Il Solstizio d'Inverno

© Franco F.

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Considerazioni sul Solstizio d'Inverno

Riflessioni sul Solstizio d'Inverno

 

Col Solstizio d’estate - Pitr-yana, porta o via degli uomini - l’iniziato celebra la discesa dell’anima sulla terra - mentre, col Solstizio d’inverno - Deva-vana, porta o via degli dei - ne celebra la risalita al cielo.
Il simbolismo solstiziale, come quello equinoziale, è pregnante di significato e si perde nella notte dei tempi. Custode delle due porte, oltre che dei templi e delle Domus, come imagines mundi, era, in Roma, Giano bifronte, che teneva nella mano destra una chiave d’oro e nella sinistra una d’argento. Egli era, ancora, l’iniziatore ai Misteri e il patrono del Collegia Fabrorum.


Nel Cristianesimo, che, non a caso, celebra il Natale il 25 dicembre, è Cristo raffigurato con una chiave nella destra e uno scettro nella sinistra, oltre che col simbolo alchemico o, per significare il potere spirituale l’una e il potere temporale l’altro. Anche i due San Giovanni, pur se leggermente spostati rispetto ai solstizi, il Battista, janua terrae, il 24 giugno e l’Evangelista, janua coeli, il 27 dicembre, indicanti, rispettivamente, il sole decrescente e il sole crescente, prendono il posto di Giano. Il Battista, inoltre, indica l’ingresso ai Piccoli Misteri e l’Evangelista, ai Grandi Misteri.
L’iniziato non è smarrito, né sgomento, per un ciclo che si chiude e per un ignoto che si apre, perché è sorretto dalla ragione, dalla volontà e dalla fede e, certo della sua capacità di riscatto, mutua dalla natura l’umiltà, la tolleranza e la benevolenza e le veicola in luce, amore e vita. Anche la stessa morte, come qualsiasi cosa contingente, non gli fa paura, perché ha la coscienza della liberazione e della rinascita.


Il suo Lavoro mira a scavare oscure e profonde prigioni al vizio attraverso un’intensa pratica magico-alchemica, che lo porta a capire e a vivere il mistero della vita nei suoi rapporti col Cosmo e con Dio, ed è estremamente significativo che i suoi Lavori inizino o riprendano a mezzogiorno e finiscano o siano sospesi a mezzanotte, mentre quelli funebri iniziano a mezzanotte e finiscono a mezzogiorno. La mezzanotte, oltre che l’estrema vecchiaia o la morte fisica, simboleggia la Suprema Iniziazione alla vera libertà e alla vera vita o via degli dei per nuovi e più profondi destini.
Nel rito funebre dei Veda era costume cancellare le orme affinché il morto non tornasse tra i vivi. È un atto che dovrebbe essere compiuto al Rito dell’Iniziazione, se lo intendiamo secondo le civiltà tradizionali, un’operazione dagli effetti reali capace tanto di ravvivare i contatti col mondo trascendente quanto d’imporsi alle forze sovrasensibili per determinare effetti su quelli naturali. Il rito, infatti, presuppone sia la conoscenza di certe leggi segrete quanto il possesso di un’energia, un fluido, una forza magica non umana. Nei testi brahmana è, infatti detto: “Chi conosce e pratica l’azione rituale risorge in vita ed ottiene vita immortale: gli altri che non conoscono e non praticano l’azione rituale rinasceranno sempre di nuovo, come nutrimento della morte”.


Bisogna convenire che l’iniziato ha subìto, non vissuto il Rito dell’Iniziazione.
Al Solstizio d’inverno egli deve richiamare quel V.I.T.R.I.O.L., letto inconsciamente nel Gabinetto di Riflessione, scendere nel profondo di se stesso ed operare una catarsi preliminare, un opus purgationis, per accedere ad una certezza, che sia radicata su una reale conoscenza ed assimilata analogicamente ad un vedere. Il saggio non segue sistemi, non conosce dogmi, ma, avendo penetrato la Vita oltre la vita, realizza la sua impassibilità dinanzi agli eventi che scorrono davanti a lui.
Egli sa benissimo che è impossibile o, almeno, estremamente pericoloso approdare al Palazzo del Re saltando i quattro yuga, ma non deve essere travolto il mondo del divenire, il panta rei deve lasciarlo ad Eraclito e cogliere l’Incondizionato che è oltre i fenomeni, oltre il nome e forma in cui ritiene di essere: “Chi beve di quest’acqua, è detto, infatti, nel Vangelo di Giovanni, avrà sempre di nuovo sete. Ma chi beve l’acqua che io gli darò, quegli non avrà più sete, anzi quest’acqua si trasformerà in una sorgente saliente in vita eterna”.


