"Nas coitas devemos"

Cantigas de Santa Maria secolo XIII

 

 

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Prima del Principio

 

 

 

Il documento che segue è un lavoro del Carissimo Giuseppe A. pubblicato sul numero 4 del Trimestrale di Studi Tradizionali Luz 1999.

In perfetta linea con la visione scientifica, anche la Qabalah riconosce che il concetto di tempo è relativo. Ogni punto dell'Universo, ha detto Einstein, ha un suo orologio che batte a velocità diversa rispetto agli altri.

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© Giuseppe A.

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Lo fece poi uscire all'aperto e gli disse:

Osserva il cielo e conta le stelle, se puoi contarle.

E soggiunse: così numerosa sarà la tua discendenza.

Egli ebbe fiducia nel Signore che gliela ascrisse a merito

(Genesi, 15, 5-6)

 

 

Mi sono chiesto più di una volta, di fronte a questo famoso passo biblico, se Dio chiamò fuori della tenda Abramo solo per assicurargli che la moltitudine della sua progenie sarebbe stata innumerevole come le stelle, ovvero se Dio volesse mostrare ad Abramo, e per lui all'umanità intera, qualcosa di più di un numero incalcolabile di stelle in un cielo notturno.

Noi abitanti delle città non conosceremo mai la luminosità del cielo notturno del deserto che, con la sua aria secca, non riflette la luce e pertanto il nero del cielo è assoluto e il bianco delle stelle è quello di un diamante purissimo. La Via Lattea, a sua volta, scolpisce un sentiero nitido nel cielo notturno e sembra quasi che voglia indicare allo spettatore attonito ed affascinato un preciso sentiero che unisce il nostro retaggio d'esseri umani alla sostanza dell'universo e può condurci alla nostra stessa essenza, giacché noi esseri umani non siamo solo innumerevoli come le stelle, ma nel senso più letterale del termine noi e tutta la vita siamo fatti di polvere di stelle.

Ecco che, se riusciamo a penetrare e comprendere il nostro sentiero cosmico, forse potremo giungere a decifrare se esiste davvero uno scopo per la nostra esistenza, e forse addirittura imparare quale può essere questo scopo.

Nel tentativo di andare ad imparare scopriremo che la sintesi della tradizione spirituale, ma anche delle conquiste umane e scientifiche, rivela un universo che si è evoluto da caos a cosmo cioè un sistema che, pur componendosi di molte parti, funziona con ordine ed armonia. Ed in sostanza è un'unità che potremmo, anzi dovremmo, imitare nel nostro personale viaggio attraverso il continuum spazio-temporale della vita.

La Tradizione ci ha insegnato che l'esistenza del tempo e dello spazio è cominciata nell'attimo della creazione. Prima di quell'istante, non esisteva nessuna delle dimensioni così familiari (lunghezza, larghezza, altezza e tempo) fra le quali viviamo con tanta indifferenza. Una condizione simile sembra quasi impossibile: non si riesce a visualizzare una totale assenza di spazio e di tempo.

Con la creazione dell'universo, lo spazio si è espanso e il tempo si è esteso in quanto l'esistenza stessa dell'universo spostava all'indietro i confini di spazio e tempo.

Lo spazio come lo conosciamo finisce ai margini dell'universo (non esiste un fuori rispetto all'universo). Invece noi possiamo chiudere la porta di una stanza, ma sappiamo benissimo che lo spazio dall'altra parte della porta continua ad esistere: abbiamo familiarità solo con un tipo di limite che presupponga qualcosa dalla parte opposta.

Lo stesso vale per il tempo. L'estensione della quarta dimensione, il tempo, si misura dal momento della creazione e arriva solo fino al momento attuale. L'indomani può essere scritto su un calendario, ma esiste solo nel momento in cui, nella dimensione temporale, l'universo fluisce nel domani.

La stretta relazione fra creazione, spazio e tempo è dunque il punto di partenza della nostra ricerca. Eppure il Talmud (Haggigah 2,1) afferma che nella Bibbia vi sono due episodi di tale profondità che ad un insegnante è proibito commentarli con più di uno o due allievi selezionati. Anche allora, l'insegnante deve comunicare agli studenti soltanto le intestazioni della sezione. Gli episodi sono il racconto del principio (Genesi I) e la visione di Ezechiele del carro celeste (Ezechiele I).

Purtroppo - proprio per intraprendere il viaggio cui abbiamo accennato - non possiamo tenere conto della disposizione talmudica e dobbiamo porci alla ricerca delle origini di quelle stelle che sono la nostra stessa sostanza.

