Dialogo primo

 

Interlocutori: Sebasto, Saulino, Coribante.

 

• Sebasto • È il peggio che diranno che metti avanti metaffore, narri favole, raggioni in parabola, intessi enigmi, accozzi similitudini, tratti misterii, mastichi tropologie.

 

• Saulino • Ma io dico la cosa a punto come la passa; e come la è propriamente, la metto avanti gli occhi.

 

• Coribante • Id est, sine fuco, plane, candide; ma vorrei che fusse cossì, come dite, da dovero.

 

• Saulino • Cossì piacesse alli dei, che fessi tu altro che fuco con questa tua gestuazione, toga, barba e supercilio: come, anco quanto a l’ingegno, candide, plane et sine fuco, mostri a gli occhi nostri la idea della pedantaria.

 

• Coribante • Hactenus haec? Tanto che Sofia loco per loco, sedia per sedia vi condusse?

 

• Saulino • Sì.

 

• Sebasto • Occórrevi de dir altro circa la provisione di queste sedie?

 

• Saulino • Non per ora, se voi non siete pronto a donarmi occasione di chiarirvi de più punti circa esse col dimandarmi e destarmi la memoria, la quale non può avermi suggerito la terza parte de notabili propositi degni di considerazione.

 

• Sebasto • Io, a dir il vero, rimagno sì suspeso dal desio de saper qual cosa sia quella ch’il gran padre de gli dei ha fatto succedere in quelle due sedie, l’una Boreale e l’altra Australe, che m’ha parso il tempo de mill’anni per veder il fine del vostro filo, quantunque curioso, utile e degno: perché quel proposito tanto più mi vien a spronar il desio d’esserne fatto capace, quanto voi più l’avete differito a farlo udire.

 

• Coribante • Spes etenim dilata affligit animum, vel animam, ut melius dicam; haec enim mage significat naturam passibilem.

 

• Saulino • Bene. Dunque, perché non più vi tormentiate su l’aspettar della risoluzione, sappiate che nella sedia prossima immediata e gionta al luogo dove era l’Orsa minore, e nel quale sapete essere exaltata la Veritade, essendone tolta via l’Orsa maggiore nella forma ch’avete inteso, per providenza del prefato consiglio vi ha succeduto l’Asinità in abstratto: e là dove ancora vedete in fantasia il fiume Eridano, piace a gli medesimi che vi si trove l’Asinità in concreto, a fine che da tutte tre le celesti reggioni possiamo contemplare l’Asinità, la quale in due facelle era come occolta nella via de’ pianeti, dov’è la coccia del Cancro.

 

• Coribante • Procul, o procul este, profani! Questo è un sacrilegio, un profanismo, di voler fingere (poscia che non è possibile che cossì sia in fatto) vicino a l’onorata ed eminente sedia de la Verità essere l’idea de sì immonda e vituperosa specie, la quale è stata da gli sapienti Egizii ne gli lor ieroglifici presa per tipo de l’ignoranza, come ne rende testimonio Oro Apolline, più volte replicando: qualmente gli Babiloni sacerdoti con l’asinino capo compiuto al busto e cervice umana volsero designar un uomo imperito ed indisciplinabile.

 

• Sebasto • Non è necessario andar al tempo e luogo d’Egizii, se non è né fu mai generazione, che con l’usato modo di parlare non conferme quel che dice Coribante.

 

• Saulino • Questa è la raggione, per cui ho differito al fine di raggionar circa queste due sedie: atteso che dalla consuetudine del dire e credere m’areste creduto parabolano, e con minor fede ed attenzione arreste perseverato ad ascoltarmi nella descrizione della riforma de l’altre sedie celesti, se prima con prolissa infilacciata de propositi non v’avesse resi capaci di quella verità; stante che queste due sedie da per esse meritano almeno altretanto de considerazione, quanto vedete aver ricchezza di tal suggetta materia. Or non avete voi unqua udito, che la pazzia, ignoranza ed asinità di questo mondo è sapienza, dottrina e divinità in quell’altro?

 

• Sebasto • Cossì è stato riferito da primi e principali teologi; ma giamai è stato usato un cossì largo modo de dire, come è il vostro.

 

• Saulino • E perché giamai la cosa è stata chiarita ed esplicata cossì, come io son per esplicarvela e chiarirvela al presente.

