Pomponio Algerio (o de Algerio o Algeri) è un personaggio che poche persone conoscono ma che merita di essere ricordato per le vicende vergognose ed orrende che lo hanno portato a processo e morte.

Pomponio nacque nel 1531 a Nola, una città che ha dato fortissime personalità alla storia d'Italia tra cui Giordano Bruno. Rimasto orfano, dopo i primi studi nel Collegio Spinelli della città, un suo zio lo mandò a completare la sua preparazione all'Università di Padova dove Pomponio si iscrisse per laurearsi in discipline giuridiche studiando, come era costume dell'epoca, teologia, filosofia, diritto e medicina. Eravamo in Italia, ai primi anni della Riforma protestante con il Concilio di Trento aperto da qualche anno (1545). Nel 1552 il professore di Pomponio a Padova, Matteo Gribaldi, fu sospettato di essere un riformatore e poiché sapeva a cosa sarebbe andato incontro, decise di scappare a Ginevra, come tanti italiani all'epoca. Ma l'Inquisizione, all'epoca di Paolo IV Carafa, un vero assassino, fece perquisire tutte le abitazione degli studenti per controllare se vi fossero state nefaste influenze. Occorreva controllare la Repubblica di Venezia perché molto a rischio riforma. Non si riuscì a sottometterla ma a farla diventare molto più indulgente nelle stradizioni. Scrive Ammirati: "Per il suo ingegno brillante, per la serietà e l’assiduità nello studio, per il suo carattere cogitabondo, per lo zelo che mostrava nelle dispute filosofiche e teologiche, per l’entusiasmo verso la dottrina luterana di cui s’era imbevuto alla scuola dei suoi maestri, il Nolano non tardò ad emergere tra la folla degli studenti di Padova e a segnalarsi per la sua cultura. Il 29 maggio 1555 Pomponio da un delatore venne denunziato per le sue teorie luterane ed accusato di professare dottrine pericolosamente eretiche. Il giudizio si svolse nel Palazzo del Pretorio di Padova, dove il giovane Nolano comparve, per discolparsi, davanti al teologo Gerardo Busdrago, vicario del Vescovo, e all’inquisitore Gerolamo Girello, assistiti da tre giudici e da Geronimo Contareno. Pomponio de Algerio, giovane di 25 anni, esile nella figura, dal volto ascetico, scavato dalla meditazione e dallo studio assiduo sui testi sacri, e circondato - come un’aureola - da una rada barba bionda, «indutus habito laicali, videlicet, sagulo et bireto veluti capa et caligis panni nigri ...», si presentò sereno e deciso a sostenere le sue proposizioni davanti ai giudici. Durante l’istruttoria parlava come un ispirato e negò le accuse mossegli, per la verità alquanto contraddittorie, di negare, cioè, l’esistenza di Dio e di essere un seguace di Martin Lutero. E poiché i giudici, ben disposti verso di lui, con insistenza lo esortavano a confessare apertamente di credere alla Chiesa Cattolica Apostolica Romana, regolata dal Pontefice, egli «senza schermirsi dichiarò che la Chiesa Cattolica per lui era la Comunione dei Santi e che il Papa era homo. Né da quella, né dalle altre opinioni luterane sul numero e la natura dei Sacramenti e intorno al Purgatorio si rimosse; non le nascose, non tergiversò, e persistendo così a rispondere, fu rinviato in carcere ...». Vi rimase per breve tempo: un mese. Durante la detenzione, che non fu dura e inumana, come appare dall’esame degli atti processuali, il giovane eretico sopportò con animo forte ogni minaccia se non si fosse ravveduto; né cedette alle lusinghe, alle blandizie e alle insistenti esortazioni perché abiurasse le sue proposizioni in materia di fede".