 

Rivelazioni declassanti

Immagino che uno dei momenti più drammatici nella storia dell'uomo sia stato quello in cui, al di là di ogni ragionevole dubbio, la rivoluzione scientifica ha dimostrato che la Terra, e con essa l'umanità, non è fisicamente al centro dell'universo.

Da questa declassazione della nostra posizione fisica forse ne è derivato che, anche sul piano spirituale, non siamo il centro dell'universo. Ci siamo tolti un bel peso dalle spalle. Non essere il centro, non essere la creazione mirata di un Creatore, se ne esiste uno, significa la libertà dagli obblighi nei confronti di quella creazione e tuttavia, nonostante il fardello della nostra vita ne sia risultato alleggerito, continuiamo ogni giorno a scoprire che non di solo pane vive l'uomo (Deut. 8,3), che c'è un aspetto della vita che trascende ciò che è tangibile sul piano intellettuale e che, in breve, in ciascuno di noi esiste un aspetto spirituale che desidera risposte che eliminano dubbi ed incertezze sulla ragione del nostro scopo su questa terra, sui motivi che giustificano questa esistenza.

E verosimile supporre che, avendo definito l'uomo polvere di stelle, un'indagine sulle stelle, oltre che sulla loro origine, anche sulla loro composizione, potrebbe aiutarci a concretare qualche elemento utile per formulare quelle risposte.

 

Dopo anni, anzi secoli di ricerche, finalmente, solo qualche anno fa, una scoperta scientifica portò alla conclusione che stelle e Sole erano costituiti di idrogeno e di elio, che bruciavano o reagivano in qualche maniera emanando luce e calore.

Era una scoperta di per se stessa rilevante per la scienza. Ma sul piano filosofico la cosa più importante era l'aver stabilito che il Sole non è affatto diverso dalle altre stelle. Una rivelazione, in definitiva, assai più declassante per l'umanità di quanto non lo fossero le stesse osservazioni di Galileo che la terra non è il centro di ogni cosa. Il Sole, cuore del nostro sistema planetario, lungi dall'essere unico, era solo una stella fra miliardi di stelle, tutte formate da due elementi, idrogeno ed elio, in qualche modo combinatisi per spandere calore e luce nell'universo.

A quanto pareva, il nostro posto nell'universo appariva sempre più casuale, finito ed insignificante.

Intanto i telescopi, sempre più potenti, sembravano dar ragione a chi come Newton, e sotto altri aspetti come Giordano Bruno, era convinto che non ci fosse alcun motivo per porre limiti all'universo. Giordano Bruno fu immolato sul rogo, ma gli altri continuarono a guardare in quegli strumenti infernali costruiti dall'uomo che al di là delle stelle più prossime, rivelavano solo altre stelle e il tutto poteva estendersi oltre la nostra portata, all'infinito.

Ma, a questo punto, non c'era più posto per la creazione, con tutto quel che segue. L'universo era immutabile, infinito ed eterno; semplicemente c'è sempre stato e la scienza avrebbe potuto raggiungere una completa comprensione del funzionamento dell'universo e perfino dell'uomo, che con tutti i suoi pensieri, le sue credenze, le sue speranze diventava un fenomeno scientificamente spiegabile.

 

La creazione dei cieli e della Terra dal nulla è alla base della fede biblica:

Colui che non crede in questo e pensa che i cieli e la terra siano sempre

esistiti nega il principio essenziale e basilare della religione (biblica)

(Maimonide - La Guida degli Smarriti, parte II, cap. 27)

 

I problemi delle nostre origini non sono stati risolti affatto e non saranno risolti a breve scadenza. Tuttavia molti pensatori scientifici se avessero avuto modo di apprezzare le affermazioni di Maimonide, non avrebbero accantonato i convincimenti creazionistici di questo pensatore e a dire il vero, non solo suoi.

Fu la stessa scienza infatti che, dopo ulteriori scoperte, dovette ricredersi constatando che le stelle - sono sempre esse le protagoniste - anzi, gli ammassi di stelle, cioè le galassie, si allontanavano da un centro universale comune ad una velocità proporzionale alla loro distanza da quel centro. Vale a dire che più una galassia è lontana più velocemente si sposta. Lo schema elle ne deriva è logico: se tutta la materia ha avuto origine a partire dallo stesso punto nello stesso istante , la materia che ha ricevuto la spinta iniziale maggiore, viaggia ancora a velocità più alta e quindi si è allontanata di più da quello elle era il centro. La materia che ha ricevuto una velocità minore all'inizio si è spostata più lentamente e quindi si è allontanata di meno dal centro.