 

• Coribante • Or dite, perché staremo attenti ad ascoltarvi.

 

• Saulino • Perché non vi spantiate, quando udite il nome d’asino, asinità, bestialità, ignoranza, pazzia, prima voglio proporvi avanti gli occhi della considerazione, e rimenarvi a mente il luogo de gl’illuminati cabalisti, che con altri lumi che di Linceo, con altri occhi che di Argo, profondorno, non dico sin al terzo cielo, ma nel profondo abisso del sopramondano ed ensofico universo: per la contemplazione di quelle diece Sephiroth che chiamiamo in nostra lingua membri ed indumenti, penetrorno, veddero, concepirno quantum fas est homini loqui. Ivi son le 3 dimensioni Ceter, Hocma, Bina, Hesed, Geburah, Tipheret, Nezah, Hod, Iesod, Malchuth; de quali la prima da noi è detta Corona, la seconda Sapienza, la terza Providenza, la quarta Bontà, la quinta Fortezza, la sesta Bellezza, la settima Vittoria, la ottava Lode, la nona Stabilimento, la decima Regno. Dove dicono rispondere diece ordini d’intelligenze; de quali il primo vien da essi chiamato Haioth heccados, il secondo Ophanim, il terzo Aralin, il quarto Hasmalin, il quinto Choachin, il sesto Malachim, il settimo Elohim, l’ottavo Benelohim, il nono Maleachim, il decimo Issim; che noi nominiamo il primo Animali santi o Serafini, il secondo Ruote formanti o Cherubini, il terzo Angeli robusti o Troni, il quarto Effigiatori, il quinto Potestadi, il sesto Virtudi, il settimo Principati o dei, l’ottavo Arcangeli o figli de dei, il nono Angeli o Imbasciatori, il decimo Anime separate o Eroi. Onde nel mondo sensibile derivano le diece sfere: 1. il primo mobile, 2. il cielo stellato o ottava sfera o firmamento, 3. il cielo di Saturno, 4. di Giove, 5. di Marte, 6. del Sole, 7. di Venere, 8. di Mercurio, 9. della Luna, 10. del Chaos sublunare diviso in quattro elementi. Alli quali sono assistenti diece motori, o insite diece anime: la prima Metattron o principe de faccie, la seconda Raziel, la terza Zaphciel, la quarta Zadkiel, la quinta Camael, la sesta Raphael, la settima Aniel, l’ottava Michael, la nona Gabriel, la decima Samael; sotto il quale son quattro terribili principi, de quali il primo domina nel fuoco ed è chiamato da Iob Behemoth, il secondo domina nell’aria ed è nomato da cabalisti e comunmente Beelzebub, cioè principe de mosche, idest de volanti immondi, il terzo domina nell’acqui ed è nomato da Iob Leviathan, il quarto è presidente ne la terra, la qual spasseggia e circuisse tutta, ed è chiamato da Iob Sathan. Or contemplate qua, che secondo la cabalistica revelazione Hocma, a cui rispondeno le forme o ruote, nomate Cherubini, che influiscono nell’ottava sfera, dove consta la virtù dell’intelligenza de Raziele, l’asino o asinità è simbolo della sapienza.

 

• Coribante • Parturient montes.

 

• Saulino • Alcuni thalmutisti apportano ia raggione morale di cotale influsso, arbore, scala o dependenza, dicendo che però l’asino è simbolo della sapienza nelli divini Sephiroth, perché a colui che vuol penetrare entro gli secreti ed occolti ricetti di quella, sia necessariamente de mistiero d’esser sobrio e paziente, avendo mustaccio, testa e schena d’asino; deve aver l’animo umile, ripremuto e basso, ed il senso che non faccia differenza tra gli cardi e le lattuche.

 

• Sebasto • Io crederei più tosto, che gli Ebrei abbiano tolti questi misterii da gli Egizii; li quali per cuoprir certa ignominia loro hanno voluto in tal maniera esaltar al cielo l’asino e l’asinità.

 

• Coribante • Declara.

