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Dialogo Secondo • SECONDA PARTE DEL DIALOGO •
Interlocutori: Sebasto, Onorio, Coribante, Saulino.
• Sebasto • Ma non vedete Saulino e Coribante che vegnono?
• Onorio • E ora che doveano esser venuti. Meglio il tardi che mai, Saulino.
• Coribante • Si tardus adventus, citior expeditio.
• Sebasto • Col vostro tardare avete persi de bei propositi, quali desidero che siano replicati da Onorio.
• Onorio • Non, di grazia, perché mi rincrescerebbe; ma seguitiamo il nostro proposito, perché quanto a quello che sarà bisogno de riportar oltre, ne raggionarremo privatamente con essi a meglior comodità, perché ora non vorrei interrompere il filo del mio riporto.
• Saulino • Sì, sì; cossì sia. Andate pur seguitando.
• Onorio • Or essendo io, come ho già detto, nella region celeste in titolo di cavallo Pegaseo, mi è avvenuto per ordine del fato, che per la conversione alle cose inferiori (causa di certo affetto, ch’io indi venevo ad acquistare, la qual molto bene vien descritta dal platonico Plotino), come inebriato di nettare, venea bandito ad esser or un filosofo, or un poeta, or un pedante, lasciando la mia imagine in cielo; alla cui sedia a tempi a tempi delle trasmigrazioni ritornavo, riportandovi la memoria delle specie le quali nell’abitazion corporale avevo acquistate; e quelle medesime, come in una biblioteca, lasciavo là quando accadeva ch’io dovesse ritornar a qualch’altra terrestre abitazione. Delle quali specie memorabili le ultime son quelle ch’ho cominciate a imbibire a tempo della vita de Filippo macedone, dopo che fui ingenerato dal seme de Nicomaco, come si crede. Qua, appresso esser stato discepolo d’Aristarco, Platone ed altri, fui promosso col favor di mio padre, ch’era consegliero di Filippo, ad esser pedante d’Alexandro Magno: sotto il quale, benché erudito molto bene nelle umanistiche scienze, nelle quali ero più illustre che tutti li miei predecessori, entrai in presunzione d’esser filosofo naturale, come è ordinario nelli pedanti d’esser sempre temerarii e presuntuosi; e con ciò, per esser estinta la cognizione della filosofia, morto Socrate, bandito Platone, ed altri in altre maniere dispersi, rimasi io solo lusco intra gli ciechi; e facilmente possevi aver riputazion non sol di retorico, politico, logico, ma ancora de filosofo. Cossì malamente e scioccamente riportando le opinioni de gli antiqui, e de maniera tal sconcia, che né manco gli fanciulli e le insensate vecchie parlarebono ed intenderebono come io introduco quelli galant’uomini intendere e parlare, mi venni ad intrudere come riformator di quella disciplina della quale io non avevo notizia alcuna. Mi dissi principe de’ peripatetici: insegnai in Atene nel sottoportico Liceo: dove, secondo il lume, e per dir il vero, secondo le tenebre che regnavano in me, intesi ed insegnai perversamente circa la natura de li principii e sustanza delle cose, delirai più che l’istessa delirazione circa l’essenza de l’anima, nulla possevi comprendere per dritto circa la natura del moto e de l’universo; ed in conclusione son fatto quello per cui la scienza naturale e divina è stinta nel bassissimo della ruota, come in tempo de gli Caldei e Pitagorici è stata in exaltazione.
• Sebasto • Ma pur ti veggiamo esser stato tanto tempo in admirazion del mondo; e tra l’altre maraviglie è trovato un certo Arabo ch’ha detto la natura nella tua produzione aver fatto l’ultimo sforzo, per manifestar quanto più terso, puro, alto e verace ingegno potesse stampare; e generalmente sei detto demonio della natura.
• Onorio • Non sarebbono gli ignoranti, se non fusse la fede; e se non la fusse, non sarebbono le vicissitudini delle scienze e virtudi, bestialitadi ed inerzie ed altre succedenze de contrarie impressioni, come son de la notte ed il giorno, del fervor de l’estade e rigor de l’inverno.