È stupefacente pensare come si sia potuto scoprire questa proprietà dinamica dell'universo dalla sola analisi della luce stellare e come gli scienziati che avevano saldamente abbracciato l'idea di un universo immutabile, infinito ed eterno, dovettero rinunciare alle proprie convinzioni.

Una cosa che si sta espandendo non può dirsi immutabile. La scoperta fu stimolante per molti ed in particolare per un prete del Vaticano, Lemaitre, che, desideroso di trovare una prova che indicasse che l'universo era finito e che perciò doveva aver avuto un inizio, secondo le concezioni creazionistiche della Bibbia, costruì un modello dell'universo su una spiegazione decisamente spettacolare.

Si supponga di adottare un modello matematico di un universo in graduale espansione. La forza espansiva, superando quella gravitazionale, consente all'universo una graduale crescita sicché ogni giorno esso diventa più grande, domani più di oggi. Ieri dunque dovrà essere stato più piccolo di oggi, per essersi potuto espandere alle dimensioni di oggi. Quindi, quanto più addietro si risalga nel tempo tanto più le dimensioni diminuiscono fino a raggiungere quelle minime possibili. È qui che troviamo il punto di partenza dell'universo, il momento della creazione, il momento in cui l'universo viene creato da un atomo primordiale e che continua a crescere e a espandersi come una quercia dalla sua ghianda.

Questo modello di universo contemplante un momento di creazione, che, sia detto per inciso, non contrastava con la descrizione biblica poteva trovare addirittura una precisa data di nascita.

Infatti, calcolando la velocità a cui si muovevano le galassie e conoscendo quanto lontane fossero dalla Terra in epoche diverse, si poteva risalire fino al momento in cui dovevano essere state agglomerate insieme nel medesimo punto. Questo, che doveva essere stato il momento della creazione previsto da Lemaitre, risultava risalire all'incirca 15 miliardi di anni or sono. L'immagine di un universo dinamico in crescita da un preciso momento iniziale comportava che l'idea di un universo infinito e immutabile fosse completamente errata.

Nasceva in questo modo la corrente visione cosmologica dell'universo, il cosiddetto modello standard della creazione, che ormai vede pochi e scarsamente agguerriti contraddittori e che sostanzialmente pone l'origine dell'universo in una imponente esplosione, il Big Bang, che ha avuto luogo in un singolo punto.

 

Per la stessa ragione per cui la lettera Beth è chiusa da tutti i lati e aperta davanti, così a voi non è permesso di ricercare ciò che è innanzi, ciò che era di dietro, ma solo il tempo attuale della Creazione. (Talmud Cagli., 77 e).

 

Quindi (Cagli., Il, I) Chiunque riflette sii queste quattro cose, sarebbe meglio che non fosse mai venuto al inondo: su ciò che è sopra, ciò che è sotto, ciò che è prima e ciò che è dopo.

 

Pertanto non ricercare quel che è troppo difficile, e quel che ai è nascosto non tentare di scoprire. Applicati a ciò che ti è permesso e non ti occupare delle cose segrete. Ben Sira (Ecclesiastico).

Come si legge nei versetti citati è meglio non indagare sulle condizioni precedenti il principio.

Ma più che un divieto io credo che il Talmud cerchi con il suo dettato di evitare all'uomo un'ulteriore delusione: infatti, l'idea fondamentale della Qabalah che non deve mai essere ignorata, è l'assoluta inadeguatezza della creatura a penetrare il mistero dell'essenza intima di Dio e della possibilità, invece, di accedere alla sfera del numinoso attraverso le manifestazioni del divino.

Questa regola, in qualche modo, vale anche nei confronti di certe manifestazioni del divino come, ad esempio, le condizioni precedenti l'apparizione della materia e dell'energia?

Pensiamo di no. Ma tutto quello che possiamo tentare di descrivere è il primissimo istante successivo al principio e, come dice la scienza, possiamo andare a circa 10 elevato alla meno 43 secondi dall'inizio.

L'universo, è sempre la scienza che parla, aveva allora le dimensioni di un granello di polvere che poteva sfuggire perfino alla vista di un microscopio non abbastanza potente.

In quella fase iniziale tutta la materia era concentrata nell'unico minuscolo punto centrale. La temperatura era di 10 elevato a 32 gradi, vale a dire centinaia di miliardi di gradi, di gran lunga superiore a quella del punto centrale del Sole che raggiunge appena, si fa per dire, i 15 milioni di gradi.