 

• Sebasto • Oco, re de Persi, essendo notato da gli Egizi, suoi nemici, per il simulacro d’asino, ed appresso essendo lui vittorioso sopra de loro, ed avendoseli fatti cattivi, le costrinse ad adorar l’imagine de l’asino e sacrificargli il bove già tanto adorato da essi, con rimproverargli che a l’asino il lor bove Opin o Apin verrebbe immolato. Questi dunque, per onorar quel loro vituperoso culto, e cuoprir quella machia, hanno voluto fingere raggioni sopra il culto de l’asino; il quale da quel che gli fu materia di biasimo e burla, gli venne ad esser materia di riverenza. E cossì poi, in materia d’adorazione, admirazione, contemplazione, onore e gloria, se l’hanno fatto cabalistico, archetipo, sephirotico, metafisico, ideale, divino. Oltre, essendo l’asino animal de Saturno e della Luna, e gli Ebrei di natura, ingegno e fortuna saturnini e lunari, gente sempre vile, servile, mercenaria, solitaria, incomunicabile ed inconversabile con l’altre generazioni, le quali bestialmente spregiano, e da le quali per ogni raggione son degnamente dispreggiate; or questi si trovâro nella cattività e servizio de l’Egitto, dove erano destinati ad esser compagni a gli asini con portar le some e servire alle fabriche; e là parte per esserno leprosi, parte perché intesero gli Egizii, che in essi pestilanziati regnava l’impression saturnia ed asinina, per la conversazione ch’aveano con questa razza; vogliono alcuni che le discacciassero dagli lor confini con lasciargli l’idolo dell’asino d’oro alle mani; il quale tra tutti li dei se mostrava più propisiabile a questa gente, cossì a tutte l’altre nemica e ritrosa, come Saturno a tutti gli pianeti. Onde rimanendo con il proprio culto, lasciando da canto l’altre feste egiziane, celebravano per il lor Saturno, demostrato nell’idolo de l’asino, gli sabbati, e per la lor Luna le neomenie, di sorte che non solamente uno, ma, ed oltre, tutti gli sephiroti possono essere asinini ai cabalisti giudei.

 

• Saulino • Voi dite molte cose autentiche, molte vicine all’autentiche, altre simili a l’autentiche, alcune contrarie a l’autentiche ed approvate istorie. Onde dite alcuni propositi veri e boni, ma nulla dite bene e veramente, spreggiando e burlandovi di questa santa generazione, dalla quale è proceduta tutta quella luce che si trova sin oggi al mondo, e che promette de donar per tanti secoli. Cossì perseveri nel tuo pensiero ad aver l’asino ed asinità per cosa ludibriosa; quale, qualunque sia stata appresso Persi, Greci e Latini, non fu però cosa vile appresso gli Egizii ed Ebrei. Là onde è falsità ed impostura questa tra l’altre, cioè che quel culto asinino e divino abbia avuto origine dalla forza e violenza, e non più tosto ordinato dalla raggione, e tolto principio dalla elezione.

 

• Sebasto • Verbi gratia, forza, violenza, raggion ed elezione di Oco.

 

• Saulino • Io dico divina inspirazione, natural bontade ed umana intelligenza. Ma prima che vengamo al compimento di questa demostrazione, considerate un poco se mai ebbero, o denno aver avuto, o tener a vile la idea ed influenza de gli asini questi Ebrei ed altri partecipi e consorti de la lor santimonia. Il patriarca Iacob, celebrando la natività e sangue della sua prole, e padri de le dodici tribù con la figura de le dodici bestie, vedete se ebbe ardimento di lasciar l’asino. Non avete notato che come fe’ Ruben montone, Simone orso, Levi cavallo, Giuda leone, Zabulon balena, Dan serpente, Gad volpe, Aser bove, Nettalim cervio, Gioseffo pecora, Beniamin lupo, cossì fece il sesto genito Isachar asino, insoffiandoli per testamento quella bella nuova e misteriosa profezia nell’orecchio: Isachar, asino forte, che poggia tra gli termini, ha trovato il riposo buono ed il fertilissimo terreno; ha sottoposte le robuste spalli al peso, ed èssi destinato al tributario serviggio. Queste sacrate dodici generazioni rispondeno da qua basso a gli alti dodici segni del zodiaco, che son nel cingolo del firmamento, come vedde e dechiarò il profeta Balaam, quando dal luogo eminente d’un colle le scòrse disposte e distinte in dodici castramentazioni alla pianura, dicendo: - Beato e benedetto popolo d’Israele, voi sète stelle, voi li dodici segni messi in sì bell’ordine di tanti generosi greggi. Cossì promese il vostro Giova che moltiplicarebbe il seme del vostro gran padre Abraamo come le stelle del cielo, cioè secondo la raggione delli dodici segni del zodiaco, li quali venite a significar per li nomi de dodici bestie. - Qua vedete qualmente quel profeta illuminato, dovendole benedire in terra, andò a presentarseli montato sopra l’asino, per la voce de l’asino venne instrutto della divina volontà, con la forza de l’asino vi pervenne, da sopra l’asino stese le mani alle tende, e benedisse quel popolo de Dio santo e benedetto, per far evidente che quelli asini saturnini ed altre bestie, che hanno influsso dalle dette sephiroth, da l’asino archetipo, per mezzo de l’asino naturale e profetico, doveano esser partecipi de tanta benedizione.