Algerio ha 25 anni è un giovane idealista convinto delle sue idee. Non deve rendere conto a nessuno oltre che alla sua coscienza. Crede in Dio ed ha dei dubbi sulle corti papali e sulla simonia imperante a Roma. In particolare nega i Sacramenti della Chiesa (eccetto il battesimo e l'Eucarestia, anche se non credeva che nell'ostia vi fosse il corpo di Cristo), il Purgatorio, la Confessione e l’autorità del Papa (Credo sanctam Ecclesiam catholicam, communionem sanctorum, et ho
Christo capo di questa Chiesia), in accordo con le idee dei riformatori. E' un credente sincero per una Chiesa che sia con i credenti e non difenda gli interessi gerarchici di famiglie che si succedono al pontificato perché hanno pagato loro elettori. In questi suoi dubbi ciò che conosceva della Chiesa protestante rappresentava la soluzione. Era una Chiesa cristiana perché doveva temere da altri cristiani ? Che colpa ho nel difendere ciò che credo sia la religione del mio Cristo ? Prosegue Ammirati: "In men di due mesi, il 17 e il 28 luglio 1955, il Tribunale patavino sottopose Pomponio ed altri due stringenti interrogatori, durante i quali i giudizi non tralasciarono alcun mezzo per indurlo all’abiura delle sue credenze. Ma il Nolano rimase fermo, né accettò supinamente le minacce e le esortazioni dei giudici; ma, documentandosi con la Bibbia e con i testi dei Dottori della Chiesa, egli disputò con gli Inquisitori e difese strenuamente il suo punto di vista. Fu rinviato alle carceri, ove stette fin quasi alla primavera dell’anno seguente". Nell'interrogatorio del 17 luglio Pomponio affermò: “chela Chiesia romana non è la catholica, perché la catholica è la universale, alla quale il Christianesimo debe esser conforme, sì come quella è il corpo mistico de Christo et ciascadun christiano è membro di Christo, ma la romana non solum è particulare, et a particolare alcunono nisun christiano restringere se debbe, possendo ogni chiesia particulare in alcune cose errare, et essa chiesia romana in più cose deviare dal vero”. Chiestogli quali fossero secondo lui gli errori della Chiesa romana, rispose: “Insin a questi tempi ha deviato dalla catholica havendo fermamente tenuto, insegnato et fatto tenire ad altri il christiano salvarse per le opere et non per il mero sangue di Christo, sì come per il concilio tridentino appare, ma il vero è in questo articulo che ciascadun christiano et elletto de Idio habbia sua salute et iustitia per la passion de Christo et non per sui meriti, ben vero che iustificatione et fede esser non po senza bone opere, sì come arbore bono dir non si po senza li frutti boni”; rincarando ancor più la dose, aggiunse: “Dico anchora deviare in quanto che dice l’homo posser fare da se cosa alcuna bona in alcun modo, non possendosi cognoscere cosa laudabile procedere dalla nostra infetta natura excetto in quanto il signor Idio ne dona la gratia”. Quindi, insistendo ancora sul medesimo punto, affermò: “Dico anchora deviare in quanto dice la eletion nostra non esser per mera gratia de Dio, ma per li nostri meriti.”

Comunque, finché le cose rimanevano alla periferia di Roma, in questo caso alla Repubblica di Venezia, si potevano prevedere sbocchi anche favorevoli, soprattutto perché Venezia era gelosa della sua autonomia e non consegnava a Roma certamente i suoi cittadini con valutazioni pratiche quelli di altri Stati, come Pomponio. In questo caso vi era la disapprovazione che sarebbe venuta da Padova da parte di molti studenti che apprezzavano Algerio e da altri che erano simpatizzanti per la Riforma. Ma il caso di questo giovane di 25 anni arrivò a Roma che è così debole ed impaurita da richiedere l'estradizione al Tribunale di Padova ed al Senato di Venezia per il pericoloso eretico. Fu lo stesso Papa Paolo IV ad incarognirsi con Pomponio, quel Papa eletto da poco (23 maggio 1555) e proveniente dalla carica di Grande Inquisitore con un nome che faceva paura: Gian Pietro Carafa. Fece scrivere (24 agosto 1555) al Consiglio dei Dieci dall'Ambasciatore di Venezia a Roma che lo fece con queste parole:
«Excellentissimi domini.