Questa lunga storia complessa ed articolata, con spettacolari esplosioni, temperature incredibili, tempi lunghissimi, è senza dubbio straordinaria ed affascinante, ma ci sembra che proprio nuova non sia, anzi di averla già letta da qualche parte.

Infatti, nel Commento alla Thorah, Moshe ben Nachman (Nachmanide 1194 -1270) descrive il racconto del principio dell'universo in questi termini: [ Dal Commento alla Thorah: introduzione e commento a Genesi 1-3. Testi scelti - tradotti da Mauro Perani e Saverio Campanini - in Nachmanide esegeta e cabalista di Moshe Idel e Mauro Perani, Giuntina, 1998]:

In realtà tutto quanto è stato fatto sotto il sole o nelle regioni superiori non venne all'esistenza direttamente dal nulla, come dal suo principio primo, ma Dio produsse dal nulla assoluto e totale una sostanza primordiale (yesod) molto sottile in cui non c'era esistenza (mammash) trattandosi di una potenza produttrice (koach mamzi) preparata a ricevere la forma (surah) e a passare dalla potenza (koach) all'atto (po'al). Essa è la materia primordiale che fu chiamata dai greci hyle; dopo la materia primordiale Dio propriamente non creò più nulla, ma modellò e trasformò, producendo da essa tutte le cose, rivestendole delle loro forme e ordinandole. Sappi dunque che i cieli e tutto quanto c'è in essi sono costituiti da un'unica sostanza , così come la terra e tutto quanto contiene, consistono in un'unica sostanza (chomer echad)...

...Ora questa materia primordiale che i greci chiamano hyle, nella lingua santa si chiama Tohu, parola che deriva dall'espressione dei maestri: Be-tohe (ossia): quando si stupisce riguardo alle realtà passate ... Infatti se un uomo avesse voluto attribuire a (questa materia primordiale) un nome, sarebbe rimasto attonito e si sarebbe determinato a chiamarla con un altro nome, poiché essa non aveva ancora rivestito per nulla alcuna forma così che egli fosse in grado di attribuirle il nome. La forma poi di cui è rivestita questa sostanza primordiale nella lingua santa si chiama Bohu, parola che è composta da bo e hu (ossia "in essa c'è [sostanza])...

...Ora con questa materia prima creata che è come un piccolissimo punto privo di sostanza furono formati tutti gli esseri che sono nel cielo e sulla terra.

In sostanza, ci sembra di capire che anche per Nachmanide tutta la materia dell'universo era concentrata in un punto piccolissimo, che, come dicono i Maestri, era come un grano di senape che è un modo tradizionale per indicare la più piccola dimensione dello spazio.

Quella materia non aveva sostanza, ma la capacità di ottenere sostanza e forma. Quella pseudosostanza senza consistenza, al punto da apparire eterea, formò tutto ciò che è esistito, che esiste e che esisterà. Dalla concentrazione iniziale in quella sede minuscola, la sostanza si espanse, espandendo così l'universo.

Nachmanide aveva avvertito che non dava libero sfogo alla sua immaginazione, ma che attingeva a situazioni di tipo particolare e diverso. Infatti, dichiarava esplicitamente che la sua descrizione poteva risultare incomprensibile ai lettori che non hanno ricevuto la saggezza nascosta: Ammonisco tutti coloro che guardano in questo libro di non cercare spiegazioni alle mie allusioni riguardo alle questioni nascoste della Thorah, perché vi garantisco che il lettore non afferrerà le mie parole con il ragionamento.

Per ricavare dalla Bibbia tutte le verità nascoste occorre dunque H’ocmâ nistarah che letteralmente significa la saggezza nascosta che è un'espressione che indica la Qabalah e cioè lo studio esoterico.

Andiamo oltre e, come abbiamo visto, a cominciare dalle scoperte di Lemaitre gli scienziati fanno risalire la creazione, anzi meglio l'età del mondo, a circa 15 miliardi di anni.

Ma per la tradizione ebraica il Berechith bara, secondo il computo del Calendario ebraico, risale a 5760 anni fa. Il divario con la visione scientifica sembra incolmabile. Ma la Qabalah ha spiegato che 5760 anni fa è stato creato qualcosa che la scienza non ha scoperto e che forse non scoprirà mai cioè l'anima umana soffiata nella narici di Adamo.

Ciò premesso, la Qabalah, pagato il suo contributo al racconto biblico, non si lascia intimorire dai calcoli della scienza, perché da sempre ha sostenuto che il computo degli anni, così come li consideriamo noi di 365 giorni per ogni anno, incomincia soltanto dal primo Uomo, da Adamo. Prima si parla di giorni, la Bibbia dice fu sera e fu mattina il giorno uno, fu sera e fu mattina il secondo giorno, e così via fino al sesto giorno, ma non sono giorni umani.