 

• Coribante • Multa igitur asinorum genera: aureo, archetipo, indumentale, celeste, intelligenziale, angelico, animale, profetico, umano, bestiale, gentile, etico, civile ed economico; vel essenziale, subsistenziale, metafisico, fisico, ipostatico, nozionale, matematico, logico e morale; vel superno, medio ed inferno; vel intelligibile, sensibile e fantastico; vel ideale, naturale e nozionale; vel ante multa, in multis et post multa. Or seguìte, perché paulatim, gradatim atque pedetentim, più chiaro, alto e profondo venite a riuscirmi.

 

• Saulino • Per venir dunque a noi, non vi deve parer strano che la asinità sia messa in sedia celeste nella distribuzione delle catedre, che sono nella parte superna di questo mondo ed universo corporeo; atteso che esso deve esser corrispondente e riconoscere in se stesso certa analogia al mondo superiore.

 

• Coribante • Ita contiguus hic illi mundus, ut omnis eius virtus inde gubernetur, come oltre promulgò il prencipe de’ peripatetici nel principio del primo della Metorologica contemplazione.

 

• Sebasto • O che ampolle, o che parole sesquipedali son le vostre, o dottissimo ed altritonante messer Coribante!

 

• Coribante • Ut libet.

 

• Sebasto • Ma permettiate che si proceda al proposito, e non ne interrompete!

 

• Coribante • Proh!

 

• Saulino • A la verità nulla cosa è più prossima e cognata che la scienza; la quale si deve distinguere, come è distinta in sé, in due maniere: cioè in superiore ed inferiore. La prima è sopra la creata verità, ed è l’istessa verità increata, ed è causa del tutto; atteso che per essa le cose vere son vere, e tutto quel che è, è veramente quel tanto che è. La seconda è verità inferiore, la quale né fa le cose vere né è le cose vere, ma pende, è prodotta, formata ed informata da le cose vere, ed apprende quelle non in verità, ma in specie e similitudine: perché nella mente nostra, dove è la scienza dell’oro, non si trova l’oro in verità, ma solamente in specie e similitudine. Sì che è una sorte de verità, la quale è causa delle cose, e si trova sopra tutte le cose; un’altra sorte che si trova nelle cose ed è delle cose; ed è un’altra terza ed ultima, la quale è dopo le cose e dalle cose. La prima ha nome di causa, la seconda ha nome di cosa, la terza ha nome di cognizione. La verità nel primo modo è nel mondo archetipo ideale significata per un de’ sephiroth; nel secondo modo è nella prima sedia dove è il cardine del cielo a noi supremo; nel terzo modo è nella detta sedia che prossimamente da questo corporeo cielo influisce ne gli cervelli nostri, dove è l’ignoranza, stoltizia, asinità, ed onde è stata discacciata l’Orsa maggiore. Come dunque la verità reale e naturale è essaminata per la verità nozionale, e questa ha quella per oggetto, e quella mediante la sua specie ha questa per suggetto, cossì è bisogno che a quella abitazione questa sia vicina e congionta.

 

• Sebasto • Voi dite bene, che secondo l’ordine della natura sono prossimi la verità e l’ignoranza o asinità: come sono talvolta uniti l’oggetto, l’atto e la potenza. Ma fate ora chiaro, perché più tosto volete far gionta e vicina l’ignoranza o asinità, che la scienza o cognizione: atteso che tanto manca che l’ignoranza e pazzia debbano esser prossime e come coabitatrici della verità, che ne denno essere a tutta distanza lontane, perché denno esser gionte alla falsità, come cose appartenenti ad ordine contrario.