Questa mattina il reverendissimo governator di Roma per commissione di sua santità è venuto a trovarmi a casa, et in nome di quella m’ha narrato di esser avisata come in Padova dal reverendo suffraganeo è stato messo in prigione per heresia uno scolare chiamato Pompeo da Nolla [sic], heretico pertinace, hora che è nelle carceri, sua santità desiderare che vostre eccellentie diano ordine alli clarissimi rettori di Padoa che favorischino il detto suffraganeo in questo caso et lo espedischino acciò secondo la giustitia sia punito. Altro non risposi salvo che non mancarei di significare a vostre eccellentie l’officio che, d’ordine di sua santità, faceva meco et il desiderio che la tiene della spedittione di questo caso. [...]». Il Tribunale di Padova non emise alcuna sentenza di estradizione ma lo mantenne in carcere, con la giustificazione che intanto potesse «mediante il tormento delle pregioni havesse vogliuto lasciare questa sua ostinazione et forsi humor malencholico». Invece il Senato cedette ed il 14 marzo 1556 concesse l'estradizione riconoscendo il frate nolano «suddito» del Papa. A indurre Venezia a questo sfregio furono decisivi i ricatti politici di Papa Carafa che fu felice dell'estradizione perché da vecchio Inquisitore si sentiva in dovere di combattere in ogni modo l'eresia (i ricatti li faranno anche altri papi come discuteremo con il caso di Giordano Bruno) ma anche perché, essendo stato da cardinale nella Repubblica di Venezia, si era reso conto di quanto grande fosse stata la penetrazione delle nuove idee riformiste nel territorio della Repubblica veneziana (della cosa aveva informato il Papa Clemente VII nel 1532). L'ambasciatore di Venezia, che nel frattempo era cambiato, scrisse (il 19 marzo) ai suoi referenti veneziani queste parole: «Sapiate, magnifico ambasciatore, che la Signoria, per la potentia che Dio benedetto gli ha dato ci po far molti piaceri, ma questo è il maggior che potessimo espettar da lei, perché ci va l’honor di Dio, onde la ringratiamo infinitamente et pregamo sua maestà gli rendi merito con accrescergli lo stato quanto ella desidera». Ed arrivato a Roma in catene, il povero giovane fu trasferito alle orrende carceri del Sant'Uffizio per affrontare il secondo processo dopo quello veneziano. Ed a questo punto c'è poco da dire perché, come sempre (o per fatti esterni o per precisa volontà di nascondere), non si hanno i documenti del processo. Si sa solo che Pomponio non volle abiurare dalle sue idee e che fu condannato al rogo, dopo un supplizio degno solo di un Papa, come eretico. La condanna fu eseguita a Piazza Navona il 19 agosto 1556. Prima di essere bruciato il giovane fu immerso in una caldaia contenente olio bollente, pece e trementina. Più precisamente Algerio si immerse spontaneamente nella caldaia, “con allegra faccia”, levando le mani al cielo e dicendo: “Suscipe domine Deus meus famulum et martirem tuum”. E così continuò “nel mezo delle fiamme et de tormenti per spatio di ¼ d’ora che vi visse”. Scriveva mestamente il 22 agosto l'Ambasciatore di Venezia al Consiglio dei Dieci: «quel scolaro da Nola che l’eccellentissime signorie vostre mandorno qui fu un di questi dì in piazza Navona brusciato vivo, con tanta constantia che fece meravigliar ogn’uno. Et intendo che, leggendoseli il processo, disse: "Di gratia, leggetemi la sententia". La qual, udita che hebbe, ringratiando Dio, disse: "Questo è quello ch’ho sempre dimandato dal mio Signor, vivat Dominus meus in aeternum"». Scrive Ammirati: In Piazza Navona a Roma, tra una folla di curiosi e di soldati schierati, avvezzi ormai ad assistere a siffatti raccapriccianti tormenti, ardeva una grande pira, sotto una grossa caldaia contenente «olio, pece et termentina». Le fiamme, guizzando alte, illuminavano sinistramente la piazza ed i volti dei presenti, e lambivano il calderone, in cui gorgogliava il tremendo liquido bollente. Dalle prigioni si snoda il funebre corteo che, salmodiando, accompagna l’eretico al supplizio. Tutti gli sguardi sono fissi su quel giovane frate biondo che, esile nella persona, avanza con passo fermo e col volto di asceta, incorniciato da una delicata e rada barba. Calato nella caldaia bollente, tra il silenzio tombale della folla che guarda con i volti atterriti, il crepitio delle fiamme non riesce a spegnere l’eco della sua voce che, soffocando gli spasimi dell’indicibile dolore, ripete: «Suscipe domine Deus meus famulum et martyrem tuum» (Accogli Dio mio il tuo servo e martire). L’agonia e la preghiera «nel mezzo delle fiamme et dei tormenti durò per spazio di un quarto d’ora che vi visse».

Di questo comune eretico, che non aveva certo l'età per dare contributi teologici alla Riforma, che aveva solo una grande costanza nelle sue credenze di fronte agli Inquisitori e sublime eroismo nell’andare incontro alla morte, scrisse Benedetto Croce: «L’argomento meritava un tale studio e un tale illustratore; e non solo perché la forte costanza dello scolaro nolano, di questo giovane che, uscito dalla piccola cerchia di un oscuro paesello dell’Italia meridionale e andato in campo più largo, avido di scienza, appassionato del vero, poiché credette di aver raggiunto la bramata verità, affrontò la morte per non lasciarsi rapire il bene dell’anima sua, riempie di alta ammirazione e di nobile commozione per tanta fiamma di fede e di martirio. C’è anche un’altra ragione che ferma sopra di lui l’attenzione. Pomponio de Algerio da Nola: un martire, dunque, dell’intolleranza ecclesiastica, nato in Nola, pochi anni prima che vi nascesse un altro, il cui nome è sulle bocche di tutti, e la cui vita ha tanti punti di somiglianza con quella dell'Algerio Senza dubbio Giordano Bruno, nella sua fanciullezza, dové udir raccontare con religioso raccapriccio la sorte toccata al suo compaesano, eretico pravissimo, in Rom chi sa che, fin d’allora, quell’eroica morte non esercitasse confusamente sul suo animo una misteriosa attrattiva; e chi sa che in seguito, nel carcere, a Venezia e a Roma, il destino di Pomponio de Algerio non gli tornasse alla mente, come visione del proprio destino, e forse anche come conforto nella lotta contro ogni umana viltà e nel saper morire per la propria fede».

Indice

La "Santa Inquisizione" L'Inquisizione in Spagna Tribunali e Giudizi Dies irae, dies illiae Tommaso Torquemada

Il Malleus Maleficarum Un olocausto sconosciuto Liberi Pensatori arsi a Roma Pomponio Algerio

 


Chiesa e Massoneria