In effetti, la parola giorno può indicare qualunque periodo di tempo. Infatti, secondo lo studioso I.E. Mozesom, la parola ebraica che indica giorno, iom, corrisponde nelle lingue indo-europee alla parola italiana eone, che è un termine abbastanza raro e che indica un periodo di tempo di solito molto lungo. Spesso viene utilizzato per indicare quei periodi di 2100 anni circa che segnano il passaggio da una età astronomica ad un'altra, passaggio dovuto al fenomeno della precessione degli equinozi.

In perfetta linea con la visione scientifica anche la Qabalah riconosce che il concetto di tempo è da considerare qualcosa di profondamente relativo.

Ogni punto dell'Universo, ha detto Einstein, ha un suo orologio che batte ad una velocità diversa da quella di qualsiasi altro punto. II tempo è espansibile, è comprimibile, come un pezzo di gomma: se ci si muove ad una certa velocità, rallenta, se ci troviamo in presenza di una massa, resta condizionato dalla sua grandezza e così via. Inoltre, possiamo dire che il tempo, anche a livello psicologico, è un'esperienza soggettiva.

Supponiamo che ci sia un osservatore qui in terra - quindi condizionato dal nostro campo gravitazionale e dalla massa della terra - che sta misurando un certo tempo e che alla fine dei suoi calcoli stabilisce che il tempo da lui misurato è di 15 miliardi di anni e cioè quello che per gli scienziati è l'età del cosmo intero.

Ma se quest'osservatore si astrae, si alza dalla terra, diventa una coscienza che può guardare al cosmo come se fosse dentro ad un bicchiere, il tempo, scientificamente parlando, scorre diversamente tanto da poter essere di soli sei giorni.

Di tutto ciò era sicuramente convinto Rabbi Isacco d'Acco, un cabalista di 600 anni fa, molto prima di Einstein e che della dilatazione del tempo non ne sapeva molto, ma che tuttavia si diede anch'egli a calcoli e ragionamenti, i quali, però, partivano da un'altra prospettiva e che possiamo più o meno riassumere in questo modo: Tutti sanno - egli diceva - che un giorno per Dio sono come mille anni umani perché c'è un versetto dei Salmi che lo dice; di conseguenza, anche secondo le tradizioni cabalistiche precedenti, se un giorno di Dio vale mille, i sei giorni della Creazione fanno seimila anni. Ma la Qabalah insegna che ci sono stati dei cicli precedenti, e questo che noi viviamo è il settimo ed ultimo di una serie di cicli ognuno dei quali è durato sette mila anni. Quindi prima di questi sei giorni - che sono scritti nel Genesi - sono passati 42.000 anni. Ma un momento, 42 mila anni di chi? Certamente non umani, perché Adamo come Uomo compare solo nell'ultimo cielo, quindi sono 42 mila anni divini. Ora, se un giorno divino sono mille anni umani, un anno divino sono 365 mila e rotti anni umani. 42 mila anni divini fanno 15 miliardi e rotti di anni.

La stessa cifra a cui 600 anni dopo sono arrivati gli scienziati in vari modi e a cui Rabbi Acco era arrivato con un ragionamento di due minuti.

A questo punto credo proprio di dover accogliere il suggerimento del Sepher Yetzirah: Trattieni la bocca dal parlare e il cuore dal riflettere che non significa solo stare in silenzio, ma sospendere il flusso del pensiero discorsivo e rifugiarsi nella meditazione.

Per facilitare l'operazione vale forse la pena di osservare il cielo e basta, senza nemmeno provare come Dio disse ad Abramo a contare le stelle, ben sapendo di noti poterlo fare.

Più che con la complicità della scienza, che probabilmente domani avrà già modificato le sue idee, ma con la H’ocmâ nistarah, la saggezza nascosta di Nachmanide o di Isacco d' Acco forse abbiamo avuto la conferma che nelle stelle c'è la risposta alla creazione, allo spazio ed al tempo ed anche se la bocca si precipita a parlare ed il cuore a riflettere non possiamo tenere conto della disposizione talmudica che suggerisce di fermarsi alle intestazioni delle sezioni di quegli episodi biblici che abbiamo innanzi indicato, ma consapevoli del divieto dobbiamo continuare la ricerca senza avvertire delusioni per la nostra pochezza ma per collocarci nel posto che ci compete.

 

 

 

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