 

• Saulino • Perché la sofia creata senza l’ignoranza o pazzia, e per conseguenza senza l’asinità che le significa ed è medesima con esse, non può apprendere la verità; e però bisogna che sia mediatrice; perché come nell’atto mediante concorreno gli estremi o i termini, oggetto e potenza, cossì nell’asinità concorreno la verità e la cognizione, detta da noi sofia.

 

• Sebasto • Dite brevemente la caggione.

 

• Saulino • Perché il saper nostro è ignorare, o perché non è scienza di cosa alcuna e non è apprensione di verità nessuna, o perché se pur a quella è qualche entrata, non è se non per la porta che ne viene aperta da l’ignoranza, la quale è l’istesso camino, portinaio e porta. Or se la sofia scorge la verità per l’ignoranza, la scorge per la stoltizia consequentemente, e consequentemente per l’asinità. Là onde chi ha tal cognizione, ha de l’asino, ed è partecipe di quella idea.

 

• Sebasto • Or mostrate come siano vere le vostre assumpzioni: perché voglio concedere le illazioni tutte; perché non ho per inconveniente che chi è ignorante, per quanto è ignorante, è stolto; e chi è stolto, per quanto è stolto, è asino: e però ogni ignoranza è asinità.

 

• Saulino • Alla contemplazion de la verità altri si promuoveno per via di dottrina e cognizione razionale, per forza de l’intelletto agente che s’intrude nell’animo, excitandovi il lume interiore. E questi son rari; onde dice il poeta:

Pauci, quos ardens evexit ad aethera virtus.

Altri per via d’ignoranza vi si voltano e forzansi di pervenirvi. E di questi alcuni sono affetti di quella che è detta ignoranza di semplice negazione: e costoro né sanno, né presumeno di sapere; altri di quella che è detta ignoranza di prava disposizione: e tali, quanto men sanno e sono imbibiti de false informazioni, tanto più pensano di sapere: quali, per informarsi del vero, richiedeno doppia fatica, cioè de dismettere l’uno abito contrario e di apprender l’altro. Altri di quella ch’è celebrata come divina acquisizione; ed in questa son color che né dicendo, né pensando di sapere, ed oltre essendo creduti da altri ignorantissimi, son veramente dotti, per ridursi a quella gloriosissima asinitade e pazzia. E di questi alcuni sono naturali, come quei che caminano con il lume suo razionale, con cui negano col lume del senso e della raggione ogni lume di raggione e senso; alcuni altri caminano, o per dir meglio si fanno guidare con la lanterna della fede, cattivando l’intelletto a colui che gli monta sopra ed a sua bella posta l’addirizza e guida. E questi veramente son quelli che non possono essi errare, perché non caminano col proprio fallace intendimento, ma con infallibil lume di superna intelligenza. Questi, questi son veramente atti e predestinati per arrivare alla Ierusalem della beatitudine e vision aperta della verità divina: perché gli sopramonta quello, senza il qual sopramontante non è chi condurvesi vaglia.

 

• Sebasto • Or ecco come si distingueno le specie dell’ignoranza ed asinitade, e come vegno a mano a mano a condescendere per concedere l’asinitade essere una virtù necessaria e divina, senza la quale sarrebe perso il mondo, e per la quale il mondo tutto è salvo.

 

• Saulino • Odi a questo proposito un principio per un’altra più particular distinzione. Quello ch’unisce l’intelletto nostro, il qual è nella sofia, alla verità, la quale è l’oggetto intelligibile, è una specie d’ignoranza, secondo gli cabalisti e certi mistici teologi; un’altra specie, secondo gli pirroniani, efettici ed altri simili; un’altra, secondo teologi cristiani, tra’ quali il Tarsense la viene tanto più a magnificare, quanto a giudicio di tutt’il mondo è passata per maggior pazzia. Per la prima specie sempre si niega; onde vien detta ignoranza negativa, che mai ardisce affirmare. Per la seconda specie sempre si dubita, e mai ardisce determinare o definire. Per la terza specie gli principii tutti s’hanno per conosciuti, approvati e con certo argumento manifesti, senza ogni demostrazione ed apparenza. La prima è denotata per l’asino pullo, fugace ed errabondo; la seconda per un’asina, che sta fitta tra due vie, dal mezo de quali mai si parte, non possendosi risolvere per quale delle due più tosto debba muovere i passi; la terza per l’asina con il suo pulledro, che portano su la schena il redentor del mondo: dove l’asina, secondo che gli sacri dottori insegnano, è tipo del popolo giudaico, ed il pullo del popolo gentile, che, come figlia ecclesia, è parturito dalla madre sinagoga; appartenendo cossì questi come quelli alla medesima generazione, procedente dal padre de’ credenti, Abraamo. Queste tre specie d’ignoranza, come tre rami, si riducono ad un stipe, nel quale da l’archetipo influisce l’asinità, e che è fermo e piantato su le radici delli diece sephiroth.