• Sebasto • Or per venire a quel ch’appartiene alla notizia de l’anima (mettendo per ora gli altri propositi da canto), ho letti e considerati que’ tuoi tre libri nelli quali parli più balbamente, che possi mai da altro balbo essere inteso; come ben ti puoi accorgere di tanti diversi pareri ed estravaganti intenzioni e questionarii, massime circa il dislacciar e disimbrogliar quel che ti vogli dire in que’ confusi e leggieri propositi, gli quali se pur ascondono qualche cosa, non può esser altro che pedantesca o peripatetica levitade.
• Onorio • Non è maraviglia, fratello; atteso che non può in conto alcuno essere, che essi loro possano apprendere il mio intelletto circa quelle cose nelle quali io non ebbi intelletto: o che vagliano trovar construtto o argumento circa quel ch’io vi voglia dire, se io medesimo non sapevo quel che mi volesse dire. Qual differenza credete voi essere tra costoro e quei che cercano le corna del gatto e gambe de l’anguilla? Nulla certo. Della qual cosa precavendo ch’altri non s’accorgesse, ed io con ciò venesse ad perdere la riputazion di protosofosso, volsi far de maniera, che chiunque mi studiasse nella natural filosofia (nella qual fui e mi sentivi a fatto ignorantissimo), per inconveniente o confusion che vi scorgesse, se non avea qualche lume d’ingegno, dovesse pensare e credere ciò non essere la mia intenzion profonda, ma più tosto quel tanto che lui, secondo la sua capacità, posseva da gli miei sensi superficialmente comprendere. Là onde feci che venesse publicata quella Lettera ad Alexandro, dove protestavo gli libri fisicali esser messi in luce, come non messi in luce.
• Sebasto • E per tanto voi mi parete aver isgravata la vostra conscienza; ed hanno torto questi tanti asinoni a disporsi di lamentarsi di voi nel giorno del giudicio, come di quel che l’hai ingannati e sedutti, e con sofistici apparati divertiti dal camino di qualche veritade che per altri principii e metodi arrebono possuta racquistarsi. Tu l’hai pure insegnato quel tanto ch’a diritto doveano pensare: che se tu hai publicato, come non publicato, essi, dopo averti letto, denno pensare di non averti letto, come tu avevi cossì scritto, come non avessi scritto: talmente quei cotali ch’insegnano la tua dottrina, non altrimente denno essere ascoltati che un che parla come non parlasse. E finalmente né a voi deve più essere atteso, che come ad un che raggiona e getta sentenza di quel che mai intese.
• Onorio • Cossì è certo, per dirti ingenuamente come l’intendo al presente. Perché nessuno deve essere inteso più ch’egli medesimo mostra di volersi far intendere; e non doviamo andar perseguitando con l’intelletto color che fuggono il nostro intelletto, con quel dir che parlano certi per enigma o per metafora, altri perché vuolen che non l’intendano gl’ignoranti, altri perché la moltitudine non le spreggie, altri perché le margarite non sieno calpestrate da porci; siamo dovenuti a tale ch’ogni satiro, fauno, malenconico, embreaco ed infetto d’atra bile, in contar sogni e dir de pappolate senza construzione e senso alcuno, ne vogliono render suspetti ed profezia grande, de recondito misterio, de alti secreti ed arcani divini da risuscitar morti, da pietre filosofali ed altre poltronarie da donar volta a quei ch’han poco cervello, a farli dovenir al tutto pazzi con giocarsi il tempo, l’intelletto, la fama e la robba, e spendere sì misera- ed ignobilmente il corso di sua vita.
• Sebasto • La intese bene un certo mio amico; il quale, avendo non so se un certo libro de profeta enigmatico o d’altro, dopo avervisi su lambiccato alquanto dell’umor del capo, con una grazia e bella leggiadria andò a gittarlo nel cesso, dicendogli: - Fratello, tu non voi esser inteso; io non ti voglio intendere; - e soggionse ch’andasse con cento diavoli, e lo lasciasse star con fatti suoi in pace.
