Download "La Porta magica di Roma"

Le pagine che seguono sono opera d'ingegno del Carissimo F:. Alberto Canfarini. L'autore ha fraternamente concesso la propria autorizzazione per l'esposizione sul sito di Montesion del suo lavoro; ogni diritto gli è riconosciuto.

Il Lavoro ha trovato ospitalità su "Vidya" nel mese di Febbraio 2000, sul numero 3 di "Arkete" nel 2001 e sul numero 1 di Hiram nel 1986; esso costituisce opera della maestria del Fratello. Il suo contenuto non manifesta di necessità il punto di vista della Loggia o del G.O.I. Ogni diritto gli è riconosciuto.

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© Alberto Canfarini

Il mio primo studio sulla Porta ermetica fu pubblicato, quindici anni fa, su "Hiram" nel gennaio 1986. Oggi ritorno su questo argomento ritenendo di poter fornire ai fratelli delle considerazioni più complete, maturate in anni di studio, pur essendo consapevole che la simbologia e gli enigmi della porta racchiudono tutto l'iter alchemico e che nessuno potrà fornire una versione finale ed esaustiva.

La porta ermetica, o magica come la chiamava il popolo di Roma, era incastonata nel muro di cinta d'un orto sito nella piccola via di S. Vito che si immetteva nella più nota via di S. Croce in Gerusalemme.

Nel 1873, in seguito alla demolizione del muro dove era situata la porta, la commissione archeologica comunale la fece scomporre e conservare nei magazzini municipali. Più tardi fu sistemata nel giardino di piazza Vittorio dove ancora oggi si può ammirare; furono posti ai lati due statue denominate "Bes", ritrovate nei lavori di scavo del Quirinale nel 1888.

 

La porta ermetica, monumento unico al mondo nel suo genere, fu l'ingresso del laboratorio alchemico del marchese Massimiliano di Palombara, senatore di Roma.

Il marchese, uomo dedito alle scienze esoteriche, la fece costruire nel 1655; egli intrattenne rapporti di studio anche con la regina Cristina di Svezia che, abbandonato il trono, si stabilì a Roma attorniandosi di uomini colti e aperti a ogni esperienza; ella stessa, donna originale, vivace, esperta in esercizi fisici e dotta, conduceva una vita ritenuta spregiudicata per l'epoca.

Nonostante tutto fu accolta nella Roma papale con la massima deferenza.

Prima di iniziare l'esame della porta, sarà il caso di dare un accenno a due personaggi originali che frequentarono villa Palombara; il primo è conosciuto come il Pellegrino perché se ne ignora il nome. Egli ottenne ospitalità nel laboratorio del marchese per una notte, con la promessa di trasmutare in oro il liquido che il marchese faceva bollire nel crogiuolo.

La mattina dopo l'ospite si era dileguato, ma aveva lasciato sul pavimento il contenuto del crogiuolo che aveva prodotto una striscia d'oro purissimo, inoltre aveva lasciato sul tavolo una carta su cui aveva tracciato degli enigmi. Si narra che tali iscrizioni furono fatte incidere dal marchese su tavole di marmo che vennero poste nel laboratorio e scolpite sui due stipiti e sul frontone centrale della famosa porta ermetica.

L'altro personaggio fu il filosofo ermetico Borri. Egli nacque il 6 maggio 1627 a Milano; al pari di Cagliostro, fu ritenuto dai suoi contemporanei un grande o un millantatore, un terapeuta o un ciarlatano.

Studiò dai gesuiti ma non terminò gli studi perché fu allontanato per insubordinazione. Più tardi fu ammesso in Vaticano dove studiò medicina, chimica e alchimia; è in questo periodo che inizia la frequentazione con il marchese di Palombara.

Dopo la morte di Innocenzo X, salendo al soglio pontificio Alessandro VII, nemico dei novatori, fu costretto ad abbandonare Roma e si rifugiò a Milano dove si mise a diffondere le sue dottrine giudicate sovvertitrici dalla Chiesa; ricercato dall'Inquisizione, si rifugiò in Svizzera. I suoi seguaci furono costretti ad abiurare e il Borri fu condannato in contumacia e in sua vece fu bruciata la sua effigie, dipinta a grandezza naturale.

Il Borri passò in Alsazia a Strasburgo e infine si stabili ad Amsterdam, dove raggiunse il massimo della sua fortuna per la fama che si guadagnò come medico e taumaturgo.

Iniziò a condurre una vita lussuosa che contraddiceva quanto aveva insegnato ai suoi discepoli.

Anche in questa nazione provocò gelosie che lo misero nella condizione di fuggire per evitare la prigione. Arrivato a Copenaghen presso la corte di Federico III ottenne aiuti economici e onori; fu nominato prima consigliere e poi ministro ma, alla morte del re, fu costretto ad abbandonare la Danimarca con l'intento di rifugiarsi in Turchia. Durante il viaggio fu arrestato in Moravia e consegnato all'imperatore d'Austria Leopoldo I, il quale a sua volta lo consegnò a Roma dove regnava Clemente X, che lo fece rinchiudere a Castel S. Angelo in attesa della pena capitale. La pena di morte fu commutata in carcere a vita, dopo aver compiuto l'atto dell'abiura.

La cerimonia solenne si svolse nella chiesa della Minerva alla presenza del clero, della nobiltà romana e del popolo affluito in massa; il cerimoniale fu terribile e crudele, non una voce si levò in sua difesa, comprese le persone che erano state guarite dal Borri che gridavano "al fuoco, al fuoco!".

Rimase in carcere fino al 1678; in seguito, grazie all'intervento dell'ambasciatore di Francia, che era stato da lui guarito, ottenne un carcere meno duro e la possibilità di lavorare in un laboratorio alchemico installato a Castel S. Angelo; ottenne anche il permesso di uscire dalla prigione.

In questa condizione di libertà quasi assoluta ebbe la possibilità di ricominciare a frequentare la nobiltà romana, compresi il marchese di Palombara e Cristina di Svezia. Certamente non fu di poca importanza il suo apporto negli esperimenti alchemici e riti che si praticavano nelle magiche notti nel laboratorio del marchese con la complicità di Cristina.

Dopo la morte della regina di Svezia, sua protettrice, e con la salita al soglio pontificio di Innocenzo XII, il Borri fu di nuovo rinchiuso a Castel S. Angelo dove morì per febbri miasmatiche nel 1695.

Questi personaggi coltivarono l'arte dell'Alchimia così spesso bistrattata dalla scienza ortodossa, al più considerata come primo aspetto della chimica nascente, ma che riveste, per coloro che si interessano della verità, dignità di scienza.