 

• Coribante • O bel senso! Queste non sono retorice persuasioni, né elenchici sofismi, né topice probabilitadi, ma apodiptice demostrazioni; per le quali l’asino non è sì vile animale come comunmente si crede, ma di tanto più eroica e divina condizione.

 

• Sebasto • Non è d’uopo ch’oltre t’affatichi, o Saulino, per venir a conchiudere quel tanto che io dimandavo che da te mi fusse definito: sì perché avete sodisfatto a Coribante, sì anco perché da li posti mezi termini ad ogni buono intenditore può esser facilmente sodisfatto. Ma di grazia, fatemi ora intendere le raggioni della sapienza, che consiste nell’ignoranza ed asinitade iuxta il secondo modo: cioè con qual raggione siano partecipi dell’asinità gli pirroniani, efettici ed altri academici filosofi; perché non dubito della prima e terza specie, che medesime sono altissime e remotissime da’ sensi e chiarissime, di sorte che non è occhio che non le possa conoscere.

 

• Saulino • Presto verrò al proposito della vostra dimanda; ma voglio che prima notiate il primo e terzo modo di stoltizia ed asinitade concorrere in certa maniera in uno; e però medesimamente pendeno da principio incomprensibile ed ineffabile, a constituir quella cognizione, ch’è disciplina delle discipline, dottrina delle dottrine ed arte de le arti. Della quale voglio dirvi in che maniera con poco o nullo studio e senza fatica alcuna ognun che vuole e volse, ne ha possuto e può esser capace. Veddero e considerorno que’ santi dottori e rabini illuminati, che gli superbi e presumptuosi sapienti del mondo, quali ebbero fiducia nel proprio ingegno, e con temeraria e gonfia presunzione hanno avuto ardire d’alzarsi alla scienza de secreti divini e que’ penetrali della deitade, non altrimente che coloro ch’edificâro la torre di Babelle, son stati confusi e messi in dispersione, avendosi essi medesimi serrato il passo, onde meno fussero abili alla sapienza divina e visione della veritade eterna. Che fêro? qual partito presero? Fermâro i passi, piegâro o dismisero le braccia, chiusero gli occhi, bandîro ogni propria attenzione e studio, riprovâro qualsivoglia uman pensiero, riniegâro ogni sentimento naturale: ed in fine si tennero asini. E quei che non erano, si transformâro in questo animale: alzâro, distesero, acuminâro, ingrossâro e magnificorno l’orecchie; e tutte le potenze de l’anima riportorno e uniro nell’udire, con ascoltare solamente e credere: come quello, di cui si dice: In auditu auris obedivit mihi. Là concentrandosi e cattivandosi la vegetativa, sensitiva ed intellettiva facultade, hanno inceppate le cinque dita in un’unghia, perché non potessero, come l’Adamo stender le mani ad apprendere il frutto vietato dall’arbore della scienza, per cui venessero ad essere privi de frutti de l’arbore della vita, o come Prometeo (che è metafora di medesimo proposito), stender le mani a suffurar il fuoco di Giove, per accendere il lume nella potenza razionale. Cossì li nostri divi asini, privi del proprio sentimento ed affetto, vegnono ad intendere non altrimente che come gli vien soffiato a l’orecchie dalle revelazioni o de gli dei o de’ vicarii loro; e per consequenza a governarsi non secondo altra legge che di que’ medesimi. Quindi non si volgono a destra o a sinistra, se non secondo la lezione e raggione che gli dona il capestro o freno che le tien per la gola o per la bocca, non caminano se non come son toccati. Hanno ingrossate le labbra, insolidate le mascelle, incotennuti gli denti, a fin che, per duro, spinoso, aspro e forte a digerir che sia il pasto che gli vien posto avante, non manche d’essere accomodato al suo palato. Indi si pascono de più grossi e materialacci appositorii, che altra qualsivoglia bestia che si pasca sul dorso de la terra; e tutto ciò per venire a quella vilissima bassezza, per cui fiano capaci de più magnifica exaltazione, iuxta quello: Omnis qui se humiliat exaltabitur.