L’arsura cresce tanto quanto sembra placarla il soddisfacimento, così come il fuoco, che la brama della volontà fa sprigionare in questo o in quel contatto, divampa sempre più mentre si appaga e si consuma. L’iniziato si libera dell’ignoranza e imbocca la via che conduce all’ulteriore sviluppo fino ad acquistare piena coscienza dell’Io, superando gli elementi quae fingit animus. E la mente, infatti, che inganna l’uomo, indirizza, dirige e determina la sua sorte a seconda dello stato coscienziale, perché proprio nell’uomo, munito di percezione e di coscienza, è compreso il mondo, il suo sorgere. la sua vita, la sua fine e la via che conduce a questa, dove non vi è nascita, né decadenza, né morte, né sorgere, né perire. Il nostro stato, infatti, è il risultato dei nostri pensieri e ne sono essi il fondamento e la materia.
Il tempo è propizio. In questo periodo, il seme interrato si prepara a germogliare, a crescere ed a fruttificare. Il seme, infatti, è la coscienza, la terra il karma e l’acqua, che sviluppa il seme in pianta. la sete della verità.
Egli, pur non incarnando discese eccezionali, fatidiche, può e deve distruggere la nascita. la decadenza e la morte; omnia orta, infatti, occidunt et aucta senescunt. Non deve, però, percorrere la via orizzontale, piana, ma quella verticale, dopo aver individuato qual è la sua vocazione e misurato le sue forze: no milk for babies, è detto.
 
Deve fare come il loto, che, germogliato nella putrida terra del pantano ne attraversa le acque limacciose e, pervenuto all’aria pura, apre la sua corolla al sole. Deve percorrere la strada articolandosi nei quattro yuga; solo allora potrà dire col principe Siddharta: “Ho visto la via antica, la vecchia via calcata da tutti i Perfetti di un tempo; questo è il sentiero che io seguo”.
L’iniziato non deve essere attratto dallo spirito tellurico che considera naturale una cupa immedesimazione nel divenire e nelle sue forze senza avvertirne la tragicità; non deve essere attratto dallo spirito dionisiaco che, considerando l’impermanenza universale, afferma il carpe diem, la gioia, l’ebbrezza legata all’attimo fuggente in quanto di doman non v’è certezza; non deve essere attratto dallo spinto lunare che, travagliato dalla contingenza dell’esistenza, la vede come espiazione o prova da vivere con rassegnazione pur con la fiducia nell’impenetrabile volontà divina, ma deve essere attratto dallo spirito faustiano, titanico, nietzschiano, la razza eroica, che, pur auspicando l’eterno ritorno, lo considera un dovere che va compiuto, come Cristo in Croce sul Golgota, ed esclamare con Plotino: “Non essere un uomo dabbene, ma divenire un dio, questo è lo scopo”.
La sua non è non può essere un’ascesi mistica, legata all’idea di mortificazione della carne o di rinuncia al mondo, ma, piuttosto, una disciplina, un esercizio, teso a dominare tutte le forze dell’essere umano ed indirizzarle, più che alla realizzazione spirituale, alla trasmutazione.


L’ascesi, da non confondere con la moralità, è, dunque, un insieme di metodi volti alla produzione di quella forza interiore, che, associata alla conoscenza, conduce alla Grande Liberazione, partendo dal presupposto che “una è l’arte, una la materia, uno il crogiuolo”, l’athanor. Essa, imperniata sulla rettitudine, si articola dalla concentrazione spirituale e dalla contemplazione e controllo dei suoi modi di essere alla conoscenza trascendente o illuminazione, propria dell’Arte regale, che conduce alla libertà assoluta dello spirito, svincolato dai condizionamenti dei sentimenti, anche dell’amore, ormai profondamente realizzato a livello intellettuale.


All’iniziato è indispensabile, nel suo Lavoro, avere fiducia nelle sue forze ed essere saldo e tenace nei suoi propositi che lo spingono ad acquisire quella conoscenza, che gli fa vedere il sorgere e il tramonto, dopo averlo liberato da tutti i pregiudizi. Deve impadronirsi di quella energia veramente virile, virya, che fa manifesta la forza del suo volere che lo rende padrone di se stesso e gli fa conquistare la felicità eroica, propria dell’antica apatheia, la quale, eliminata ogni possibilità di turbamento dell’animo causato da passioni e da contingenze esterne, proietta al dominio della non-esistenza con la rinuncia alla vita per la più che vita ed olimpicizza ogni superiore stato di coscienza per cancellare ogni residuo orgoglio e volontà di potenza legati al nome e forma, alla persona umana. Essa è la realizzazione d’una forza assoluta che promana da una coscienza cosmica capace di sublimare ogni sofferenza ed ogni reazione dell’animo fino a limiti inconcepibili.
Proprio questa apatheia riconosce Dante nel suicida Catone, che pone non tanto a guardia del Purgatorio, quanto a fugare le anime alla totale realizzazione attraverso l’opus purifico-tramutante.
Non gli riconosce la patientia, che non riconosce nemmeno a se stesso, la capacità, cioè, di sopportare incrollabilmente ogni cosa che possa derivare dagli eventi umani o naturali.
Questa è, dunque, nel Lavoro iniziatico, la meta dell’Arte regia del massone, se, dopo aver compiuto i quattro viaggi, la terra non lo condiziona più con la sua materialità, se l’acqua lo ha lavato e non semplicemente bagnato, se l’aria lo ha purificato e non annebbiato la sua mente, se il fuoco lo ha rigenerato e non solo sfiorato e se il simbolismo lo coinvolge e gli apre l’orizzonte della vita senza solo suggestionarlo.


L’iniziato non deve mai dimenticare, per concludere, l’insegnamento brahmana: quando il discepolo è pronto, pure il Maestro è pronto, anche invisibile, spiritus per spiritum infunditur, perché uno spirito veramente nobile ha grande rispetto per l’altrui persona e troppo spiccato il senso della propria dignità per cercare d’imporre ad altri le proprie idee e conoscenze, anche quando ritiene che esse rappresentino il viatico anche per loro.

 

              

                

        

            

            

 


 

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