pitagorici). La poesia ovidiana presentava, al culmine delle trasformazioni, l'immortalità sotto forma d'indiamento, comunione con i Celesti; molti personaggi così finiscono per diventare altrettante costellazioni. Il mare è appunto il e gran mare dell'essere»; lo si attraversa per giungere ad esempio al Vello d'oro, impadronendosi, diremmo noi, di una sorgente di radiazioni, magari di una miniera di uranio. Dante spiega tutto questo con il «trasumanare» e, malgrado le barriere di cui egli circonda ogni indiscrezione, proprio come un adepto degli antichi Misteri, fa capire che tale esperienza trasumanante non è stata un momento di carica sentimentale, ma una vera e propria esperienza: liberazione e sdoppiamento. Non è più il caso dunque di porsi la legittima domanda (e curiosa): ma Dante ha davvero provato quanto ha descritto o si è trattato di una meravigliosa evasione della fantasia? Dante ha realmente sperimentato lo sdoppiamento, la indipendenza dal corpo.
Egli non è salito in effetti in alcuna regione aerea, salvo non si voglia pensare ad un autentico viaggio interplanetario attraverso una trance, in modo analogo a Swedenborg (3) o ad un intuire la quarta dimensione, se appunto nel canto che segue, è detto (vv. 36-39): «S'io era corpo, e qui non si concepe com'una dimension altra patio, ch'esser convien se corpo in corpo repe» (4).


DANTE E BEATRICE: MOMENTI DELLO SPIRITO UMANO L'IDEALE PITAGORICO
A questo punto la soluzione dello squilibrio fra la prima e la seconda parte del canto è raggiunta, perché non vi è ormai alcuna differenziazione insuperabile tra Dante e Beatrice. Un qualsiasi iato poteva sussistere nel Purgatorio, quando il Poeta non aveva ancora conosciuto la prova delle acque cioè non era stato liberato da ogni legame all'aspetto empirico e transeunte del la esistenza, mediante la immersione in Lete, e non era stato vivificato dalla «santissima onda» di Eunoè e rinato nuova pianta, neofito. Dante e Beatrice sono dunque due momenti dello spirito umano, perché il Poeta apprende direttamente, per comunicazione interiore, dal proprio Demone, dalla propria Coscienza che, condotta ad uno stato di sublimazione ed oggettivata nella proiezione estetica e sentimentale si è «indonnato» per «Be ed Ice».
La caratteristica di tutti i poemi che descrivano qualche grande viaggio in terre meravigliose e sconosciute, è che il protagonista sia accompagnato da altri, in condizioni o di scudiero o di maestro.
Come Virgilio, a parte la qualità personale e tradizionale, è stata la ragione di Dante, dal punto di vista filosofico e, nel riflesso politico, la sua fede ghibellina, così Beatrice è pure una parte, la più eletta, dello spirito. E' la Coscienza che si conquista, attraversando quelle che gli antichi iniziati dicevano le prove degli elementi. Dante si è sprofondato nella terra, ha conosciuto il vento agghiacciante delle ali di Lucifero, è passato attraverso i fiumi del Paradiso Terrestre e per il fuoco dell'ultimo girone del Purgatorio. Secondo la tradizione virgiliana dell'epos italico, il Poeta ha appreso tutti gli elementi ed ora è al disopra di essi, in uno stato di consapevolezza che domina la prassi spazio-temporale. Come Cagliostro, avrà detto: scelgo il tempo e lo spazio nei quali manifestarmi. Superata la fase empirica dell'esistenza (ciò che si dice di norma «la Terra»), egli si trova nei Cieli.
Beatrice, vista fuori di Dante, è l'oggetto supremo, l'ideale-limite della conoscenza, la chiaroveggenza o se si vuole, la cognizione delle leggi eterne della vita di cui la natura fisica è portatrice in forma elementare. L'ideale pitagorico della economia cosmica si comprende nell'affermazione che:
«le cose tutte quante hanno origine tra loro, e questo è forma che l'universo a Dio fa somigliante».

La espansione massima della luce ed il suo raffigurarsi in una piramide (3 e 4) i cui elementi ci danno i numeri della generazione e realizzazione. Da tale punto di vista, il Proemio al Paradiso è il canto della Geometria universale tanto più se si pone mente alle spiegazioni finali di Beatrice, a proposito dell'arco che saetta, penetrando la spazialità invisibile degl'intelletti e delle anime, poetica significazione del filo di Ayn Soph. della Qabalah.
La struttura armonica del mondo, per cui l'universo è musica di accordi, è dunque poema di proporzioni, realtà numerica. Su tale fondo si muove l'uomo. Egli può mutare il proprio destino, solo ignorando la Legge. Suo scopo naturale invece è la compotenza con lo universo. Non a caso il paragone della creatura tutta amabilità e grazia alla fierezza rapace di un'aquila - tecnicamente si direbbe stonatura - è in perfetta assonanza sul piano dell'anacogia filosofica, poiché l'Aquila nel linguaggio dei simboli è lo Spirito e Beatrice è lo spirito di Dante; non più di un uomo, ma coscienza dell'umanità intera.







1. Dante ha seguito il costume italico e romano della purificazione dei peccati, che si compiva presso la porta Tarpea e consisteva nell'assunzione e nella deposizione dei Piacula (pesi simbolici), con la guida di una sacerdotessa (simboleggiata qui dalla dolce tonalità angelica). Paragonando il suono della porta del Purgatorio al fragore dei battenti della rocca Tarpea, quando Metello non potette impedire la spoliazione di Cesare (secondo il narrato di Lucano), il Poeta ha evocato il pagano prodigio, mentre ha assunto sulla fronte i sette P che poi cederà, gradino per gradino (Purg. IX). Questo processo è consistito in un faticoso salire dalle tenebre delle profondità infernali alla luce dell'Eden.

2. La significazione ideale del Paradiso è l'Irenismo, la Pace perpetua, la Città dell'avvenire, la Confederazione universale, testimoniata dal contrapporre la Città celeste a «l'aiuola che ci fa tanto feroci», e la sincera preoccupazione dei Beati, per le sorti dell'Umanità, ai guai dell'epoca. Ne fanno fede l'abbraccio di genti diverse, il vagheggiamento di una nuova moderna Pax Romana, la comprensione reciproca di tutte le Religioni.

3. Su tale argomento penso al Sewall e con lui, al ricordo affettuoso degli studi di Giorgio E. Ferrari e di Ugo da Neapolis.

4. Non credo sia superfluo ricordare che il principio dell'Accademia di Galileo il quale, per renderlo da poesia concretezza, si offrì ad essere spezzato dalla Istituzione dogmatica coscientemente avversa perché programmaticamente dominatrice della cultura, è stato tratto dai versi della Divina Commedia (Par. II, 94-96 e III, 3):


«Da questa istanza può dilibirarti
esperienza se giammai la provi,
ch'esser suol fonte ai rivi di vostr'arti».
e Di bella verità m'avea scoverto,
provando e riprovando il dolce aspetto».

 

 


 

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© Carlo Gentile

 

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