 

• Sebasto • Ma vorrei intendere come questa bestiaccia potrà distinguere che colui che gli monta sopra, è Dio o diavolo, è un uomo o un’altra bestia non molto maggiore o minore, se la più certa cosa ch’egli deve avere, è che lui è un asino e vuole essere asino, e non può far meglior vita ed aver costumi megliori che di asino, e non deve aspettar meglior fine che di asino, né è possibile, congruo e condigno ch’abbia altra gloria che d’asino?

 

• Saulino • Fidele colui che non permette che siano tentati sopra quel che possono: lui conosce li suoi, lui tiene e mantiene gli suoi per suoi, e non gli possono esser tolti. O santa ignoranza, o divina pazzia, o sopraumana asinità! Quel rapto, profondo e contemplativo Areopagita, scrivendo a Caio, afferma che la ignoranza è una perfettissima scienza; come per l’equivalente volesse dire che l’asinità è una divinità. Il dotto Agostino, molto inebriato di questo divino nettare, nelli suoi Soliloquii testifica che la ignoranza più tosto che la scienza ne conduce a Dio, e la scienza più tosto che l’ignoranza ne mette in perdizione. In figura di ciò vuole ch’il redentor del mondo con le gambe e piedi de gli asini fusse entrato in Gerusalemme, significando anagogicamente in questa militante quello che si verifica nella trionfante cittade; come dice il profeta salmeggiante: Non in fortitudine equi voluntatem habebit, neque in tibiis viri beneplacitum erit ei.

 

• Coribante • Supple tu: Sed in fortitudine et tibiis asinae et pulli filii coniugalis.

 

• Saulino • Or, per venire a mostrarvi come non è altro che l’asinità quello con cui possiamo tendere ed avvicinarci a quell’alta specola, voglio che comprendiate e sappiate non esser possibile al mondo meglior contemplazione che quella che niega ogni scienza ed ogni apprension e giudicio di vero; di maniera che la somma cognizione è certa stima che non si può saper nulla e non si sa nulla, e per consequenza di conoscersi di non posser esser altro che asino e non esser altro che asino; allo qual scopo giunsero gli socratici, platonici, efettici, pirroniani ed altri simili, che non ebbero l’orecchie tanto picciole, e le labbra tanto delicate, e la coda tanto corta, che non le potessero lor medesimi vedere.

 

• Sebasto • Priegoti, Saulino, non procedere oggi ad altro per confirmazion e dechiarazion di questo: perché assai per il presente abbiamo inteso; oltre che vedi esser tempo di cena, e la materia richiede più lungo discorso. Per tanto piacciavi (se così pare anco al Coribante) di rivederci domani per la elucidazione di questo proposito; ed io menarò meco Onorio, il quale si ricorda d’esser stato asino, e però è a tutta divozione pitagorico; oltre che ha de grandi proprii discorsi con gli quali forse ne potrà far capaci di qualche proposito.

 

• Saulino • Sarà bene, e lo desidero; perché lui alleviarà la mia fatica.

 

• Coribante • Ego quoque huic adstipulor sententiae, ed è gionta l’ora, in cui debbo licenziar gli miei discepoli, a fin che propria revisant hospitia, proprios lares. Anzi, si lubet, per sin tanto che questa materia fia compita, quotidianamente io m’offero pronto in queste ore medesime farmi qua vosco presente.

 

• Saulino • Ed io non mancarò di far il medesimo.

 

• Sebasto • Usciamo dunque.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Cabala del Cavallo Pegaseo

Epistola Dedicatoria Declamatione ▪ Dialogo Primo ▪ 

Dialogo Secondo Parte PrimaDialogo Secondo Parte Seconda Dialogo Secondo Parte Terza

Dialogo TerzoL'Asino Cillenico ▪   

Indice Giordano Bruno



Musica: "In Taberna" (Carmina Burana  secolo XIII)