• Onorio • E quel ch’è degno di compassione e riso, è che su questi editi libelli e trattati pecoreschi vedi dovenir attonito Salvio, Ortensio melanconico, smagrito Serafino, impallidito Cammaroto, invecchiato Ambruogio, impazzito Gregorio, abstratto Reginaldo, gonfio Bonifacio; ed il molto reverendo Don Cocchiarone, pien d’infinita e nobil maraviglia, sen va per il largo della sua sala, dove, rimosso dal rude ed ignobil volgo, se la spasseggia; e rimenando or quinci, or quindi de la litteraria sua toga le fimbrie, rimenando or questo, or quell’altro piede, rigettando or vers’il destro, or vers’il sinistro fianco il petto, con il texto commento sotto l’ascella, e con gesto di voler buttar quel pulce, ch’ha tra le due prime dita, in terra, con la rugata fronte cogitabondo, con erte ciglia ed occhi arrotondati, in gesto d’un uomo fortemente maravigliato, conchiudendola con un grave ed emfatico suspiro, farà pervenir a l’orecchio de circonstanti questa sentenza: Huc usque alii philosophi non pervenerunt. Se si trova in proposito di lezion di qualche libro composto da qualche energumeno o inspiritato, dove non è espresso e donde non si può premere più sentimento che possa ritrovarsi in un spirito cavallino, allora per mostrar d’aver dato sul chiodo, exclamarà: - O magnum mysterium! - Se per avventura si trovasse un libro de...
• Sebasto • Non più, di grazia, di questi propositi delli quali siamo pur troppo informati; e torniamo al nostro proposito.
• Coribante • Ita ita, sodes. Fatene intendere con qual ordine e.maniera avete repigliata la memoria la qual perdeste nel supposito peripatetico ed altre ipostatiche sussistenze.
• Onorio • Credo aver detto a Sebasto, che quante volte io migravo dal corpo, prima che m’investisse d’un altro, ritornavo a quel mio vestigio dell’asinina idea (che per l’onor e facultà de l’ali non ha piaciuto ad alcuni, che tegnono tal animale in opprobrio, di chiamarlo asino, ma cavallo Pegaseo): e da là, dopo avervi descritti gli atti e le fortune ch’avevo passate, sempre fui destinato a ritornar più tosto uomo che altra cosa, per privilegio che mi guadagnai per aver avuto astuzia e continenza quella volta con non mandar giù per il gorgazuolo de l’umor de l’onde letee. Oltre, per la giurisdizione di quella piazza celeste, è avvenuto che, partendo io da corpi, mai oltre ho preso il camino verso il plutonio regno per riveder gli campi Elisii, ma vêr l’illustre ed augusto imperio di Giove.
• Coribante • Alla stanza dell’aligero quadrupede.
• Onorio • Sin tanto che a questi tempi, piacendo al senato de gli dei, m’ha convenuto de transmigrar con l’altre bestie a basso, lasciando solamente l’impression de mia virtude in alto; onde, per grazia e degno favor de gli dei, ne vegno ornato e cinto de mia biblioteca, portando non solamente la memoria delle specie opinabili, sofistiche, apparenti, probabili e demostrative, ma, ed oltre, il giudicio distintivo di quelle che son vere, da l’altre che son false. Ed oltre de quelle cose che in diversamente complessionati diversi corpi per varie sorti de discipline ho concepute, ritegno ancora l’abito, e de molte altre veritadi alle quali, senza ministerio de sensi, con puro occhio intellettuale vien aperto il camino; e non mi fuggono, quantumque mi trove sotto questa pelle e pareti rinchiuso, onde per le porte de’ sensi, come per certi strettissimi buchi, ordinariamente possiamo contemplar qualche specie di enti: sì come altrimente ne vien lecito di veder chiaro ed aperto l’orizonte tutto de le forme naturali, ritrovandoci fuor de la priggione.
• Sebasto • Tanto che restate di tutto sì fattamente informato, che ottenete più che l’abito di tante filosofie, di tanti suppositi filosofici, ch’avete presentati al mondo, ottenendo oltre il giudicio superiore a quelle tenebre e quella luce sotto le quali avete vegetato, sentito, inteso, o in atto o in potenza, abitando or nelle terrene, or nell’inferne, or nelle stanze celesti.
• Onorio • Vero: e da tal retentiva vegno a posser considerar, e conoscer meglio che come in specchio, quel tanto ch’è vero dell’essenza e sustanza de l’anima. | |||
▪ Epistola Dedicatoria ▪ Declamatione ▪ Dialogo Primo ▪ ▪ Dialogo Secondo Parte Prima ▪ Dialogo Secondo Parte Seconda ▪ Dialogo Secondo Parte Terza ▪ ▪ Dialogo Terzo ▪ L'Asino Cillenico ▪ Musica: "In Taberna" (Carmina Burana secolo XIII) |